Elezioni regionali Catalogna 2015: via all’indipendenza catalana?

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Un’immagine della manifestazione dello scorso 11 settembre a Barcellona durante la Diada Nacional de Cataluña.
@www.barcelona-metropolitan.com

I sondaggi ci avevano visto giusto: gli indipendentisti vincono le elezioni, hanno la maggioranza assoluta dei seggi ma con il 48% non hanno la maggioranza dei voti.

Ecco i risultati:

Pro indipendenza:
Junts pel Sí : 39,57%, 62 seggi.
CUP : 8,21%, 10 seggi.

Contrari all’indipendenza:
Ciudadanos: 17,91%, 25 seggi.
PSC (socialisti): 12,72%, 16 seggi.
Catalunya Sí que es Pot (Podemos e verdi): 8,93% , 11 seggi.
PP (popolari): 8,50%, 11 seggi.
Uniò: 2,51%, 0 seggi.

Ottimo risultato per il Cup, grazie al quale gli indipendentisti tengono, come tra gli oppositori grande risultato di Ciudadanos, lanciato verso le politiche nazionali di dicembre. Deludente Podemos, che insieme ai verdi si ferma all’8,93% dei voti. Così ha commentato il leader Pablo Iglesias

Per noi è un risultato molto deludente, siamo consapevoli delle difficoltà. Ora lavoreremo per vincere le elezioni generali

La partita indipendenza è ancora tutta da giocare. Dipenderà molto dalle politiche di dicembre: dovesse confermarsi il Partito Popolare, sarebbe difficilissima una mediazione e a quel punto la possibilità che la Catalogna si stacchi e diventi uno stato autonomo sarebbe molto più concreta.

24 settembre

Domenica 27 settembre 2015 potrebbe essere una data storica non solo per la Catalogna, ma per tutta l’Europa. Nella regione catalana si celebrano domenica le elezioni regionali. Non si tratta di elezioni qualsiasi: il movimento indipendentista ha trasformato la tornata elettorale in un vero e proprio referendum a favore o contro l’indipendenza della Catalogna dalla Spagna.

La regione storicamente è stata caratterizzata da una forte autonomia, una lingua propria, il catalano (guai a parlare di dialetto), tradizioni e cultura propria. La storia del XX secolo, il franchismo e l’antifascismo repubblicano hanno creato un solco tra il governo centrale e alcune regioni iberiche. Ma non solo.

La Catalunya è più ricca di altre regioni spagnole, e, come spesso accade in paesi con forte spinte indipendentiste, riceve economicamente dal governo centrale spagnolo meno di quello che dà. Nell’ultimo decennio la distanza e le incomprensioni con Madrid sono cresciute in modo esponenziale, non solo calcisticamente. La svolta recente probabilmente si è avuta nel 2006: il governo socialista di Zapatero approva il nuovo Statuto Catalano, dove riconosce la Catalogna come nazione e le concede ampie competenze in diversi campi, regolando i meccanismi di finanziamento. Sembrava l’inizio della tregua definitiva tra Madrid e Barcellona.

Invece due anni più tardi il nuovo governo conservatore del Partito Popolare inizia il ricorso contro lo Statuto Catalano, che porterà nel 2010 alla sentenza della Corte Costituzionale spagnola che dichiara incostituzionali diversi articoli importanti dello Statuto. Da quel momento lo scontro Madrid–Barcellona si inasprisce: da una parte il governo centrale del Partito Popolare e la sua scarsa o nulla propensione al dialogo con i dirigenti catalani, dall’altra il movimento secessionista che acquista sempre più forza.

Il Presidente del governo spagnolo Mariano Rajoy e il presidente catalano Artur Mas.
@www.unitedagainstseparation.uk

Un altro fattore determinante è entrato in gioco negli ultimi anni: la crisi economica che ha colpito duramente la Spagna. Mentre a Madrid e in altre regioni la crisi ha portato alla nascita del movimento Podemos, nella regione catalana il malcontento generale per i continui tagli del governo centrale ha alimentato l’indipendentismo.

