Esternalizzazione delle frontiere europee | Il caso Spagna – Marocco11 min read

9 Luglio 2021 Politiche migratorie -

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Geografo

Esternalizzazione delle frontiere europee | Il caso Spagna – Marocco11 min read

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Il 18 maggio 2021, ottomila persone hanno superato la frontiera che separa il Marocco dalla Spagna per raggiungere l’Unione Europea, senza alcuna opposizione da parte delle autorità marocchine preposte al controllo del muro di separazione.

Il fatto è avvenuto a Ceuta, città autonoma spagnola che si trova all’interno dei confini del Regno marocchino e unica frontiera terrestre dell’Europa con l’Africa, insieme a Melilla. Secondo molti esperti si è trattato di una vera e propria ritorsione del Marocco contro la Spagna. Quest’ultima sarebbe infatti colpevole di aver prestato cure mediche a Brahim Ghali, capo del fronte per la liberazione del Sahara Occidentale, territorio occupato dal Regno marocchino dal 1975.

stretto gibilterra
Lo Stretto di Gibilterra visto dalla Spagna. L’enclave spagnola di Ceuta sta dall’altro lato, in territorio marocchino. Foto | Alejandro Martin on Unsplash

I rischi dell’esternalizzazione delle frontiere

L’episodio di Ceuta ha dimostrato ancora una volta la pericolosità della esternalizzazione delle frontiere europee, policy adottata dall’Unione Europea nella gestione dei flussi migratori in paesi terzi.

Innanzitutto, bloccando le persone migranti in paesi terzi potenzialmente non sicuri, o addirittura respingendoli alla frontiera, viene loro negato il diritto alla disamina della richiesta d’asilo (art. 3 della Convenzione di Ginevra, 1951). Inoltre, l’esternalizzazione delle frontiere espone l’Unione Europea alle ritorsioni degli stati terzi, che fanno un utilizzo strumentale delle persone migranti, servendosene come arma.

L’episodio di Ceuta ha dimostrato infatti come il Marocco – gendarme dell’Unione Europea – possa aumentare la pressione sull’Unione Europea, minacciando di aprire il flusso delle persone che vorrebbero superare la frontiera. E, al tempo stesso, mostra come gli e le aspiranti richiedenti asilo diventino le armi di una geopolitica spudorata e come, rispediti indietro, perdano ingiustamente il diritto di richiedere protezione internazionale all’Unione Europea.

Questa pratica di commissionare la gestione del flusso migratorio all’esterno dell’Unione è molto remunerativa per i paesi terzi “partner”, come la Libia e la Turchia. Quest’ultima, come vedremo, ha strappato un accordo da 6 miliardi di euro in cambio della chiusura del confine con la Grecia.

Esternalizzazione delle frontiere europee: come funziona

L’esternalizzazione del controllo delle frontiere e del diritto dei rifugiati è definita dall’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) (pdf) come:

l’insieme delle azioni economiche, giuridiche, militari, culturali, prevalentemente extraterritoriali, poste in essere da soggetti statali e sovrastatali [ad es. l’Unione Europea, ndr], con il supporto indispensabile di ulteriori attori pubblici e privati, volte ad impedire o ad ostacolare che i migranti […] possano entrare nel territorio di uno Stato al fine di usufruire delle garanzie, anche giurisdizionali, previste in tale Stato.

Come sottolinea un report del think tank belga Pour la Solidarité, a partire dagli anni novanta il fenomeno migratorio è divenuto catalizzatore del discorso economico (legato ai problemi di disoccupazione), securitario (relativamente alla volontà di impedire l’ingresso di possibili minacce all’ordine pubblico), identitario (in forma di minaccia all’identità nazionale) e, naturalmente, politico (in quanto tema centrale nella posta in gioco elettorale).

Gli accordi di cooperazione con paesi terzi sono cominciati a partire dai primi anni duemila e, nel 2004, è stata creata l’agenzia europea per il controllo delle frontiere (FRONTEX). La crescita dell’importanza assunta nel corso degli anni dell’esternalizzazione delle frontiere europee è testimoniata dal budget disposto annualmente dall’Unione nei confronti di questa agenzia, “braccio operazionale e tecnico dell’esternalizzazione”, dotata di un arsenale “quasi militare” – aerei, navi, armi, droni.

Se nel 2005 a FRONTEX sono stati destinati 6 milioni di euro, nel 2016, in seguito all’accordo con la Turchia, si è arrivati a 242 milioni di euro. Nel 2021 la spesa prevista è di 543 milioni di euro, di cui 506 milioni verranno sborsati dall’Unione Europea e più di 37 milioni dagli altri paesi dell’Area Schengen (Svizzera, Norvegia, Islanda).

budget frontex

Parallelamente alla creazione di questa agenzia europea, i servizi di controllo dei flussi sono stati esternalizzati, per essere prestati da attori extra europei. Tra gli attori pubblici remunerati dall’Unione Europea per gestire attraverso le forze dell’ordine gli arrivi in Europa ci sono in primis la Turchia e la Libia ma, come vedremo, anche il Marocco. L’accordo più noto, infatti, è quello stipulato tra l’Unione Europea e la Turchia nel 2016, che ha fruttato al governo di Erdogan 6 miliardi di euro in cambio della chiusura del confine con la Grecia, porta d’ingresso della “rotta balcanica”.

Ma anche alcuni attori privati sono coinvolti direttamente del processo di esternalizzazione delle frontiere europee. Le compagnie aeree, ad esempio, sono costrette a effettuare un severo controllo preventivo dei titoli di accesso in Unione Europea. Se infatti una persona non dotata del diritto di accedere in Europa sfugge ai loro controlli hanno l’obbligo di pagare un’elevata sanzione e di riportare la persona nel luogo da cui è partita. Ecco perché gli aspiranti richiedenti asilo non viaggiano in aereo, nonostante sia più sicuro e meno costoso delle migrazioni via mare o via terra.

L’episodio avvenuto a Ceuta nel maggio 2021 è esemplificativo degli effetti perversi della politica di esternalizzazione delle frontiere europee, sia per quanto riguarda l’esposizione dell’UE alle ritorsioni dei suoi gendarmi, sia per il mancato rispetto dei diritti delle persone migranti. Ma per comprendere i motivi della ritorsione del Marocco nei confronti della Spagna, è necessario fare un salto indietro, al Sahara Occidentale.

L’episodio di Ceuta: la questione saharawi

profughi saharawi
Donne nel campo profughi Saharawi “27 febbraio” di Tindouf, Algeria | Foto: United Nations Photo

Territorio desertico più vasto del Regno Unito, ricco di fosfati e affacciato sulle acque molto pescose dell’Atlantico, il Sahara Occidentale si trova tra il Marocco meridionale, la Mauritania settentrionale e l’Algeria sud-occidentale.

Possedimento spagnolo dal 1884, dopo la decolonizzazione avvenuta nel 1975, il Sahara Occidentale venne spartito dal regime spagnolo ormai in rovina tra Marocco e Mauritania, senza indire un referendum per l’autodeterminazione dei popoli, contravvenendo così alla risoluzione delle Nazioni Unite 15/1514 del 1960, come sottolineano le ricercatrici Maria Lopez Belloso e Irantzu Azkue.

