L’Ucraina e le guerre dimenticate | Intervista a Emanuele Giordana, direttore di Atlante delle guerre8 min read

23 Giugno 2022 Mondo -

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Geografo

L’Ucraina e le guerre dimenticate | Intervista a Emanuele Giordana, direttore di Atlante delle guerre8 min read

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Con l’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo del febbraio 2022, l’attenzione dei media italiani e occidentali si è principalmente riversata sulle sorti di questo conflitto. Nel giro di poco tempo, le principali testate giornalistiche, agenzie e presto anche l’opinione pubblica hanno cominciato a occuparsene in maniera sempre più dettagliata, distogliendo di fatto l’attenzione da altri temi nazionali e internazionali.

Senza nulla togliere alla tragicità e alle gravi conseguenze dell’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo, è importante ricordare che molti altri conflitti o situazioni di tensione che possono sfociare in conflitto sono presenti oggi al mondo, nonostante l’attenzione dei media mainstream li trascuri completamente. Molti di questi sono in corso da anni, con serie conseguenze per le popolazioni locali e sulle relazioni a livello globale.

Per fare il punto della situazione, ho avuto il piacere di intervistare Emanuele Giordana, giornalista e freelance da 40 anni, saggista e geografo esperto di conflitti, fondatore di Lettera22 e direttore editoriale di atlanteguerre.it.

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Filippo Marinoni: Possiamo notare che, da mesi, tantissima attenzione è dedicata al conflitto in Ucraina. Come mai i nostri media principali oggi tendono a trascurare tutto il resto?

Emanuele Giordana: I riflettori della cronaca si accendono quando ci sono le violenze, la morte, gli scontri geopolitici, ma poi si passa nell’oblio. Questo, però, significa avere una visione del mondo intermittente: passare da una guerra all’altra senza riflettere.

Ora, se il giornalismo è solo racconto, allora può anche funzionare. Ma, secondo me, il giornalismo deve essere anche un tentativo di dare una chiave di lettura, di capire i meccanismi che portano ai conflitti, oppure quelli che potrebbero aiutare un paese a uscire da una crisi.

E l’Ucraina, che è in conflitto da 8 anni, è stata seguita in maniera intermittente: dopo piazza Maidan, dopo i primi scontri in Donbass nel 2014, quell’area del mondo è stata abbandonata, per seguire l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia. Queste situazioni di crisi non solo continuano anche se non sotto i riflettori, ma possono anche portare a nuovi conflitti.

Ecco perché ho iniziato l’esperienza dell’Atlante delle Guerre, dove il focus è di tenere l’attenzione attiva negli anni e di dedicare a ogni guerra lo stesso spazio. Le guerre per noi sono tutte uguali, io come giornalista sono imparziale ma non sono neutrale. Nell’Atlante, la prima cosa che dichiariamo è che noi siamo dalla parte delle vittime.

FM: Concentrarsi interamente sul conflitto in Ucraina può essere parte di un progetto politico per creare tensione e conflittualità?

@wikipedia – Emanuele Giordana

EG: È difficile dire se vi sia una strategia politica che punti a trascinarci nel conflitto. Possibile che si siano riaccese nei giornali le velleità patrie e belliciste. Al netto del fatto che c’è sicuramente un’operazione di propaganda, arma fondamentale della guerra, mi sembra che ci sia una malattia del giornalismo italiano, che prende la notizia del giorno (quale che sia) e punta tutti i suoi riflettori su quella: un modo un po’ voyeuristico di guardare il mondo, che alimenta questa intermittenza anche nel pubblico.

La stampa, i media, la televisione hanno una funzioneeducativa”, creano consenso e attenzione.

Tutti siamo intermittenti nella vita; se per di più la stampa mainstream (tv, radio…) ci parlano solo di una cosa, è chiaro che la nostra attenzione si focalizza lì.

Questo non corrisponde sempre al paese reale, se è vero che mentre il nostro Governo decide di inviare le armi all’Ucraina e i giornali sostengono questa posizione, la grande maggioranza degli italiani non è d’accordo con questa scelta, per tutta una serie di motivi.

In ogni caso, l’attenzione è dovuta al fatto che è una guerra europea, una guerra vicina, obiettivamente c’è il rischio di un’espansione del conflitto, perché ci sono riflessi sulla nostra economia e sui problemi sociali (prezzi dell’energia e del cibo che aumentano). Dunque, ci sono dei buoni motivi che giustificano tutta questa attenzione. Poi sicuramente c’è anche un’operazione di propaganda, anche se è difficile da leggere adesso… Magari lo sapremo tra qualche anno quando saranno desecretati dei documenti e ci capiremo di più!

FM: Quali sono i conflitti “altri”, quelli oggi trascurati dai media mainstream, ma con conseguenze molto gravi?

EG: Tutti i conflitti africani. A cominciare dalla Libia, a quelli apparentemente minori come quelli del Sahel e in particolare quello in Mali, che vede susseguirsi colpi di Stato, missioni militari occidentali che falliscono e l’arrivo dei mercenari della Wagner.

Poi, certamente, il Tigray (Etiopia), conflitto che non stiamo più seguendo. Così come non stiamo seguendo le grandi crisi umanitarie internazionali come la siccità e la mancanza di cibo (per esempio in Somalia e Madagascar), che sono tra le concause di possibili scenari conflittuali o migratori.

Non dimentichiamo la Repubblica Democratica del Congo, dove noi abbiamo visto l’attenzione italiana focalizzarsi per una settimana dopo la morte del nostro ambasciatore Luca Attanasio. Ma lì è un conflitto continuo. E poi ancora il Sudan, il Sud Sudan e il Ciad…

Per non parlare, poi, degli scontri politici e militari tra Marocco e Algeria sulla sorte dei saharawi; un conflitto messo da parte, quasi vissuto con fastidio.

Per quanto riguarda l’Africa, il problema generale è che ce ne occupiamo soltanto per la questione delle migrazioni, senza preoccuparci dei motivi per i quali la gente scappa dal paese. La gente non va mai via volentieri dal suo paese. Scappa a causa di una guerra conclamata con l’impiego di armi pesanti o di un conflitto di bassa intensità o sociale (come in Libano o in Salvador), che può a sua volta sfociare in una guerra civile o con un altro Stato.

Il Medio Oriente è un’area che la stampa italiana e occidentale segue soprattutto per la situazione in Palestina, che è gravissima; ma lì c’è di tutto. Si pensi appunto al Libano, alle tensioni sociali e alla sua gravissima crisi economica dopo l’esplosione del porto di Beirut. Poi la Siria, con la situazione dei curdi, oltre ai bombardamenti continui dal 2011. Lo Yemen vede da anni combattersi sul suo suolo una sanguinosa guerra per procura tra Iran e Arabia Saudita. l’Iran e l’Iraq, poi, sono situazioni di conflitto continuo.

Spostandosi a est, vi è l’Afghanistan. Qui la buona notizia è che la guerra è finita, ma la condizione economica disastrosa è il grave problema di cui peraltro l’Occidente è in gran parte responsabile, poiché ha bloccato i fondi della Banca Centrale Afgana. È una situazione che può portare a un nuovo conflitto interno o instillato dal di fuori, visto che il paese è in una situazione caotica.

Altro paese molto preoccupante di ci si occupa poco è il Pakistan, dove ci sono grandi manifestazioni di massa per la gestione della crisi del Primo Ministro. Senza contare che c’è una guerra in corso interna fra i talebani pachistani e il governo centrale.

L’India vede al suo interno situazioni di conflitto e pochi anni fa siamo stati sull’orlo di una nuova guerra in Kashmir. E poi il Myanmar, dove è in corso una guerra con migliaia di morti e imprigionati. Qui c’è notizia di sistematica evacuazione delle case e incendio dei villaggi, una “politica della terra bruciata” condotta dall’esercito.

Spostandoci nelle Americhe, vi sono molte situazioni di crisi come il Venezuela, il Cile, e forse su tutte quella a El Salvador, che ha proclamato lo stato di emergenza da più di due mesi.

Ma ci sono tensioni anche in Europa e in Unione Europea. Si pensi alla Polonia e alle tensioni coi russi e bielorussi. L’Ungheria, poi, la conosciamo: gioca sporco e tiene il piede in più staffe.

Cosa colpisce di più dell’Ucraina sono i numeri e l’impiego delle armi pesanti, dei carri armati, dell’impiego di missili a breve e lungo raggio e quindi di una possibile escalation.

Quindi è giusto che la nostra attenzione si concentri lì. Ma quello che penso io è che in tutto lo spazio dedicato alla vicenda ucraina venga dato poco spazio alle notizie sui tentativi negoziali, che siano dal basso o dall’alto, dal Papa o dal singolo governo.

FM: Grazie, vuole aggiungere qualcosa?

EG: Vorrei aggiungere una cosa a cui tengo molto: in questo momento, i pacifisti vengono liquidati con grande superficialità, etichettati come “filo-putiniani” o vigliacchi (forse con la stessa superficialità con cui chi lavora per la pace liquida i bellicisti, può anche darsi). Vedo però che l’attenzione dei media su tutte le attività della società civile sono praticamente assenti.

Invece, ritengo che se qualcosa cambia nelle leggi, nelle costituzioni o nel modo di affrontare un conflitto, questa spinta viene sempre dalla società civile (penso ad esempio alla forza dei mayors for peace sul tema del disarmo nucleare).

La mia esperienza e la mia anima da giornalista mi dice che se c’è una manifestazione di 20.000 persone, io non la posso ignorare. Devo quantomeno dare conto che esistono delle forze dal basso.

I movimenti dal basso sono quelli che influenzano i decisori politici. Non seguirli, per i giornali, significa ignorare un pezzo della realtà.

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Geografo, si interessa di Mediterraneo e paesi arabi, che sono l’oggetto dei suoi studi e dei suoi articoli. È appassionato di storia delle relazioni internazionali, letteratura e sport. Nei suoi scritti presta particolare attenzione alle disuguaglianze sociali ed economiche.
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