Il modello da seguire è diventato quello della Scozia, dove nel settembre 2014, in accordo con il governo di Londra, si è celebrato un referendum per decidere la separazione o meno dal Regno Unito (sappiamo come è finito: il 55% degli scozzesi ha poi votato per rimanere nel Regno Unito).

Il governo catalano, nel tentativo di sfruttare l’evento oltremanica, ha dapprima convocato per l’autunno del 2014 un referendum ufficiale per decidere l’indipendenza della Catalogna, poi ha fatto marcia indietro di fronte al mancato accordo con il governo centrale. Infine il referendum c’è stato ma puramente simbolico e strumentale, con l’80% dei votanti a dire si, un dato poco significativo se pensiamo che a votare andarono il 35% degli aventi diritti. La strada verso l’indipendentismo però sembra affascinare la maggioranza catalana e la situazione ora sembra davvero ingarbugliata.

Elezioni regionali Catalogna 2015: il primo passo verso l’indipendenza?

Nelle elezioni di domenica il fronte del sì all’indipendenza è composto dalla coalizione Junts pel si (Insieme per il sì), formata da CDC (Convergencia Democratica de Catalunya) e ERC (Esquerra Republicana de Catalunya – Sinistra Repubblicana di Catalogna) e dal partito della CUP (Candidatura Unità Popolare, che sarebbe l’estrema sinistra più radicale). Un fronte che si presenta piuttosto compatto e che ha saputo mobilizzare molti elettori e creare un fronte comune per l’indipendenza. Testimonial d’eccezione Pep Guardiola, celebre allenatore (attualmente al Bayern Monaco) ma indissolubilmente legato alla storia del Barcellona e schierato con decisione a favore dell’indipendenza.

Elezioni regionali Catalogna 2015
@elperiodico.com

Dalla parte del no i partiti del centro destra, ovvero il tradizionale Partito Popolare, storicamente è molto debole in Catalogna, e il nuovo partito di Ciutadans, in forte crescita; il centro sinistra con il Partito Socialista, che mantiene una posizione moderata e che punta a riprendere il dialogo con il governo centrale; il nuovo movimento di Podemos, che non è forte come in altre regioni della Spagna; e infine Unión Democratica de Catalunya, che si è recentemente separata dal socio storico Convergencia ma dovrebbe avere una presenza minima in queste elezioni. Il fronte del no è formato da partiti troppo diversi che non hanno creato un fronte comune ma assommati creano un elettorato altrettanto vasto.

Da una parte gli indipendentisti credono che la separazione dalla Spagna sarà la soluzione a tutti i loro problemi, mentre il fronte del no descrive uno scenario quasi apocalittico in caso di secessione: espulsione dall’Unione Europea e dalla zona Euro, banche che abbandoneranno il Paese, imprese che chiudono, multinazionali che se ne vanno, pensioni a rischio.

Cosa decideranno i catalani? Non è una scelta facile: probabile che molti degli stessi indipendentisti non avrebbero mai pensato di arrivare a questo punto, visto che sembrava imporsi la logica dell’accordo, soluzione più logica. Siamo di fronte a elezioni che potrebbero segnare un passo decisivo verso la secessione della Catalogna. Gli ultimi sondaggi del quotidiano Periodico danno il fronte del sì in vantaggio (a 6 seggi dalla maggioranza assoluta) ma saranno gli indecisi a decretare il vincitore. L’attuale presidente della Generalitat de Catalunya, Artur Mas, ha promesso in caso di vittoria la “disconnessione dalla Spagna con l’obiettivo di arrivare all’indipendenza in 18 mesi”.

Comunque vadano le cose, la società catalana continuerà ad essere profondamente divisa.

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Comasco da anni residente a Barcellona, nel secolo scorso si laureò in Economia e Commercio. Dopo una modesta carriera come calciatore, alla soglia dei 35 anni ha iniziato a correre e non si è più fermato. Finora ha concluso più di 70 gare podistiche tra cui 6 maratone.

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