Nel 1975 la popolazione del Sahara Occidentale, nota come Saharawi, ha dunque vissuto un’invasione bilaterale autorizzata, che ha costretto più della metà degli abitanti (165 mila circa) ad abbandonare le proprie terre per rifugiarsi, in gran parte, nei campi profughi vicino a Tindouf, città nel deserto algerino. Nel 1976 il Fronte di liberazione nazionale saharawi – comunemente chiamato Fronte Polisario – ha dichiarato una guerra di liberazione nazionale, che ha portato all’abbandono del territorio da parte della Mauritania nel 1979, episodio che ha tuttavia spalancato le porte alla presa di potere da parte del Marocco.

La guerra con il Marocco è proseguita fino alla tregua del 1991, anno in cui l’ONU ha inviato una missione speciale (MINURSO), con l’obiettivo di monitorare su un cessate il fuoco e indire un referendum per l’autodeterminazione del popolo Saharawi. Il referendum, però, non ha mai avuto luogo, a causa della ferma opposizione del Marocco.

Da allora il Regno governa sull’80% del territorio e sfrutta le sue cospicue risorse. Per proteggersi dal restante 20%, area desertica controllata dal Fronte Polisario, a partire dal 1981 ha costruito un terrapieno divisorio lungo quasi tremila chilometri, che ne fa il muro più lungo al mondo dopo la Muraglia cinese.

mappa sahara occidentale
In giallo il Sahara Occidentale controllato dal Marocco, in rosso la parte controllata dal Fronte Polisario. La linea fucsia è il muro. | Foto: Wikimedia Commons

Negli sviluppi più recenti della questione saharawi, vi è l’intervento statunitense dell’ex presidente Trump nel dicembre 2020, poche settimane prima di abbandonare la Casa Bianca. In cambio della normalizzazione delle relazioni con Israele, infatti, il Marocco si è visto riconoscere dall’ex Presidente – con conferma tacita da parte di Joe Biden – la sovranità territoriale sulla “province del Sud”, cioè il Sahara Occidentale. Questo riconoscimento internazionale ha di fatto legittimato la presenza e il controllo sul territorio saharawi da parte del Marocco.

L’episodio di Ceuta: ritorsioni all’UE e diritti dei migranti

Ed è anche forte di questo riconoscimento che, come raccontato dall’antropologo delle migrazioni marocchino Khalid Mouna nel settimanale francese L’Obs, il Marocco ha dato un chiaro avviso alla Spagna e all’Unione Europea tutta:

Il vostro solo alleato e gendarme nella regione [nordafricana atlantica, ndr] è il Marocco. Il Marocco può tenere chiuso il flusso migratorio perché non arrivi da voi, ma può anche aprirlo.

Come argomenta la ricercatrice Kelly Greenhill, il comportamento del Marocco si inscrive nel fenomeno da lei definito come uso delle “armi di migrazione di massa”. In questo modo, spiega, i migranti sono utilizzati “al posto delle bombe”, come vere e proprie armi, al fine di aumentare il potere contrattuale dell’attore che se ne serve sullo scacchiere internazionale.

È bene ricordare che, in nome dell’esternalizzazione delle frontiere europee, nel dicembre del 2020 l’Unione Europea ha approvato lo stanziamento di 389 milioni di euro a favore del Marocco, dei quali 101,7 sono specificamente dedicati a “supportare il controllo dei confini e combattere il traffico di esseri umani”

La ritorsione da parte del Regno nordafricano avvenuta nel maggio 2021 a Ceuta è dovuta al fatto che la Spagna, nelle settimane precedenti all’episodio, ha fatto espatriare dall’Algeria e ha curato Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario.

Dulcis in fundo, la maggior parte degli aspiranti richiedenti asilo che ha oltrepassato il muro di Ceuta è stata rispedita in poche ore in Marocco, privata dunque del diritto di non respingimento garantito dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati dei 1951 (art. 33) e del diritto alla disamina della richiesta d’asilo.

esternalizzazione delle frontiere europee
Ceuta | Foto: Nicolas Vigier

Superare l’esternalizzazione delle frontiere

Una battuta amara gira oggi in Marocco:

La Spagna per sentimento umanitario sta curando Brahim Ghali, e bene, il Marocco le invierà tutta l’umanità.

Il caso di Ceuta dimostra come la politica di esternalizzazione delle frontiere europee dia adito alle ritorsioni dei paesi terzi – come il Marocco scontento della condotta della Spagna sulla vicenda Ghali – e causi un “vuoto di tutela giuridica intorno ai migranti ed ai richiedenti asilo (anche potenziali) i quali non [hanno] concretamente la possibilità di accedere in un territorio legalmente e sostanzialmente sicuro” (ASGI, 2020: 18).

Come uscire dal doppio nodo causato dall’esternalizzazione? La tutela delle persone in transito non pare essere sull’agenda politica degli stati membri, che sembrano invece propensi a indurire ulteriormente la gestione del fenomeno migratorio. Si guardi a tal proposito la nuova legge passata in Danimarca, che ha l’obiettivo di esternalizzare verso paesi terzi la gestione delle sue richieste d’asilo, e che prevede che la persona vi rimanga anche in caso di riconoscimento dello status di rifugiato, senza quindi avere accesso in alcun modo al paese.

Quali saranno le prossime mosse dell’Unione Europea? Al momento, l’UE sembrerebbe intenzionata a sigillare i confini di terra e acqua, in stile USA – Messico. Un’alternativa, anche se difficilmente spendibile politicamente, potrebbe aprire i confini e potenziare finalmente il sistema di accoglienza, oltre a preparare una controffensiva “asimmetrica” nei confronti dei paesi terzi, cioè sui piani economici e politici.

L’ostacolo, come sempre, è politico e economico. Il discorso politico ha catalizzato l’attenzione sulla questione migratoria, per sviarla da altri problemi dell’Unione – e in generale del mondo occidentale: neoliberismo sfrenato, questione ambientale, aumento delle disuguaglianze. Dall’altra parte, potenti attori privati e pubblici internazionali hanno potuto arricchirsi notevolmente dal business dell’esternalizzazione delle frontiere europee.

Cosa resta di fatto? Che l’Unione Europea è ancora un attore fragile, incapace di mettere in atto una politica d’accoglienza efficace, incapace di opporsi alle logiche del potere e del denaro che caratterizzano la società globale, e in grado solo di scontentare (quasi) tutti sulla questione migratoria: europeisti pro-accoglienza, sovranisti gelosi della loro identità, e soprattutto aspiranti richiedenti asilo, respinti infrangendo il diritto internazionale.

Da tanti anni, infatti, gli unici attori che hanno realmente beneficiato di queste politiche sono stati i paesi gendarme (Turchia, Tunisia, Libia, Marocco) – o meglio alcune élite all’interno di questi paesi – nonché le aziende di veicoli e apparecchiature militari che hanno rifornito l’agenzia FRONTEX, così come la marina e gli eserciti degli stati terzi cooperanti.

È questa l’incarnazione di Europa in quanto “gruppo eterogeneo di persone mosse dagli stessi ideali: la pace, l’unità e la prosperità”, come i padri fondatori la sognavano?

Esternalizzazione delle frontiere europee: per approfondire

Bachir M. (2021). Espagne-Maroc : fausse crise migratoire, vraie crise diplomatique, Middle East Eye, ultimo accesso 9/06/2021.

Belloso, M.L. – Azkue, I.M. (2009). Le développement humain local dans les contextes de crise permanente : l’expérience des femmes au Sahara Occidental, Journal of Disaster Risk Studies, Vol. 2, No.3, December 2009

Greenhill, K.M. (2010). Weapons of Mass Migration – Forced Displacement, Coercion, and Foreign Policy, Cornell University Press: New York

Pietrobon, E. (2021). Dai Marielitos alla crisi di Ceuta: quando l’immigrazione è un’arma, InsideOver, ultimo accesso 23/06/2021

Saddiki, S. (2015). CAP 5 – The Wall of Western Sahara in World of Walls, In World of Walls : The Structure, Roles and Effectiveness of Separation Barriers. Open Book Publishers.

Torelli, S. (2018) La gestione dell’immigrazione vista dai paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, ISPI, Focus Mediterraneo Allargato n.8

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Geografo, si interessa di Mediterraneo e paesi arabi, che sono l’oggetto dei suoi studi e dei suoi articoli. È appassionato di storia delle relazioni internazionali, letteratura e sport. Nei suoi scritti presta particolare attenzione alle disuguaglianze sociali ed economiche.
14 Commenti
  1. Igor Bisson

    Il grosso limite di questo articolo è l'incapacità di valutare e capire le alternative e le conseguenze.L'esternalizzazione delle frontiere nasce dall'inadeguatezza delle leggi europee in rapporto a questo fenomeno migratorio. In base alle leggi vigenti: 1. tutti hanno il diritto di venire per fare richiesta di asilo 2. tutti hanno il diritto di venire ospitati fino al responso 3. tutti hanno il diritto a un trattamento umano. Da cui consegue che, in pratica, non si possono rimpatriare a forza. Non si possono trattenere in un centro per il rimpatrio etc.Nemmeno si possono cambiare poichè si parla di diritti umani e convenzioni internazionali. Quindi richiedono la stessa maggioranza di un cambio della costituzione.Questi diritti non sarebbero un problema se, come fino a 30 anni fa, arrivassero solo veri profughi e in basso numero, ma in base ai dati del ministero sappiamo che la maggioranza assoluta delle domande sono pretestuose e i numeri sono superiori alla capacità di assorbimento. http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/it/documentazione/statistica/i-numeri-dellasiloInoltre, i costi già miliardari e i numeri degli arrivi sono già proprio il risultato dei muri.Per questo l'unica scelta politica possibile è l'esternalizzazione.Adesso, ipotizziamo di togliere tale blocco come suggerisce l'autore.Facciamo arrivare in Europa incondizionatamente i migranti da Turchia, Libia, Marocco, Tunisia e Algeria. Anche solo in costi diretti, con i famosi 35 euro/g, quanto sarebbe il costo totale? Questo già chiarisce che i miliardi per bloccare i migranti in Turchia sono un affarone. Se a questo aggiungiamo l'impossibilità materiale di rimpatriare i futuri clandestini, la politica attuale diventa chiaramente una scelta obbligata.Ma la vera domanda è, se anche accogliessimo tutti, gli arrivi si fermerebbero o altri milioni accorrerebbero? Una risposta l'abbiamo già avuta nel 2016, quando i "salvataggi" internazionali nel mediterraneo hanno spinto centinaia di migliaia di altre persone (IOM ne stimava 700.000) a riversarsi in Libia, nazione in guerra, mettendo a rischio la loro vita. Questi numeri non sono stati la conseguenza di una guerra come in Siria o Afganistan, semplicemente perché dalla Libia nel 2016 i siriani e afgani erano pochissimi. Ancora oggi vediamo arrivare bengalesi, tunisini etc che non fuggono da nessuna guerra. Sono il risultato del pull factor che in molti si ostinano a negare.Ignoriamo questo aspetto e adottiamo in toto la "soluzione finale" e consentiamo l'arrivo dei migranti in aereo. Intanto, andrebbe chiarita la formula di questa proposta. Parliamo di un visto turistico? visto per "ricerca lavoro"? Tale visto non esiste in nessun paese del mondo, si è mai chiesto perché? Quante persone arriverebbero? A titolo indicativo, sappiamo che il crollo dell'Albania ha scaricato in Italia il 15% della sua popolazione. Quant'è il 15% di Africa e Asia? Che impatto avrebbero sul mondo del lavoro e sulla nostra società? L'autore si è mai chiesto perché nessun paese al mondo (incluso il vaticano!) consente l'immigrazione incondizionata?In parte è già stato sperimentato prima del 2001, prima della 51/2001. I "turisti" arrivavano, stracciavano il visto e si davano alla macchia. Un qualunque malato grave di un paese africano e asiatico lo potrebbe fare per farsi curare gratis in Italia. In Italia, dopo 60gg dalla presentazione della domanda di asilo, anche se pretestuosa, è anche possibile lavorare legalmente. È sostenibile? Che impatto avrebbe sul mercato del lavoro?È chiaro che gli arrivati poi terrebbero duro per qualche anno in attesa dell'ennesima sanatoria che, si sa, in Italia arriva sempre! Specialmente perché, se un clandestino si salva dal rimpatrio per 5 anni, è chiaro che i suoi figli direbbero "io mi sento italiano perché sono cresciuto in Italia". È esattamente quello che c'è scritto negli articoli di questo sito che omettono sempre di parlare dei genitori e del motivo per cui non hanno mai fatto domanda di cittadinanza. Ne consegue che un clandestino, se figlio di italiano della ius culturae, diventa inespellibile. Questo non accade neanche negli USA con lo ius soli che non protegge i genitori dall'espulsione.È chiaro che chi vive in quei paesi vorrebbe accedere allo stesso stile di vita degli europei. È un desiderio umano e comprensibile, ma ci sono troppe persone che lo vogliono in rapporto allo spazio disponibile. L'Europa NON sono gli USA di 100 anni fa, che non dava diritti (quindi non aveva costi) tranne la possibilità di cercare lavoro o colonizzare un grande territorio. L'Europa è l'opposto: chi arriva ha troppi diritti (sanità, alloggio, formazione etc), ma pochi o nessun dovere.L'autore si lamenta delle violazione del diritto di fare domanda di asilo (refoulement), ma è molto ingenuo. I diritti esistono perché sono garantiti dai doveri, pertanto non ci possono essere diritti senza doveri. La società è un contratto di mutua collaborazione che si basa sull'equilibrio tra dare e avere. Se si immettono troppe persone che chiedono diritti, ma non danno niente, il contratto si rompe e i diritti (sanità, formazione etc) non possono venire erogati nemmeno a chi prima ne aveva diritto. Nessuno ha ancora fatto caso alla privatizzazione della sanità e ai costi crescenti dei servizi?Chiaramente mi aspetto che venga citata la solita relazione della fondazione Moressa in cui si afferma che "migranti ricevono più di quello che danno". Il problema di chi l'ha scritto e di chi lo cita è che dice cose palesemente e colposamente FALSE. O meglio, cita dati veri, ma le conclusioni sono FALSE. Chiunque abbia letto anche solo poche pagine di "how to lie with statistics" è in grado di capire l'inganno: 1. si usano i numeri dei migranti regolari per giustificare gli irregolari. 2. i numeri considerano i contributi previdenziali come un'entrata invece che un accantonamento. Unito al fatto che solo una minima parte dei migranti incassa la pensione, ne consegue che, raggiunto l'equilibrio o scorporati i contributi INPS, i migranti prendono molto più di quello che danno. Anche intuitivamente è ovvio: i lavoratori con stipendi molto bassi non coprono neanche i loro costi sociali ed è noto che gli immigrati in Italia hanno i lavori più umili. 3. confonde persone per lavoratori. Un lavoratore dà un certo contributo all'economia. Invece l'arrivo di una persona è equivalente a immettere un disoccupato. La curva di Phillips dice che danneggia l'economia invece di aiutarla. La stessa ISPI ha scoperto che i regolari arrivano con un lavoro. Invece i profughi impiegano 15 anni a trovare un lavoro. Quindi sono sostanzialmente un costo netto. Quindi, non basta importare persone e regolarizzarle per aiutare il PIL. In altri termini, il mercato del lavoro non è in grado di assorbire tutte le persone, neanche in pochi anni, specialmente se non hanno competenze utili al nostro mercato. 4. un lavoratore non necessariamente dà un contributo realmente positivo all'economia. In estrema sintesi, se licenzio un lavoratore italiano in regola, pagato x e lo rimpiazzo con uno straniero precario e pagato x/2, Moressa dice che "lo straniero aiuta l'economia pari a x/2", ma la realtà è che l'effetto globale è stato che lo stato ha perso x/2, ma eroga servizi sociali per 2 persone. Basta cercare ricerche serie sul dumping salariale per capirlo.In conclusione, non basta lanciare un'idea per renderla una buona idea. Chi analizza questi fenomeno DEVE farlo senza PREGIUDIZI e CAPIRE cause ed effetti.

    • Filippo Marinoni

      Gentile Igor, grazie per il lungo commento all'articolo. Vedo questo commento colpevolmente in ritardo. Ma le contingenze dell'ultimo trimestre mi spingono a risponderle con una domanda, anche perché molte delle risposte agli interrogativi che lei pone non ce le ho, e anche per restare più contenuto. Cosa pensa dell'accoglienza dei 6 milioni di rifugiati Ucraini da parte dell'Europa avvenuta negli ultimi 120 giorni? La sta percependo come un'invasione? Lei personalmente o la sua città l'Italia intera sono stati privati materialmente di qualcosa, al fine di darlo a queste persone in fuga da una guerra? Io no, ho visto solo tanta solidarietà e, in maniera un po' meno "ingenua", ho visto che ci sono tranquillamente le risorse economiche e infrastruttrali per l'accoglienza massiva di persone molto più sfortunate di me e Lei. Allora forse noi dovremmo dibattere sul come mai a queste persone sì, è concesso entrare, e a quelle altre no: ma questa è un'altra questione, che lascerei da parte.Mi consenta di dirle - da studioso di studi migratori - , che tutti i "profughi" scappano da qualcosa. Lei mi dirà "non tutti da una guerra". Certo, c'è chi fugge dalla fame, dalla sete (si fermi a riflettere 30 secondi sul fatto che ancora nel 2022 c'è gente che muore di fame), dalle persecuzioni politiche o di qualsiasi tipo (religione, etnia, orientamento sessuale, etc.) e, già da anni, dagli effetti del surriscaldamento globale.Inoltre, siccome certamente lei sa cosa sono il colonialismo e il neo-colonialismo (e quindi le colpe di noi Europei e americani, insomma di noi bianchi, sullo stato della disuguaglianza sociale ed economica globale e sul mantenimento volontario della stessa), sappia che, se gli africani e gli asiatici, che lei cita, avessero tutto quello che noi abbiamo noi anche al loro paese, non avrebbero nessun tipo di "Pull factor" da parte dell'Europa, che non nego possa esistere, accanto a tutti i "Push factor" elencati sopra.Infine, e questo sarebbe davvero auspicabile nel mio "ingenuo" mondo ideale, sarebbe eccellente smettere di considerare le persone (e soprattutto i migranti-profughi) come degli asset economici convenienti o sconvenienti, ma solo come persone. Penso, infatti, che se nel 2022 siamo a livelli economici-tecnico-tecnologici tali da spedire navicelle su Marte (tramite compagnie private..), si potrebbe tranquillamente concentrare parte delle risorse per migliorare la condizione di vita di tutte le persone sul Pianeta (e sì, peraltro sono convinto che poi non verrebbero più a disturbare qua in Europa!).

  2. IB

    Gentile Marinoni, grazie per la risposta. Però, in onestà, ne sono stato un po' deluso. Il taglio della sua risposta ("un'invasione?") sembra quella di un talk show. Io avrei preferito un'analisi neutrale e tecnica, come ci si aspetterebbe da uno studioso. Lei scrive che non ha "molte delle risposte agli interrogativi che" ho posto, ma se non le ha un esperto di migrazioni, allora chi ha tali risposte? Comunque, in risposta alla sua domanda, io mi limito ad analizzare i numeri, lascio a lei gli aggettivi. Lei afferma che aver accolto 6 milioni di profughi ucraini in Europa non abbia avuto alcun impatto per l'Italia. La risposta è nei dati https://data.unhcr.org/en/situations/ukraine , https://www.interno.gov.it/it/notizie/crisi-ucraina-135619-i-profughi-giunti-finora-italia . La larghissima maggioranza dei profughi, 4.3 milioni, è stata accolta dalla Polonia, non dall'Italia. Quindi dovrebbe chiedere a loro se la loro vita è cambiata. Giusto? Riguardo l’Italia, gli ucraini sono la quarta comunità straniera, 235 mila persone, e sono loro ad aver assorbito buona parte dei profughi. Poi, in Polonia, gli ingenti costi per i campi sono stati sostenuti da EU, UNHCR e altre ONG. In generale, sull'accoglienza è ovvio che "There ain't no such thing as a free lunch". Il decreto Ucraina prevede un sostegno di 300euro/mese per ogni persona, poi ci sono i fondi per la scuola e per i mediatori culturali, giusto per citare i costi diretti. Per i salvataggi in mare, sappiamo che lo stato Italiano aveva messo a bilancio 5 miliardi. Da dove arrivano questi soldi? Chi li tira fuori? Spero non creda erroneamente che li tiri fuori l'EU, che poi saremmo sempre noi. Allora è evidente che se mette soldi da qualche parte, li sta togliendo da altro. Le cose di cui siamo stati materialmente privati sono diluite nell'immenso bilancio dello stato: è l'autobus in meno, è la settimana in più quando le dicono che l'esame che ha prenotato sarà tra 6 mesi etc. Senza negare che i primi problemi dell'Italia siano corruzione, mafia ed evasione fiscale, rimane che i problemi si sommano. Lei scrive che "a queste persone sì, è concesso entrare, e a quelle altre no". Le ricordo che le leggi in tema di immigrazione non sono cambiate. È stato creato solo un automatismo ( Decreto 14/2022 ) per le domande degli ucraini. Il motivo è chiaro: è evidente a tutti che l'Ucraina è in guerra. D'altro canto, le statistiche ( http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/it/documentazione/statistica/i-numeri-dellasilo ) dicono che la larghissima maggioranza degli sbarcati NON sono profughi, quindi non avrebbe senso applicare lo stesso automatismo. Ciò non toglie che tutti possano fare domanda di asilo. Gli esiti delle domande ci dicono che NON è vero che "tutti i profughi scappano da qualcosa". Chi ha diritto ad arrivare non lo decide né io né lei. Lo dicono le commissioni territoriali che, a norma di legge, valutano individualmente ogni caso e che già tengono conto di guerre, fame, sete e cambiamenti climatici (D.lgs. 130/2020). L'attesa dell'esito (cioè la mancanza di un automatismo) in effetti è un vantaggio per loro perché per l'art. 22 c. 1 D.Lgs. 142/2015, mentre sono ancora ospitati nei centri di accoglienza, possono lavorare legamente in attesa dell'esito, anche se sappiamo che la domanda verrà probabilmente rigettata. Infatti, l'allungamento dei tempi per il decreto di espulsione è proprio il motivo per cui gettano i documenti. Poi, è chiaro che tutti emigrano per qualche motivo. Pure io sono emigrato da molti anni. Ma c'è un confine tra legittimo e illegittimo ed è determinato dalla legge e questa ci dice che la maggioranza assoluta degli sbarcati non ha titolo per immigrare. Quello che chiede lei non è l'accoglienza di profughi, ma l'abbattimento incondizionato delle frontiere. Le ricordo che emigrare è un diritto. MA immigrare non lo è in nessuno stato del mondo, Vaticano incluso. Nemmeno si può accogliere solo sull'onda del senso di colpa per colonialismo e neo-colonialismo. Anche perché arrivano in maggioranza da Bangladesh, Tunisia, Egitto. Mi saprebbe dire quali sarebbero le nostre responsabilità coloniali e/o neo-coloniali in questi paesi? Inoltre, presumo che, visto il suo lavoro, avrà letto qualche saggio come "Does development reduce migration", M.Clemens, 2014, che analizza le dinamiche dell'emigrazione e la cosiddetta "gobba migratoria" che dice che i miglioramenti economici-sociali fanno da spinta all'emigrazione invece che frenarla. Dovrebbe già sapere che le risorse stanziate in Africa sono centinaia di miliardi di euro e l'Europa è ampiamente in cima. Lei scrive che vogliamo siano poveri, ma in effetti Apple, Amazon, Pfizer etc sarebbero molto più contenti di avere qualche miliardo in più di nuovi clienti. Nemmeno nessuno è preoccupato che diventino concorrenti. Nemmeno l’EU intera avrebbe abbastanza soldi per rientrare nel business dei microprocessori. L’Africa ha un gap troppo profondo da colmare per poter competere. È vero che i cambiamenti climatici stanno mettendo in difficoltà loro e noi, ma lei si focalizza solo su quello e omette di valutare l'impatto che ha per il territorio del Bangladesh avere il triplo della popolazione dell'Italia, ma metà della nostra estensione. Lo dice anche Stefano Paterna su questo stesso sito. Per concludere, possiamo tranquillamente discutere cosa sia giusto fare, moralmente ed eticamente, ma se la discussione parte da falsi presupposti, allora lei si è messo su uno "slippery slope".

    • Filippo Marinoni

      Gentile Bisson, grazie a lei per la lunga replica e le sue rimostranze. Prima di iniziare a rispondere vorrei chiarire che pur essendo un esperto in tema di società, politica e migrazioni in particolare nella regione mediterranea, è per onestà intellettuale che le dico che a molte sue domande del primo commento "non so rispondere". Un po' perché alcuni interrogativi erano molto ambiziosi ed esigerebbero delle tesi di laurea - al termine delle quali non è per nulla detto che si abbiano le risposte - e un po' perché nessuno ha la palla di vetro per prevedere quello che lei chiedeva riguardo a potenziali situazioni future. Colgo l'occasione per ricordarle di diffidare di chiunque le proponga soluzioni semplici a problematiche così complesse (partiti politici in primis). E anche che un sano "non lo so" lo diceva anche Pierpaolo Pasolini. Secondariamente, non seguo i talk show in televisione. Il tema dell'"invasione", purtroppo -visto che come sottolinea lei è una parola grottesca - è la retorica politica legata all'immigrazione di alcuni (se non tutti!) partiti italiani ed europei. Di conseguenza, le chiedo di avere più fiducia in me e di non attaccarmi a quello che le sembra il primo pretesto buono ;). Ma veniamo a noi, la mia risposta al suo primo lungo commento, anche per i motivi appena elencati, era allo stesso tempo provocatoria (ma nel senso proattivo del termine!) e mirante a spostare l'attenzione sulla globalità e sulla filosofia del fenomeno migratorio che coinvolge la nostra Unione e il nostro Mare, in modo da non essere troppo noioso o accademico e permettere a chi legge la nostra corrispondenza di non perdere entusiasmo. Non mi è andata bene, provo altrimenti. Questa volta, prima di tutto contesterò un paio di cose su cui sono fortemente in disaccordo nel suo secondo commento e concluderò ponendo un interrogativo (che è quello che insegnano a fare ai ricercatori, porre questioni invece di dare risposte a ogni costo). 1) Non sono per nulla d'accordo nel suo semplice calcolo "5 miliardi destinati a salvare gente nel Mediterraneo = un autobus in meno / una visita prenotata più in ritardo". E di questo mi sono stupito nel leggerlo scritto da lei, che mi sembra davvero sul pezzo. Questo è utilizzare una retorica semplicistica, che mette in diretta relazione argomenti, questioni, problemi che non c'entrano assolutamente nulla. Ed è davvero tipico della nostra politica. Il mio metodo di studio, invece, è tipo post-strutturalista foucaultiano, cioè vedo dove la retorica / narrazione troppo semplice si inceppa e vado a vedere cosa si nasconde. In questo caso, si potrebbe fare un elenco sterminato di motivazioni più attinenti al perché e al per come un autobus arriva in ritardo o una visita è (gravemente) posticipata di 6 mesi. Ma mi sembra davvero incredibile metterlo in relazione al budget stanziato per recuperare gente che annega in Mare. Quello che forse voleva comunicare è che se fosse lei a poter decidere, dei circa 1000 miliardi che l'Italia mette nella voce spesa della legge di bilancio, non ne dedicherebbe 5 per cercare di contribuire a salvare i migranti che ogni giorno cercano di raggiungere in questa maniera l'EU? Legittimo. 2) Sono fortemente in disaccordo sul fatto che se i paesi a basso reddito sviluppassero un'importante classe media, allora tutti sarebbero nuovi clienti Apple, Amazon, etc. Infatti il capitalismo di oggi (parassitario come direbbe Bauman) non può permettersi che il costo del lavoro si alzi, deve abbatterlo, stritolarlo, se no la materia finita costerebbe molto di più e in molti meno potrebbero permettersi l'acquisto. È il motivo per cui molti brand hanno delocalizzato dalla Cina al Vietnam, per esempio, dove ancora si paga poco per la manodopera. Il labour cost è la chiave di volta del profitto nella catena del valore. Se il costo per produrre un bene si alza, il suo prezzo aumenta vertiginosamente e questo vale per qualsiasi manufatto prodotto in paesi dal basso costo del lavoro e rivenduto nei mercati occidentali (più le varie élite globali) - pensi alle catene Zara, Decathlon, per rimanere sul very low cost; ma funziona uguale per Nike e soprattutto gli Iphone / Android, che costerebbero migliaia e migliaia di Euro se tutti i lavoratori delle miniere di koltan e cobalto della RDC venissero retribuiti giustamente e avessero gli stessi diritti dei lavoratori in paesi a medio-alto reddito.3) Inoltre, e anche qui mi stupisco, lei fa un equazione non troppo velata tra quello che è legge e quello che è giusto, cioè, come direbbe Leoluca Orlando, tra il Diritto e i diritti. Anche qui, mi permetto di metterla sul chi va là: non tutto quello che è giusto è lecito e non tutto quello che è illecito è ingiusto. Il Diritto stesso è in costante mutamento ma spesso è in forte ritardo nel normare il Giusto. Inutile elencare tutti i casi di discrepanza tra legge e giustizia: limitiamoci alle arcinote leggi fascistissime del '25, le leggi razziali del '38. la parità tra i coniugi arrivata nel '75, la legge sull'aborto del '78, le unioni civili nel 2016... Cosa ci diremo nel 2030? E nel 2100? Occhio anche alla categorizzazione usata nelle statistiche ufficiali o dei concetti da lei citati: cosa è guerra e cosa no? L'Ucraina, certo; e basta? La Siria? Le guerre civili? I narcotrafficanti che di fatto detengono il potere in una data regione? I regimi autoritari non fanno la guerra al proprio popolo? E chi non è in guerra ma desidera migliorare la propria condizione di vita, non può migrare se è di un paese a basso reddito? Noi italiani, invece, possiamo andare tranquillamente in Svizzera a guadagnare 4 - 5 volte quello che offre l'Italia? Di nuovo, io pongo solo interrogativi critici, poi sta a ognuno valutare.Insomma, non sono certo qui per convincerla di qualcosa, ma quello che mi auguro è di stimolarla ad essere molto più critico nei confronti di argomenti, categorie, narrazioni semplici e tagliate con l'accetta (come gli attuali confini dell'Africa, che sì, pongono ancora molti problemi!), proposti dai principali media e partiti di destra e di sedicente sinistra. Ecco che la lascio con la questione che sarebbe il punto di partenza di una nostra eventuale, sicuramente proficua discussione: Non reputa anche lei che oggi migrare (andare da uno Stato all'altro) in maniera sicura (cioè senza rischiare di morire, ferirsi, cadere nelle tratte, ecc.) dovrebbe essere un diritto umano (e come tale, universale - quindi senza riguardo dalla nazionalità)? Bene, io, che come lei ho migrato, penso che sia sacrosanto poter arrivare in un posto per qualunque motivo in maniera sicura. E se io ho potuto e posso farlo oggi, è solo grazie al mio passaporto italiano che è fortissimo, allo Stato in cui sono nato che mi ha permesso di studiare e di fare amici in tutto il mondo, al lavoro che ho potuto trovare all'estero grazie alle mie competenze e alla mia rete di contatti; insomma non da presupposti che mi sono meritato, ma da favori che mi sono stati assegnati nascendo in questa porzione di mondo. Questo migrare, dunque, non è più solo un mio diritto, è di fatto un mio privilegio. Poi, avendo viaggiato ed essendo diventato molto sensibile alle disuguaglianze all'accesso dei principali diritti (dall'educazione alla sanità, al viaggio, alla realizzazione dei propri desideri) penso che in questo momento la società globale sia profondamente ingiusta verso una grande parte della sua cittadinanza, e che l'Europa possa fare molto meglio nell'appianare queste disuguaglianze (anche iniziando dal garantire una safe migration). Chiudo: nella società attuale tutto è interconnesso, quindi per diventare esperti di migrazioni, è imprescindibile occuparsi dei molti volti controversi della nostra società; pertanto, ecco le letture che porto alla sua attenzione, magari le conosce già tutte. Davvero illuminante, a mio avviso, che risponderebbe anche alle sue domande riguardo Egitto e Tunisia (e in genere tutta l'area MENA) è "Lineages of Revolt" di Adam Hanieh. Per quanto riguarda l'economia delle migrazioni - e in particolare l'impatto che si stima che i migranti (anche non qualificati) abbiano sull'economia di uno Stato -, ci sono davvero molte fonti e forse potrebbe dare un occhio all'articolo Les immigrés, fardeau ou manne économique? di De Blic. Inoltre per quanto riguarda le strategie che la classe dominante utilizza per mantenere i propri privilegi le consiglio di appassionarsi al sociologo francese Pierre Bourdieu. Naturalmente, Michel Foucault è da prendere in considerazione per capire come mai "sapere è potere". Sempre a cavallo tra economia e sociologia qualsiasi libro di Zygmunt Bauman descrive con lucidità la nostra società fluida e i suoi paradossi. Per saperne di più sulle questioni legate al mondo arabo-mediterraneo c'è Samir Amin. Per le critiche allo sviluppo iper capitalistico c'è Amartya Sen, Paul Krugman, Joseph Stiglitz, Banerjee e Esther Duflo (tutti e cinque premi Nobel per l'economia). Tutti questi grandi autori ragionano sulle grandi disfunzioni del mondo, tra cui lo squilibrio nell'assegnazione del diritto a migrare.

