Elezioni francesi | Cosa dimostra la vittoria di Macron

di
Macron festeggia la vittoria di Macron alle elezioni francesi del 2017
@Pietro Piupparco

Ho visto un presidente francese presentarsi, da vincitore, al suo primo discorso alla nazione, sulle note dell’Inno alla gioia – inno dell’Unione europea- invece che sulle note della Marsigliese. Incredibile, soprattutto in questi Brexit times. Un simbolo della scommessa, enorme, che su quelle note Macron rivendica, ben oltre la questione europea stessa.

Ha vinto Macron o ha perso Le Pen? Monsieur Jacques de La Palice, noto compatriota dei due, noterebbe senza troppo sforzo come siano necessariamente vere entrambe le cose. È certamente vero che Marine Le Pen ha perso, ma la notizia non sta qui, quanto nella novità introdotta da chi l’ha sconfitta, e da come l’ha fatto.

A prevalere non è stata solo la paura che vincesse un Front National mai così forte, ha trionfato qualcuno di inaspettatamente più forte. Macron, appunto. Quello che colpisce non è tanto che la Francia si sia nuovamente compattata per sbarrare la strada verso l’Eliseo a fascisti “ripuliti” come sepolcri imbiancati. Sorprende il fatto che questo sia avvenuto nel contesto attuale, che presentava lo scontro in maniera inedita. Non più destra contro sinistra nell’accezione classica, non più il timore dei fascisti di FN tout court. Piuttosto, uno scontro di mondi, che ha scompaginato gli schemi abituali polverizzando partiti storici in profonda crisi come socialisti o gollisti.

Il contesto attuale, usando le parole che Le Pen stessa si augurava le avrebbero consegnato Parigi, è quello della scelta tra sovranisti (cioè nazionalisti, fascisti, ma così suona meglio) e mondialisti, “patrioti” e “europeisti”, “popolo” e “elite”, globalizzazione e protezione, fra confini sbarrati e accoglienza.

Questo era l’intento, questo era il terreno sui cui si giocava la battaglia, per scelta del Fronte Nazionale. Proponendo uno scontro di civiltà basato sul nulla, Le Pen (come i suoi emuli di ogni latitudine) sapeva che gli altri partiti tradizionali avrebbero provato a inseguirne i temi con versioni annacquate, per carezzare gli umori delle folle e provare a raggranellare voti. E avrebbero perso. Perché dovendo votare uno che dice le bestialità di Le Pen in colore pastello, allora si vota la Le Pen. E lei infatti, mediante questa terminologia tagliata con l’accetta, ha tentato artatamente di esasperare lo scontro, come a render ovvio quale fosse la parte giusta e quella invece certamente indesiderabile dal sano e vigoroso popolo arrabbiato. Mal gliene incolse.

Indipendentemente dalle parole della Le Pen, è indubbio che ci fosse molto in gioco, ben oltre le questioni francesi. Il contesto di cui sopra, infatti, non era e non è solo una sfondo inerte, magari costituito da questioni metafisiche o da piccole tematiche di valenza locale, quanto piuttosto un mare in tempesta attualissimo e pericoloso. Il referendum su Brexit è dell’altro ieri, i negoziati si avviano a cominciare e la retorica nazionalista e menzognera della politica governativa di Londra prosegue a vele spiegate verso le elezioni farsa di giugno. La May affonda sempre di più il colpo – per non rimanere schiacciata dalle frottole che vanno cadendo a una a una – contro una fantomatica Europa terribile e crudele. L’elezione di Trump dello scorso autunno negli USA è sorella di Brexit nei contenuti e nelle modalità di comunicazione, così come nelle analisi dei maggiori commentatori: un popolo di esclusi che rifiuta le élite. Punto. Non approfondiremo ora se eleggere un presidente bianco e miliardario significhi esattamente rifiutare le élite…

Le Pen ha usato lo stesso linguaggio, gli stessi temi. Solo con più forza, proprio sfruttando l’effetto di Trump e Brexit. Mentre le altre forze politiche francesi, tutte, correvano contro Le Pen ma utilizzavano toni e argomenti che strizzavano l’occhio a queste tematiche quanto possibile, convinti anch’essi che proprio in questi ambiti vi fossero i voti da pescare, Macron, da outsider, ha fatto l’opposto. E ha vinto, anzi, stravinto.

Mentre la Francia cercava di reagire ai drammatici attentati, non ha usato retoriche xenofobe e ha fatto campagna in mezzo agli immigrati di prima, seconda, terza generazione. Mentre Brexit suonava le trombe del ritorno agli stati nazionali in Europa e tutte le forze politiche, di destra come di sinistra, buttavano fango sull’Unione pensando di intercettare consenso da quattro soldi, Macron si è apertamente schierato in favore dell’Unione, sventolandone le bandiere, raccontandone i valori. Mentre il trumpismo imperante divorava la verità dei fatti e denigrava a priori il valore della competenza e della conoscenza, Macron non si è vergognato dei suo diploma, del suo curriculum, né degli esperti di cui si è circondato. Anzi, ne ha fatto punto d’onore. Mentre i politici erano tutti impauriti dal giudizio popolare contro le terribili élite (cavallo di battaglia della Le Pen nel confronto televisivo: “sei un banchiere”, “non parlo con i banchieri”), Macron ha parlato di contenuti e lo ha fatto senza ammiccamenti alla cosiddetta figura del popolo.

