Esternalizzazione delle frontiere europee | Il caso Spagna – Marocco11 min read

9 Luglio 2021 Politiche migratorie -
Filippo Marinoni

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Geografo

Esternalizzazione delle frontiere europee | Il caso Spagna – Marocco11 min read

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Il 18 maggio 2021, ottomila persone hanno superato la frontiera che separa il Marocco dalla Spagna per raggiungere l’Unione Europea, senza alcuna opposizione da parte delle autorità marocchine preposte al controllo del muro di separazione.

Il fatto è avvenuto a Ceuta, città autonoma spagnola che si trova all’interno dei confini del Regno marocchino e unica frontiera terrestre dell’Europa con l’Africa, insieme a Melilla. Secondo molti esperti si è trattato di una vera e propria ritorsione del Marocco contro la Spagna. Quest’ultima sarebbe infatti colpevole di aver prestato cure mediche a Brahim Ghali, capo del fronte per la liberazione del Sahara Occidentale, territorio occupato dal Regno marocchino dal 1975.

stretto gibilterra
Lo Stretto di Gibilterra visto dalla Spagna. L’enclave spagnola di Ceuta sta dall’altro lato, in territorio marocchino. Foto | Alejandro Martin on Unsplash

I rischi dell’esternalizzazione delle frontiere

L’episodio di Ceuta ha dimostrato ancora una volta la pericolosità della esternalizzazione delle frontiere europee, policy adottata dall’Unione Europea nella gestione dei flussi migratori in paesi terzi.

Innanzitutto, bloccando le persone migranti in paesi terzi potenzialmente non sicuri, o addirittura respingendoli alla frontiera, viene loro negato il diritto alla disamina della richiesta d’asilo (art. 3 della Convenzione di Ginevra, 1951). Inoltre, l’esternalizzazione delle frontiere espone l’Unione Europea alle ritorsioni degli stati terzi, che fanno un utilizzo strumentale delle persone migranti, servendosene come arma.

L’episodio di Ceuta ha dimostrato infatti come il Marocco – gendarme dell’Unione Europea – possa aumentare la pressione sull’Unione Europea, minacciando di aprire il flusso delle persone che vorrebbero superare la frontiera. E, al tempo stesso, mostra come gli e le aspiranti richiedenti asilo diventino le armi di una geopolitica spudorata e come, rispediti indietro, perdano ingiustamente il diritto di richiedere protezione internazionale all’Unione Europea.

Questa pratica di commissionare la gestione del flusso migratorio all’esterno dell’Unione è molto remunerativa per i paesi terzi “partner”, come la Libia e la Turchia. Quest’ultima, come vedremo, ha strappato un accordo da 6 miliardi di euro in cambio della chiusura del confine con la Grecia.

Esternalizzazione delle frontiere europee: come funziona

L’esternalizzazione del controllo delle frontiere e del diritto dei rifugiati è definita dall’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) (pdf) come:

l’insieme delle azioni economiche, giuridiche, militari, culturali, prevalentemente extraterritoriali, poste in essere da soggetti statali e sovrastatali [ad es. l’Unione Europea, ndr], con il supporto indispensabile di ulteriori attori pubblici e privati, volte ad impedire o ad ostacolare che i migranti […] possano entrare nel territorio di uno Stato al fine di usufruire delle garanzie, anche giurisdizionali, previste in tale Stato.

Come sottolinea un report del think tank belga Pour la Solidarité, a partire dagli anni novanta il fenomeno migratorio è divenuto catalizzatore del discorso economico (legato ai problemi di disoccupazione), securitario (relativamente alla volontà di impedire l’ingresso di possibili minacce all’ordine pubblico), identitario (in forma di minaccia all’identità nazionale) e, naturalmente, politico (in quanto tema centrale nella posta in gioco elettorale).

Gli accordi di cooperazione con paesi terzi sono cominciati a partire dai primi anni duemila e, nel 2004, è stata creata l’agenzia europea per il controllo delle frontiere (FRONTEX). La crescita dell’importanza assunta nel corso degli anni dell’esternalizzazione delle frontiere europee è testimoniata dal budget disposto annualmente dall’Unione nei confronti di questa agenzia, “braccio operazionale e tecnico dell’esternalizzazione”, dotata di un arsenale “quasi militare” – aerei, navi, armi, droni.

Se nel 2005 a FRONTEX sono stati destinati 6 milioni di euro, nel 2016, in seguito all’accordo con la Turchia, si è arrivati a 242 milioni di euro. Nel 2021 la spesa prevista è di 543 milioni di euro, di cui 506 milioni verranno sborsati dall’Unione Europea e più di 37 milioni dagli altri paesi dell’Area Schengen (Svizzera, Norvegia, Islanda).

budget frontex

Parallelamente alla creazione di questa agenzia europea, i servizi di controllo dei flussi sono stati esternalizzati, per essere prestati da attori extra europei. Tra gli attori pubblici remunerati dall’Unione Europea per gestire attraverso le forze dell’ordine gli arrivi in Europa ci sono in primis la Turchia e la Libia ma, come vedremo, anche il Marocco. L’accordo più noto, infatti, è quello stipulato tra l’Unione Europea e la Turchia nel 2016, che ha fruttato al governo di Erdogan 6 miliardi di euro in cambio della chiusura del confine con la Grecia, porta d’ingresso della “rotta balcanica”.

Ma anche alcuni attori privati sono coinvolti direttamente del processo di esternalizzazione delle frontiere europee. Le compagnie aeree, ad esempio, sono costrette a effettuare un severo controllo preventivo dei titoli di accesso in Unione Europea. Se infatti una persona non dotata del diritto di accedere in Europa sfugge ai loro controlli hanno l’obbligo di pagare un’elevata sanzione e di riportare la persona nel luogo da cui è partita. Ecco perché gli aspiranti richiedenti asilo non viaggiano in aereo, nonostante sia più sicuro e meno costoso delle migrazioni via mare o via terra.

L’episodio avvenuto a Ceuta nel maggio 2021 è esemplificativo degli effetti perversi della politica di esternalizzazione delle frontiere europee, sia per quanto riguarda l’esposizione dell’UE alle ritorsioni dei suoi gendarmi, sia per il mancato rispetto dei diritti delle persone migranti. Ma per comprendere i motivi della ritorsione del Marocco nei confronti della Spagna, è necessario fare un salto indietro, al Sahara Occidentale.

L’episodio di Ceuta: la questione saharawi

profughi saharawi
Donne nel campo profughi Saharawi “27 febbraio” di Tindouf, Algeria | Foto: United Nations Photo

Territorio desertico più vasto del Regno Unito, ricco di fosfati e affacciato sulle acque molto pescose dell’Atlantico, il Sahara Occidentale si trova tra il Marocco meridionale, la Mauritania settentrionale e l’Algeria sud-occidentale.

Possedimento spagnolo dal 1884, dopo la decolonizzazione avvenuta nel 1975, il Sahara Occidentale venne spartito dal regime spagnolo ormai in rovina tra Marocco e Mauritania, senza indire un referendum per l’autodeterminazione dei popoli, contravvenendo così alla risoluzione delle Nazioni Unite 15/1514 del 1960, come sottolineano le ricercatrici Maria Lopez Belloso e Irantzu Azkue.

Nel 1975 la popolazione del Sahara Occidentale, nota come Saharawi, ha dunque vissuto un’invasione bilaterale autorizzata, che ha costretto più della metà degli abitanti (165 mila circa) ad abbandonare le proprie terre per rifugiarsi, in gran parte, nei campi profughi vicino a Tindouf, città nel deserto algerino. Nel 1976 il Fronte di liberazione nazionale saharawi – comunemente chiamato Fronte Polisario – ha dichiarato una guerra di liberazione nazionale, che ha portato all’abbandono del territorio da parte della Mauritania nel 1979, episodio che ha tuttavia spalancato le porte alla presa di potere da parte del Marocco.

La guerra con il Marocco è proseguita fino alla tregua del 1991, anno in cui l’ONU ha inviato una missione speciale (MINURSO), con l’obiettivo di monitorare su un cessate il fuoco e indire un referendum per l’autodeterminazione del popolo Saharawi. Il referendum, però, non ha mai avuto luogo, a causa della ferma opposizione del Marocco.

Da allora il Regno governa sull’80% del territorio e sfrutta le sue cospicue risorse. Per proteggersi dal restante 20%, area desertica controllata dal Fronte Polisario, a partire dal 1981 ha costruito un terrapieno divisorio lungo quasi tremila chilometri, che ne fa il muro più lungo al mondo dopo la Muraglia cinese.

mappa sahara occidentale
In giallo il Sahara Occidentale controllato dal Marocco, in rosso la parte controllata dal Fronte Polisario. La linea fucsia è il muro. | Foto: Wikimedia Commons

Negli sviluppi più recenti della questione saharawi, vi è l’intervento statunitense dell’ex presidente Trump nel dicembre 2020, poche settimane prima di abbandonare la Casa Bianca. In cambio della normalizzazione delle relazioni con Israele, infatti, il Marocco si è visto riconoscere dall’ex Presidente – con conferma tacita da parte di Joe Biden – la sovranità territoriale sulla “province del Sud”, cioè il Sahara Occidentale. Questo riconoscimento internazionale ha di fatto legittimato la presenza e il controllo sul territorio saharawi da parte del Marocco.

L’episodio di Ceuta: ritorsioni all’UE e diritti dei migranti

Ed è anche forte di questo riconoscimento che, come raccontato dall’antropologo delle migrazioni marocchino Khalid Mouna nel settimanale francese L’Obs, il Marocco ha dato un chiaro avviso alla Spagna e all’Unione Europea tutta:

Il vostro solo alleato e gendarme nella regione [nordafricana atlantica, ndr] è il Marocco. Il Marocco può tenere chiuso il flusso migratorio perché non arrivi da voi, ma può anche aprirlo.

Come argomenta la ricercatrice Kelly Greenhill, il comportamento del Marocco si inscrive nel fenomeno da lei definito come uso delle “armi di migrazione di massa”. In questo modo, spiega, i migranti sono utilizzati “al posto delle bombe”, come vere e proprie armi, al fine di aumentare il potere contrattuale dell’attore che se ne serve sullo scacchiere internazionale.

È bene ricordare che, in nome dell’esternalizzazione delle frontiere europee, nel dicembre del 2020 l’Unione Europea ha approvato lo stanziamento di 389 milioni di euro a favore del Marocco, dei quali 101,7 sono specificamente dedicati a “supportare il controllo dei confini e combattere il traffico di esseri umani”

La ritorsione da parte del Regno nordafricano avvenuta nel maggio 2021 a Ceuta è dovuta al fatto che la Spagna, nelle settimane precedenti all’episodio, ha fatto espatriare dall’Algeria e ha curato Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario.

Dulcis in fundo, la maggior parte degli aspiranti richiedenti asilo che ha oltrepassato il muro di Ceuta è stata rispedita in poche ore in Marocco, privata dunque del diritto di non respingimento garantito dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati dei 1951 (art. 33) e del diritto alla disamina della richiesta d’asilo.

esternalizzazione delle frontiere europee
Ceuta | Foto: Nicolas Vigier

Superare l’esternalizzazione delle frontiere

Una battuta amara gira oggi in Marocco:

La Spagna per sentimento umanitario sta curando Brahim Ghali, e bene, il Marocco le invierà tutta l’umanità.

Il caso di Ceuta dimostra come la politica di esternalizzazione delle frontiere europee dia adito alle ritorsioni dei paesi terzi – come il Marocco scontento della condotta della Spagna sulla vicenda Ghali – e causi un “vuoto di tutela giuridica intorno ai migranti ed ai richiedenti asilo (anche potenziali) i quali non [hanno] concretamente la possibilità di accedere in un territorio legalmente e sostanzialmente sicuro” (ASGI, 2020: 18).

Come uscire dal doppio nodo causato dall’esternalizzazione? La tutela delle persone in transito non pare essere sull’agenda politica degli stati membri, che sembrano invece propensi a indurire ulteriormente la gestione del fenomeno migratorio. Si guardi a tal proposito la nuova legge passata in Danimarca, che ha l’obiettivo di esternalizzare verso paesi terzi la gestione delle sue richieste d’asilo, e che prevede che la persona vi rimanga anche in caso di riconoscimento dello status di rifugiato, senza quindi avere accesso in alcun modo al paese.

Quali saranno le prossime mosse dell’Unione Europea? Al momento, l’UE sembrerebbe intenzionata a sigillare i confini di terra e acqua, in stile USA – Messico. Un’alternativa, anche se difficilmente spendibile politicamente, potrebbe aprire i confini e potenziare finalmente il sistema di accoglienza, oltre a preparare una controffensiva “asimmetrica” nei confronti dei paesi terzi, cioè sui piani economici e politici.

L’ostacolo, come sempre, è politico e economico. Il discorso politico ha catalizzato l’attenzione sulla questione migratoria, per sviarla da altri problemi dell’Unione – e in generale del mondo occidentale: neoliberismo sfrenato, questione ambientale, aumento delle disuguaglianze. Dall’altra parte, potenti attori privati e pubblici internazionali hanno potuto arricchirsi notevolmente dal business dell’esternalizzazione delle frontiere europee.

Cosa resta di fatto? Che l’Unione Europea è ancora un attore fragile, incapace di mettere in atto una politica d’accoglienza efficace, incapace di opporsi alle logiche del potere e del denaro che caratterizzano la società globale, e in grado solo di scontentare (quasi) tutti sulla questione migratoria: europeisti pro-accoglienza, sovranisti gelosi della loro identità, e soprattutto aspiranti richiedenti asilo, respinti infrangendo il diritto internazionale.

Da tanti anni, infatti, gli unici attori che hanno realmente beneficiato di queste politiche sono stati i paesi gendarme (Turchia, Tunisia, Libia, Marocco) – o meglio alcune élite all’interno di questi paesi – nonché le aziende di veicoli e apparecchiature militari che hanno rifornito l’agenzia FRONTEX, così come la marina e gli eserciti degli stati terzi cooperanti.

È questa l’incarnazione di Europa in quanto “gruppo eterogeneo di persone mosse dagli stessi ideali: la pace, l’unità e la prosperità”, come i padri fondatori la sognavano?

Esternalizzazione delle frontiere europee: per approfondire

Bachir M. (2021). Espagne-Maroc : fausse crise migratoire, vraie crise diplomatique, Middle East Eye, ultimo accesso 9/06/2021.

Belloso, M.L. – Azkue, I.M. (2009). Le développement humain local dans les contextes de crise permanente : l’expérience des femmes au Sahara Occidental, Journal of Disaster Risk Studies, Vol. 2, No.3, December 2009

Greenhill, K.M. (2010). Weapons of Mass Migration – Forced Displacement, Coercion, and Foreign Policy, Cornell University Press: New York

Pietrobon, E. (2021). Dai Marielitos alla crisi di Ceuta: quando l’immigrazione è un’arma, InsideOver, ultimo accesso 23/06/2021

Saddiki, S. (2015). CAP 5 – The Wall of Western Sahara in World of Walls, In World of Walls : The Structure, Roles and Effectiveness of Separation Barriers. Open Book Publishers.

Torelli, S. (2018) La gestione dell’immigrazione vista dai paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, ISPI, Focus Mediterraneo Allargato n.8

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Filippo Marinoni

Geografo, si interessa di Mediterraneo e paesi arabi, che sono l’oggetto dei suoi studi e dei suoi articoli. È appassionato di storia delle relazioni internazionali, letteratura e sport. Nei suoi scritti presta particolare attenzione alle disuguaglianze sociali ed economiche.
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