      • IB

        (1/8) Gentile Marinoni, grazie la risposta. Questa discussione, idealmente, dovrebbe vertere sulle conseguenze di alcune ipotesi (es. l'apertura incondizionata delle frontiere). In realtà, è arenata sull'analisi del presente. Lei si dice "fortemente in disaccordo", ma ritengo che non abbia seguito il filo discorso. Lei inizialmente mi chiedeva se "Lei personalmente o la sua città l'Italia intera sono stati privati materialmente di qualcosa? Io no". Le ho risposto che le uscite ci sono e lo ha ammesso anche lei. Quindi, a meno di non ipotizzare qualche intervento divino, se spende soldi per qualcosa, vuol dire che li sta togliendo altrove. Infatti, ha omesso di rispondere alla mia domanda "Da dove arrivano questi soldi? Chi li tira fuori?". Invece, nella sua risposta successiva, certa di spostare il discorso dal "cosa", al "perché", ma NON è quello di cui lei aveva iniziato a scrivere. Eticamente, io non ho niente da obiettare se lo stato investe soldi per aiutare le persone, ma non prendiamoci in giro dicendo che questo non ha alcun costo né impatto. Lei argomenta la sua risposta in due modi: "elenco sterminato di motivazioni più attinenti", ma questo è solo "benaltrismo" e io avevo già scritto che "i primi problemi dell'Italia siano corruzione, mafia". Quindi non dimostra che non sia un problema, ma solo che non è il più rilevante. Comunque vada, i problemi si sommano. Le uscite sono certe e impattano sul bilancio, invece le mancate entrate sono ipotetiche. Non è possibile usare i soldi mancati dell'evasione per pagare alcunché. Il secondo argomento, "1000 miliardi che l'Italia mette nella voce spesa della legge di bilancio", tenta di minimizzare il costo in rapporto al bilancio dello stato, ma è assurdo minimizzare l'impatto di tale cifra. A titolo di esempio, il reddito di cittadinanza, destinato a un milione di famiglie, è costato poco di più, intorno ai 7.2 miliardi/anno. Dimostrazione che è una cifra enorme che consente di fare tantissime cose. Quindi, la cifra destinata all'immigrazione non sono briciole che non avrebbe impatto se usata diversamente. Quindi, in sostanza, lei è "fortemente in disaccordo", ma non ha fornito alcun argomento a sostegno del fatto che l'immigrazione non abbia alcun impatto.