Questo atteggiamento complessivo tenuto da un giovane outsider che si candidava nel sistema partitico più affollato d’Europa sembrava rasentare la follia. I manager della sua campagna non avranno particolarmente apprezzato gli slanci di europeismo, tanto per dirne una. Era come garantirsi la sconfitta. Invece sentire Macron difendere a spada tratta l’Unione europea, l’Europa unita, senza far seguire il concetto dalla solita miserabile considerazione, spesso anche renziana, “sì ma non questa Europa dei burocrati!” per strizzare l’occhio ai populisti, è stato rigenerante. Non perché l’Unione europea sia perfetta o incontestabile. Anzi. Però non si discute con il cerchiobottismo da osteria una conquista di civiltà di quella portata, additandola a problema, spiegando poco e male, solo per arruffianarsi i voti di una parte di cittadini esasperati. E portando tutti, gli ultimi in primis, verso il disastro.

In mezzo a una moltitudine di politici followers, che seguono gli umori della folla, l’ultimo arrivato, Macron, si è dimostrato leader. Ha dimostrato di ritenere che il suo popolo fosse un insieme di persone con un valore superiore a degli sciacalli schiumanti rabbia e non ha pensato a quanti voti avrebbe guadagnato o perso solo per il fatto di esternare il suo credo in modo netto. Non ha avuto timore dello scontro frontale totale. Volete la guerra dei mondi? La avrete. E vi spiego perché il mondo che proponete é ripugnante. Ha proposto soluzioni, contenuti, non balle. Questa cosa la chiamo coraggio, e anche visione. Non se ne trova traccia in giro. E potrebbe essere una vera rivoluzione (come il titolo del libro di Macron*). E viene prima di un programma o di un’appartenenza politica.

Macron ha vinto anche così. Il nuovo presidente francese non è un giovane romantico, lodevole a tratti ma ingenuo: ha saputo approfittare della crisi dei partiti tradizionali e ha scelto i cavalli di battaglia vincenti. Ha vinto e potrebbe aver dato una spallata robusta alle ambizioni sovraniste dell’estrema destra europea, che dopo Austria e Olanda prende un’altra batosta.

Per leggere un certo smarrimento nei commentatori e attori politici basta ascoltare i dibattiti televisivi. Davvero si può vincere senza dare la colpa dei mali del mondo agli immigrati o all’Europa?

Macron ha saputo vincere sin dal primo turno, quando i voti erano dispersi fra Fillon, Hamon e Mélenchon. Il leader di En Marche! si è distinto fin da subito ed é stato evidentemente riconosciuto alla maggioranza degli elettori francesi come baluardo contro demagogia e nazionalismo, più del morbido Fillon o dell’anti sistema Mélenchon. Il primo turno è il dato politicamente più sorprendente.

I cittadini francesi hanno premiato proprio quegli argomenti e quegli ideali che il contesto attuale sembrava relegare a temi perdenti. Macron ha dimostrato che si può vincere senza appiattirsi sugli umori più disumani, fomentadoli e cavalcandoli ignobilmente solo per arrivare in sella. E vale per qualunque schieramento.

Naturalmente non é tutto rosa e fiori. La grande sfida che attende il nuovo inquilino dell’Eliseo – oltre al rilancio dell’Unione europea secondo criteri diversi da quelli fino ad oggi dettati solo ed esclusivamente da Berlino – é quella di includere gli esclusi della società e non lasciarli al vento dell’odio e del populismo interessato e strumentale.

Nel sui discorso di insediamento ha dichiarato che ci proverà applicando ricette in parte liberiste, bilanciandole con politiche sociali e solidarietà. La posta in gioco é altissima.

*il link al libro contiene un nostro codice di affiliazione, che ci permette di prendere una piccola percentuale sull’operazione nel caso lo acquistaste arrivando su Amazon da questa pagina. Per voi non cambia nulla. Usare i programmi di affiliazione è un modo per sostenere coloro che lavorano su questo sito.

Segnala un errore

2 Comments

  1. Caro MF,
    Articolo interessante, ma Le chiedo: Se Fillon non fosse stato oggetto di quella campagna scandalistica, fondata sul nulla – perché la legge francese consente di assumere come collaboratore chiunque un parlamentare voglia, senza distinzione, infatti è prassi comune seguita dalla maggior parte di loro – sarebbe andata così? O forse, visto anche il risultato di Fillon al primo turno, il ballottaggio avrebbe potuto vedere uno sfidante diverso contro la Le Pen?
    So bene che con i se e con i ma non si fa la storia, ma gradirei ugualmente la Sua opinione.

    Saluti
    Raffaele Daniello

  2. Le legislative francesi dell’11 giugno hanno portato al voto il 50% degli aventi diritto. Di questi il 30% ha votato per il partito di Macron, ciò significa che il 15% dei francesi ha votato per il partito del neo presidente. Pochi.
    Vediamo che cosa saprà fare. Auguriamoci che sia ben consigliato e indirizzato dal suo mentore Jacques Attali.

Rispondi a Raffaele Daniello Annulla risposta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Ultimi

sudan

Sudan quotidiano

Il Sudan esce da 30 anni di dittatura e attraversa un periodo incerto, pieno di paura e di speranza. Come si vive la quotidianità in momenti del genere?
cosa succede in zimbabwe

Cosa succede in Zimbabwe: un paese alla ricerca della democrazia

Dopo 37 anni di dittatura dell'ex presidente Mugabe, il 30 luglio 2018 si sono tenute in Zimbabwe le prime elezioni libere: come sono andate? Come si è evoluta la situazione? Che aria si respira nel paese? Ce lo racconta una cooperante che vive e lavora nel paese.
Torna su
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: