Europa: nuova politica sull’immigrazione o continua vergogna?

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“Dobbiamo riflettere sull’immigrazione regolare, di cui l’Europa nei prossimi 50 anni avrà bisogno. Proteggiamo le nostre frontiere esterne, lottiamo contro le bande criminali che fanno profitti sulla pelle degli altri. Interveniamo prima che quelle persone prendano le barche. L’immigrazione non è un problema dell’Italia o Malta, ma dell’Europa tutta. Servono una nuova politica Ue per l’immigrazione legale e un commissario speciale per l’immigrazione che lavori insieme a tutti gli Stati membri e con i paesi terzi più interessati”.

Queste le parole di Jean-Claude Juncker, pronunciate davanti al Parlamento il 15 luglio, giorno in cui ha ricevuto la fiducia dall’organo legislativo dell’Unione come nuovo Presidente della Commissione europea. La presa di coscienza esplicita del fenomeno della migrazione e delle sue problematiche, una su tutte la sua dimensione di interesse europeo e non relativa a uno o più Stati membri, fa sperare in una svolta nell’approccio dell’organo di vertice dell’Unione Europea.

Europa politica immigrazione: nuova vita o continua vergogna?

Tuttavia, in attesa di conoscere le future e più che mai necessarie iniziative, può essere utile considerare lo stato dell’arte delle norme, competenze e attribuzioni che determinano il ruolo e i poteri dell’Unione Europea in tema di immigrazione. Così facendo è lampante afferrarne l’inattualità e la disperata inadeguatezza. È infatti l’intera prospettiva dell’Europa verso il fenomeno dell’immigrazione che va crollando di fronte ai bisogni dei migranti richiedenti asilo e delle tragedie della tratta di esseri umani, a cui assistiamo impotenti, salvo iniziative emergenziali di carattere puramente nazionale, quali l’operazione Mare Nostrum in Italia.

La base giuridica per l’azione UE – cioè la legittimazione del potere UE in ogni sua materia di attribuzione, da riscontrarsi nei Trattati – in tema di integrazione risiede negli Articoli 79 e 80 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea (TFUE). Questo insieme di norme attribuisce all’Unione le seguenti competenze e obiettivi, cioè il campo di azione, oltre il quale l’Europa non può spingersi.

1) Migrazione legale: l’UE ha la competenza di definire le condizioni di ingresso e soggiorno dei cittadini di paesi terzi in uno degli Stati membri ai fini lavorativi, di studio o di ricongiungimento familiare. Gli Stati membri conservano la facoltà di stabilire i tassi di ammissione.

2) Integrazione: l’UE può fornire incentivi e sostegno a favore di misure adottate dagli Stati membri al fine di promuovere l’integrazione di cittadini di paesi terzi che soggiornano legalmente nel paese; tuttavia, non è prevista un’armonizzazione degli ordinamenti e delle regolamentazioni nazionali.

3) Lotta all’immigrazione clandestina: l’UE deve prevenire e ridurre l’immigrazione clandestina, in particolare attraverso una politica di rimpatrio efficace che rispetti debitamente i diritti fondamentali.

4) Accordo di riammissione: l’UE ha la competenza di stipulare accordi con i paesi terzi per la riammissione nel paese di origine o di transito di cittadini che non soddisfano o non soddisfano più le condizioni di ingresso, presenza o soggiorno in uno degli Stati membri.

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Viene da sorridere amaramente, pensando al dibattito attuale fra Paesi membri in tema di responsabilità nell’attuazione delle politiche comprese in queste competenze, considerando che uno dei cardini nel Trattato è rappresentato dal principio di solidarietà: le politiche d’immigrazione sono regolate dal principio di solidarietà e di equa ripartizione della responsabilità tra gli Stati membri, anche sul piano finanziario. In questo senso, per esempio, in caso di un afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi in uno Stato membro, il Trattato prevede disposizioni per l’adozione di misure volte ad aiutare lo Stato membro interessato (articolo 78, paragrafo 3, del TFUE).

In quest’ottica, i due atti normativi fondamentali per la “lotta contro la migrazione irregolare” sono due: la «direttiva sui rimpatri» (2008/115/CE) che reca norme e procedure comuni applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare (sulla base di questa direttiva sono stati creati i sistemi di controllo delle frontiere Frontex e, in seguito, Eurosur) e la direttiva 2009/52/CE, che specifica sanzioni e misure da applicare negli Stati membri nei confronti dei datori di lavoro che violano il divieto di impiegare cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare.

In pratica, l’unico approccio europeo esistente in tema di immigrazione non regolare è la politica dei rimpatri, coadiuvata da Frontex. Può tutto ciò essere abbastanza? No, tutto ciò è una vergogna. Dal 1 gennaio al 20 giugno 2014 hanno attraversato il “Mare Nostrum” 58.464 nuovi migranti, in viaggio verso le coste italiane (fonte Guardia Costiera), con un + 1350 % rispetto ai 4.323 dell’anno scorso. Questo numero non tiene conto dei dispersi, 19.781 dal 1988 a oggi, secondo l’Osservatorio Fortress Europe.

Da gennaio a oggi, hanno rischiato la morte in mare 5.300 donne e almeno 10.000 minori, 3.000 accompagnati e 7.000 soli. Passando per Libia e Tunisia, i migranti trovano il mare come cimitero ma lo cercano come via di fuga, dalla guerra in Siria, dal sempre più feroce regime eritreo, dalle molte instabilità delle nazioni arabe e africane. Di fronte a tutto questo, le operazioni di rimpatrio congiunte di Frontex si rivelano per quello che sono, una vergogna. L’ente che dovrebbe gestire i flussi migratori verso l’Europa, ha sede a Varsavia, a 1.976 chilometri in linea d’aria da Lampedusa e, nell’estate più difficile degli ultimi anni sul fronte degli sbarchi, Frontex è ancora senza direttore esecutivo (la procedura pubblica di selezione è aperta fino al 14 luglio) e ha un budget per il 2014 di appena 89 milioni di Euro (l’Italia per l’operazione Mare Nostrum spende 9,5 milioni al mese).

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Tuttavia, è la definizione stessa di “lotta all’immigrazione clandestina” a stridere. Essa infatti racchiude una prospettiva di mero argine a un fenomeno spesso tragico che sempre più, invece, richiede interventi di accoglienza e politiche di asilo coordinate all’azione nei paesi terzi origine della tratta di essere umani. È assolutamente imperativo rivoluzionare l’approccio europeo all’immigrazione, cancellando la prospettiva di “lotta” all’immigrazione come se i migranti ponessero il continente sotto attacco. Come affermato di recente dal sottosegretario agli affari europei del Governo italiano, Sandro Gozi, l’Europa in tema di immigrazione semplicemente non esiste: esistono i paesi del nord che accolgono elevati numeri di richiedenti asilo e i paesi del sud, del tutto impreparati a gestire l’enorme flusso in prima linea. È necessario cambiare, e farlo in fretta. Servono un approccio europeo unico, un permesso di soggiorno europeo e alcune misure da attuare immediatamente, quali ad esempio anticipare le richieste di protezione e di asilo sulle altre sponde del Mediterraneo, coordinare le politiche di ricongiungimento familiare a livello unico europeo centralizzato, aprire uffici europei dell’immigrazione nei paesi terzi e creare una cabina di regia per gestire gli afflussi da sud. E non con sede a Varsavia.

Immagini| The Guardian| Wikimedia Commons| Newint

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