        • IB

          (2/8) La seconda questione su cui è "fortemente in disaccordo" è l'impatto del capitalismo sulla condizione economica dei paesi di partenza. Come prima, partirei dal fatto che la sua affermazione era "sul mantenimento VOLONTARIO della stessa". La sua visione è molto stereotipata. Ben lungi dal difendere incondizionatamente il capitalismo, ma nemmeno si può parlare di un piano per mantere gli stati in condizione di semi-schiavitù. In effetti, nel capitalismo c'è una esasperata ricerca della minimizzazione dei costi e massimizzazione dei profitti ed è chiaro che ha spesso conseguenze nefaste, ma le dinamiche sono molto più complesse. Innanzitutto, in teoria, dovrebbe dimostrare il legame tra sfruttamento e spinta migratoria e, con una discreta mancanza di originalità, cita ancora una volta la questione del coltan (con la C perché sta per columbite–tantalites), ma in effetti non sbarcano congolesi, ma tunisini, bengalesi ed egiziani. Schiavizzano congolesi, ma sono i bengalesi a scappare? Butterfly effect?

          • IB

            (3/8) In alternativa, quale sarebbe il "coltan" tunisino, egiziano e bengalese che ruberemmo? Lei afferma che "il labour cost è la chiave di volta", ma rimane che il "made in Africa" è praticamente inesistente. Quindi non c'è correlazione tra il motivo che adduce e i migranti che sbarcano. I minatori del Congo sono più un'eccezione che la regola. Per completezza, vale la pena fare qualche chiarimento sulla questione del Congo. Lei dice che, se pagassimo di più coltan e cobalto, i cellulari "costerebbero migliaia e migliaia di Euro". È così? Un cellulare contiene 6.6g di cobalto che costa 0.05046 $/g. Se anche decuplicassimo il valore del cobalto, questo inciderebbe solo 3 dollari su ogni cellulare. Infatti, in un Galaxy S20 Ultra (1300€) la batteria ha un costo di $5.87 Allora penserà che, visto l'impatto limitato, sarebbe doveroso farlo, ma è non è così semplice. Innanzitutto, secondo Amnesty ("Democratic Republic of the Congo: Time to recharge: Corporate action and inaction to tackle abuses in the cobalt supply chain"), Apple e Samsung già usano "misure adeguate" per l'approvvigionamento etico delle risorse. Da questo report vediamo che sono proprio le aziende cinesi (Zhejiang Huayou Cobalt Co) a controllare l'estrazione. Ignoriamo questo aspetto e decuplichiamo il costo di cobalto e coltan, funzionerebbe? In effetti, no. L'Africa non ha le uniche miniere al mondo. Australia, Canada, Venezuela, Cuba etc hanno cobalto e coltan in abbondanza e l'estrazione avviene con tecniche moderne, non a mano. Se il prezzo del cobalto africano decuplicasse, non sarebbe competitivo con quello australiano. C'è una tendenza consolidata ad accusare l'occidente dei problemi dell'Africa, ma dovrebbe essere evidente che il suo problema è l'arretratezza, l'assenza di infrastrutture, la mancanza di capacità manufatturiera che la rendono completamente dipendente dalle importazioni.

          • IB

            (4/8) L'instabilità politica non la rende attraente per gli investimenti dall'estero, come dimostra la chiusura della fabbrica Calzedonia in Etiopia per la guerra. I prezzi bassi della manodopera sono in effetti l'unico motivo per dar loro da lavorare, ma se "venissero retribuiti giustamente e avessero gli stessi diritti dei lavoratori in paesi a medio-alto", lo si farebbe in Europa e non avrebbero neanche quello. Perché pagare qualcosa allo stesso prezzo di una fabbrica italiana, per poi pagarci pure il costo del trasporto in Italia? Questo si ricollega direttamente alla mia primissima critica: "Il grosso limite di questo articolo è l'incapacità di valutare e capire le alternative e le conseguenze". Dalle sue parole traspare un certo disprezzo per i capitalisti, ma dal mio punto di vista avete una discreta convergenza di intenti, specialmente in relazione alla libertà incondizionata di migrazione. I motivi sono molteplici. Io mi ricordo quando lavoravo ancora in Italia e cominciarono ad arrivare i primi operai rumeni. Questi, appena assunti, comprarono macchine costose e tornarono in patria per mostrare il successo che avevano ottenuto. Quando mi spostai in Irlanda, paese con un recente passato poverissimo, cui è seguito il boom economico, ho notato come molte macchine che in Italia erano vendute a due volumi (più economiche e pratiche da parcheggiare), in Irlanda erano vendute a 3 volumi (più appariscenti). Questi aspetti non sono solo impressioni, sono assiomi ben noti a chi lavora nel marketing per cui chi non ha niente ed esce dalla povertà ha una propensione alla spesa molto superiore a chi è già relativamente benestante. Inoltre, la mobilità incondizionata incrementa la competizione salariale. I migranti, almeno inizialmente, non sono lavoratori, ma disoccupati. È il famoso "esercito industriale di riserva" di Marx, ma su scala globale, con livellamento dei salari alla media mondiali, cioè quasi niente. A titolo di esempio, io cerco periodicamente persone altamente qualificate per il mio team: ingegneri, economisti, analisti etc. Ogni volta che pubblico un annuncio, riceviamo migliaia di CV da India, Pakistan, Cina etc Comunque, i regolamenti dell'istituzione per cui lavoro vincolano l'assunzione alle persone dotate di permesso di soggiorno di lunga durata. Quando faccio il colloquio ai pochi dotati di permesso di soggiorno, sono sistematicamente disponibili a lavorare a stipendi che sono meno della metà di quelli previsti. Essendo un'istituzione sovranazionale, gli stipendi sono regolati per legge e non per contrattazione, ma l'impatto dell'immigrazione incondizionata sarebbe il sogno di qualunque industriale.

          • IB

            (5/8) Sulla questione del "Diritto e i diritti", prendo atto che, secondo lei, la legge è giusta se dice che hanno il diritto di arrivare, ma è sbagliata se dice che vanno rimpatriati. È una posizione coerente? Ancora una volta, è una questione di seguire il filo della discussione. La sua affermazione iniziale era che "tutti i profughi scappano da qualcosa". Chiaro che è vero se ci limitiamo ai pochissimi veri profughi (circa il 14%), ma rimane il fatto che l'amplissima maggioranza si muove per motivi economici. Non è un pregiudizio italiano, lo confermano UNHCR e IOM. È vero che le leggi, per loro natura, sono solo una approssimazione della realtà, ma comunque definiscono un criterio e un punto di partenza. Possiamo anche essere contrari, ma finché sono in vigore, si rispettano. Che ci piaccia o meno, al momento arrivano futuri clandestini che, per definizione, non possono che danneggiare l'economia e la società. Le cose stanno così perché l'immigrazione incondizionata non è consentita nè in Italia, nè in un qualunque paese del mondo, Vaticano incluso. Quindi, necessariamente, deve esistere un criterio per discriminare chi può arrivare da chi non può. Lei, anziché affrontare la discussione su tale criterio o i motivi per cui dovrebbe essere sempre possibile ("diritto di migrare"), porta il falso argomento della discriminazione, come se a lei fosse consentito ("possiamo andare tranquillamente in Svizzera", "passaporto italiano che è fortissimo") e a "loro" no, ma in effetti le cose NON stanno così. Un italiano NON può decidere arbitrariamente di andare a lavorare in Svizzera legalmente. Ho amici che ci hanno tentato inutilmente per anni. Il nostro passaporto è "fortissimo", ma solo per TURISMO. Le sembra che quelli che sbarcano siano turisti? È vero che io possono andare a visitare facilmente USA, Canada, Australia etc, ma provare a lavorarci e una questione MOLTO differente. Addirittura, anche la famosa libertà di movimento in EU non è totale. Diversi paesi come Romania e Irlanda non sono dentro Schengen. Quando sono andato in Irlanda, per poter avere il PPS number (il loro codice fiscale), ho dovuto esibire il contratto di affitto e di assunzione per rassicurarli che avrei pesato sul loro welfare.

