Europa: quali sono le contraddizioni?

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europa-contraddizioniAmmettendo che il vecchio continente unito sia una grande visione (vedi Europa, perchè sì?), bisogna però dire che una cosa è l’idea, altro è la realizzazione. Se oggi godiamo dei benefici di alcuni grandi traguardi raggiunti dall’Unione Europea, a maggior ragione bisogna affrontare le contraddizioni di questa architettura e gli aspetti che richiedono manutenzione e miglioramento, pena il crollo dell’edificio.

Fra gli elementi realizzati pienamente, nel solco dell’idea originaria, c’e’ senz’altro il Mercato Unico. Pietra angolare dell’UE, si tratta dello spazio corrispondente ai confini dell’insieme dei 28 Paesi membri dell’Unione, entro il quale le persone, le merci, i servizi e i capitali godono di piena libertà di circolazione (le famose 4 libertà UE). Nato con l’idea dell’Unione doganale del 1968 – che costituiva l’obiettivo principale dopo la firma del trattato di Roma – si e’ sviluppato come vero e proprio mercato interno (unico), senza dazi e frontiere.

L’idea fu coraggiosa negli intenti e diretta nella realizzazione, come spesso sono le buone idee. Scopo: mercato unico e libera circolazione. Metodo: eliminazione di tutte le norme nazionali che ostano al raggiungimento dell’obiettivo. Detto, fatto. Giuridicamente e politicamente brillante. Testimonianza ne è il fatto che perfino la contraddittoria partecipazione del Regno Unito all’UE non mette assolutamente in dubbio l’appartenenza al mercato unico, in cui Sua Maestà esporta il 90% dei propri prodotti e servizi.

Il mercato unico ha trovato poi ulteriore realizzazione con l’Unione monetaria (moneta unica e Banca Centrale Europea), nonché recentemente con l’Unione Bancaria (mercato unico dei servizi bancari e finanziari). In altre aree fervono le iniziative di rafforzamento e sviluppo, sotto la spinta costante della Commissione europea: mercato unico delle professioni, dei titoli di studio, dei servizi assicurativi, delle telecomunicazioni e via discorrendo.

Attorno a questa idea ben realizzata, si pensò che per naturale processo di evoluzione si sarebbero sviluppati gli altri aspetti fondamentali di un’Europa unita. Effettivamente molto è stato fatto. I Trattati istitutivi sono stati piu’ volte ritoccati (da ultimo mediante il Trattato di Lisbona, in vigore dal 2009), le Comunità europee si sono trasformate in un’Unione dotata di proprie norme, procedure e istituzioni (vedi Unione Europea in breve), nonché di competenze sempre più penetranti.

Soprattutto, si è fondata l’esistenza dell’Unione Europea attorno al rispetto dei diritti fondamentali della persona, diritti garantiti dai Trattati, enforceable davanti a ogni giudice in ogni Stato membro. Allo stesso tempo, molto rimane da fare. L’idea che attorno a un progetto economico se ne sarebbe sviluppato uno politico, non ha del tutto funzionato. O se funziona, è troppo lenta.

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Il problema è complesso ma la diagnosi, tutto sommato, è semplice. Negli ambiti in cui l’UE non funziona, o non funziona abbastanza, esiste spesso un equivoco di fondo. Per marciare bene, l’Unione deve essere dotata di buone regole di gestione, poteri sicuri e capisaldi democratici. Questa cassetta degli attrezzi può esserle conferita solo dai suoi azionisti, cioè dagli Stati membri.

Se questi ultimi non cedono abbastanza sovranità in determinati campi, o creano procedure e regole bizantine proprio affinché le stesse non funzionino a dovere, l’Unione europea risulta una voce balbettante, inconcludente e alla fine irritante. Non può che essere così. Però non può e non deve essere così.

Gli Stati devono prendere decisioni chiare sul futuro dell’Europa, perchè il Rubicone è stato già varcato. Esistono giuridicamente 500 milioni di cittadini europei, le cui istituzioni democratiche sono la Commissione europea, il Parlamento europeo, il Consiglio tanto quanto i propri Parlamenti nazionali, federali, regionali, le proprie province e i propri comuni.

Esistono i nostri organi di giustizia, dalla Corte di Giustiza dell’Unione europea alle Corti Costituzionali e giù fino ai Tribunali nazionali, e tutti applicano un diritto dell’Unione europea che è diritto vigente negli e degli Stati membri, sempre in posizione di supremazia rispetto alle leggi nazionali. Ci sono diritti comuni e leggi comuni, una moneta comune, un’economia sempre più comune, un ambiente comune. Esiste un destino comune. Questa considerazione impone che alcuni altri aspetti debbano essere affrontati di petto. Perché molto ancora manca.

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Europa: contraddizioni

Manca un vero fulcro democratico. L’istituzione che rappresenta i cittadini europei, il Parlamento europeo, dopo il Trattato di Lisbona ha pieni poteri legislativi ma li condivide con l’istituzione che rappresenta i Governi europei, il Consiglio dell’Unione. Non è detto che questa coesistenza abbia un senso, usando un eufemismo. Forse gli equilibri andrebbero ripensati. Gli Stati membri riuniti in Consiglio spesso di fatto contano più del Parlamento e non si capisce a che titolo, se non quello di difendere interessi nazionali. E questo quando non decidono di scavalcarlo di netto.

Manca un assetto istituzionale adeguato. Anche per maggior comprensione dei cittadini europei, per trasparenza e accountability, sembrerebbe opportuno prevedere un vero esecutivo legato al Parlamento da un rapporto di fiducia e riconsiderare il ruolo dell’organo che rappresenta gli Stati. In un assetto da Stato federale, potrebbe essere una camera apposita, basata sui rappresentanti dei governi locali, affiancata a una generale basata su partiti pienamente europei.

Manca una politica estera comune. Iraq, Afghanistan, Siria, Ucraina in questi giorni. La UE ha un proprio Alto Rappresentante per la Politica Estera, l’insipida britannica (e questo dato già deve far riflettere) Catherine Ashton, che conta come il due di picche. Sia per propria incapacità di interpretare del ruolo, sia perché la politica estera europea non esiste. Gli Stati membri non concedono spazio all’azione dell’Unione, ognuno fa per sé e, come conseguenza, sul piano internazionale la UE balbetta.

Manca una politica dell’immigrazione. I programmi Frontex e Eurosur sono qualcosa, ma non abbastanza e, soprattutto, non può il tutto ridursi alla costruzione di un fortino elettrificato.

Manca l’Unione fiscale. La politica economica degli Stati, cioè la conduzione delle politiche di gestione delle entrate e della spesa pubblica, non può essere solo coordinata, come recitano i Trattati, né solo ancorata a vincoli di bilancio quali il rapporto del 3% fra Pil e deficit. Sarebbe opportuno riavvicinare le legislazioni nazionali in materia fiscale limando squilibri, ad esempio anche eliminando paradisi fiscali in territorio UE, per citare un caso immediato. È nei programmi, si vedrà.

Manca, soprattutto, l’Unione Politica. Nessuno dei punti precedenti potrebbe reggere senza. La casa non solo deve essere comune, come è già, deva anche essere percepita come tale. Partiti europei, nuovo assetto istituzionale, uno Stato federale europeo o una confederazione, i modi sono molteplici e non deve esserci fretta nel saltare a conclusioni. Democrazia, rappresentanza, accountability (cioè responsabilità nel rispondere del proprio operato da parte dei poteri pubblici). L’unione politica significherebbe, soprattutto, una cosa fondamentale: l’Europa non è un luogo in cui gli Stati si fanno concorrenza cercando di sfruttare l’uno le debolezze dell’altro, ma un luogo unitario in cui vige, davvero, il canone della solidarietà. Solidarietà senza pregiudizi o timori di altrui furbizie, certamente. E per questo servono regole precise e impegno severo.

Come disse chiunque lo disse, se non si va avanti, impercettibilmente o rovinosamente si scivola indietro. La sensazione che si possa stare fermi, con un piede di qua e uno di là, è solo un’illusione o una bugia. Qualcuno è un illuso, molti mentono. Marciandoci. Dicono che l’UE non funziona. Ciò che non dicono è che fanno in modo che non funzioni. Ma ai governi europei non si può consentire di erodere un bene potenzialmente e concretamente così grande come l’Europa unita.

Immagine|Eurodialogue.org

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