          • IB

            (6/8) "E"migrare è un diritto umano, ma "I"mmigrare non lo è. Si è mai chiesto il perché? Il motivo è semplice e lo scrivevo nel mio primo commento. Ci sono troppe differenze tra Europa e Africa e Asia. Troppe persone vogliono venire. Non si tratta di poche migliaia, ma di parecchi milioni di migranti. Decine di migliaia di bengalesi tentano di arrivare in Italia anche pagando 8-10.000$, considerata la popolazione del Bangladesh (165mln), se fosse sufficiente pagare 400$ di biglietto aereo, quante persone arriverebbero? Che impatto avrebbero sul mondo del lavoro? I veri limiti della mobilità incondizionata sono evidenziati dalla sostenibilità del welfare. A riguardo, credo che la sua risposta fosse di leggere l'articolo di Damien de Blic. Gli argomenti portati sono i soliti: "ils tendent à occuper des emplois qui ne sont pas occupés par les autochtones", "En ce qui concerne l’impact de l’immigration sur le système de retraites", "Expulser, ça coûte cher!" ,"mais bien par une augmentation de la taille du gâteau". Allora diamo un'occhiata a questi stessi argomenti, con i numeri dell'economia italiana. Sole24ore "Immigrati: il rapporto costi-benefici è positivo per l’Italia" Totale entrate 18,7, totale uscite 16,6 = 2,1 miliardi di euro di saldo a favore. Tutti contenti? In effetti, no. 11,5 miliardi sono di contributi previdenziali. Queste non sono tasse, ma una specie di prestito non diverso dai titoli di stato e con tassi di interesse molto alti. I conti sono vantaggiosi solo fin tanto che gli immigrati non vanno in pensione. Quando inizieranno a farlo, il saldo diventerà negativo per 9,4 miliardi/anno. Lei mi vende una macchina che vale 16,6. Io la pago 18,7 , ma le dico che tra qualche anno 11,5 di questi soldi me li dovrà ridare con gli interessi. Chi ci sta guadagnando? Inoltre c'è una bugia che rende tutto il discorso pesantemente viziato: si cerca di giustificare l'arrivo di migranti dall'Africa e dall'Asia mostrando il saldo apparentemente positivo degli stranieri, ma è profondamente forviante. In questi conti della Moressa, "straniero" mette insieme il dirigente tedesco della Siemens e lo sbarcato bengalese. È chiaro che queste due persone non hanno niente in comune. Il grosso dei contributi economici è dato da migranti regolari rumeni.

          • IB

            (7/8) La maggioranza assoluta degli sbarcati è destinata a diventare un irregolare. Questi, per definizione, non possono dare alcun contributo positivo. Una piccola parte otterrà il permesso di soggiorno, ma questi mediamente, in tutta europa, impiegano 15 anni a trovare lavoro (ISPIONline, "MIGRANTI: LA SFIDADELL’INTEGRAZIONE", pag 28). Quindi nemmeno loro ripagheranno mai il loro costo. Solitamente, in risposta a questo aspetto, mi sento rispondere di applicare il modello tedesco (ilpost.it "Cinque anni fa la Germania accolse un milione di rifugiati. Com’è andata?") e sono d'accordo che quando si decide di accogliere dei profughi, occorre anche investire parecchio per una reale integrazione. Però non è sufficiente. Innanzitutto, pur senza negare i grossi risultati ottenuti, a distanza di 5 anni, non sono ancora rientrati dell'investimento. Poi non è una soluzione realmente generalizzabile perché occorre capire le differenze. La più importante è che "l’80 per cento dei rifugiati aveva un lavoro qualificato nel proprio paese d’origine", aspetto che non si applica ai nostri sbarcati. Infatti, se guardiamo agli indicatori dell'integrazione degli stranieri in Italia, sono sconsolanti. Gli stranieri sono ampiamente sovrarappresentati in qualunque statistica "negativa": i minori stranieri commettono quasi il 50% di tutti i reati commessi dai minori (Ministero dell'interno, DIPARTIMENTO DELLA PUBBLICA SICUREZZA, "I MINORI NEL PERIODO DELLA PANDEMIA", pag. 19), gli adulti non sono da meno, il 32,4% dei poveri assoluti sono stranieri etc. Non è un caso che subito dopo l'arrivo dei siriani, la Germania sia diventata la promotrice dell'accordo con la Turchia per il blocco dei migranti. Perché l'hanno fatto? Evidentemente hanno cercato di fare quello che lei sistematicamente si rifiuta di fare: provare a immaginare l'effetto a breve, medio e lungo termine delle proprie scelte. Non è vero che serve la palla di vetro. Io quotidianamente lavoro con modelli di analisi predittiva. Ce ne sono in diversi campi, incluse le migrazioni. Già citavo lo studio di M.Clemens e la "gobba migratoria". Se prende questo stesso studio e lo applica a tutte le diverse economie del mondo può stimare empiricamente il numero dei potenziali migranti in un futuro prossimo.

          • IB

            (8/8) Sappiamo che in Turchia, Libia, Marocco, Algeria e Tunisia si sono accumulati diversi milioni di migranti che stanno tentando di entrare in Europa. Sarebbe così irragionevole pensare che, in caso di apertura incondizionata delle frontiere, la totalità di queste persone arriverebbe in Italia nel giro di poche settimane? Questo si collega al suo suggerimento di leggere "Lineages of Revolt" di Adam Hanieh, ma io non ho alcun dubbio sui motivi per cui queste persone vogliano emigrare. Il punto non è quello che vogliono loro e i loro motivi più o meno validi, ma quello che possiamo fare noi e la conseguenza di tali scelte. Mi sembra decisamente troppo opportunistico auspicare l'apertura delle frontiere e contemporaneamente dire che non si ha idea di quali sarebbero le conseguenze. Lei chiede "di avere più fiducia" in lei, ma credo che sbagli profondamente a pensare che sia il giusto modo di procedere. La peer review consiste proprio nell'opposto: è l'impossibilità di trovare errori nel lavoro del interlocutore che ne dimostra la qualità. Occorre un approccio costruttivamente critico, non la fiducia. Le domande servono proprio a mettere in luce le lacune e le incongruenze. Ometterne le risposte (es. da dove arrivano i soldi per pagare il sistema di accoglienza?) evidenzia una lacuna nelle sue argomentazioni. È legittimo non sapere tutto, ma se chiedesse a un ingegnere se la sua casa che sta costruendo resterà in piedi per i prossimi 50 anni e questo le rispondesse "non so rispondere", cosa penserebbe di questo professionista?

  3. IB

    Non mi avete pubblicato 2 commenti che sono attinenti alla discussione, ben motivati, senza offese. Nel mio lavoro io imparo molti di più da chi la pensa diversamente da me. Limitarsi a discutere con chi la pensa allo stesso modo accade solo nelle dittature. Voi come la pensate?

    • Davide Fracasso

      Ciao Igor, nessuna censura, i commenti che danno un contributo positivo senza offese o discriminazioni vengono pubblicati. Ci abbiamo messo un attimo di più a moderarli. Buona giornata

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