Elezioni europee: e ora che succede?

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Elezioni europee: e ora che succede?
@European Parliament

Le elezioni hanno dato il loro risultato. A livello complessivo, le forze pro-integrazione europea hanno ottenuto una ampia maggioranza di voti nei 28 Stati membri.

Il PPE (partito Popolare Europeo), il PSE (il Partito Socialista Europeo) e ALDE (Alleanza dei Liberali e Democratici Europei) rappresentano infatti la larga maggioranza del nuovo Parlamento, con la porzione restante che va suddivisa fra la lista Tsipras e quella dei verdi di Ska Keller (forze tutt’altro che antieuropee) e i vari partiti facenti capo a Marine Le Pen, Beppe Grillo, Farage, Salvini etc.

Ma come si traducono questi risultati nella composizione delle istituzioni europee? Cosa ci aspetta da qui ai prossimi mesi? E, soprattutto, cosa ne è dei 5 candidati alla presidenza della Commissione europea Juncker, Schulz, Keller, Verhofstadt e Tsipras?

La nomina del Presidente della Commissione è affare complesso. La decisione spetta ai capi di Stato e di governo, tenuto conto del risultato delle elezioni, con ratifica finale del Parlamento europeo.

Tale ratifica dovrebbe avvenire nei giorni fra il 14 e il 17 luglio e, a quel punto, il Presidente incaricato dovrà formare la sua squadra di 28 commissari per presentarla nuovamente e nel suo insieme al Parlamento per il voto di fiducia finale.

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Elezioni europee: e ora che succede?

Ora, poiché il PPE ha vinto le elezioni, il suo candidato Jean-Claude Juncker ha giustamente reclamato per sé la nomina a presidente della Commissione. Discorso chiuso? Tutt’altro. Come abbiamo illustrato nelle settimane passate, un risultato di vittoria non nettissima avrebbe creato dei problemi. Così è, infatti. Il PPE, da solo, non può contare su una maggioranza assoluta nel Parlamento. Per formare una maggioranza che gli consenta di essere candidato credibile alla presidenza della Commissione, Juncker ha necessità di creare una coalizione. Ma poiché le forze populiste anti europee, laddove si coalizzassero a loro volta, avrebbero un peso non del tutto indifferente nel Parlamento, la coalizione europeista dovrebbe essere molto ampia, formata da PPE, PSE e ALDE.

Come potrebbe Juncker essere il presidente di una coalizione formata con il partito di Schulz? Possibile, ma difficile.

E i problemi per Juncker non finiscono qui. Il lussemburghese infatti guida un partito che si compone, fra gli altri, della CDU di Merkel, di Forza Italia di Silvio Berlusconi e del partito filo fascista del premier ungherese Orban.

Se Merkel non ha bisogno di consensi, Berlusconi e Orban non sono due carte che la politica europea ritiene presentabili. E Juncker sconta il peso della loro presenza nella sua compagine. Per tale ragione, la sua figura, più che rispettabile ed europeista, non sembra del tutto gradita ai capi di Stato e di governo che dovranno designare un nome. Ma allora, che fare? Le possibilità sono molteplici e la scelta dipende, oltre che da quanto appena illustrato, da altre variabili. Riassumiamole per avere un quadro chiaro.

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1. La composizione dei gruppi politici in seno al Parlamento Europeo

I nuovi eletti al Parlamento europeo hanno a disposizione il mese di giugno per creare i gruppi politici dell’assemblea UE. Se alcuni esistono già e rimarranno (PPE, PSE, ALDE), altri potrebbero formarsi. Si vedano a questo proposito i colloqui tra Salvini e Le Pen, tra Grillo e Farage, e via dicendo.

Per formare un gruppo sono necessari almeno 25 eurodeputati di almeno 7 Paesi membri. Il gioco non è dunque semplicissimo e, senza formare un gruppo politico, nel Parlamento si conta come il due di picche, perché ai battitori liberi non vengono assegnati i dossier legislativi. Il 1 luglio, l’ottavo parlamento europeo della storia terrà la sua prima sessione plenaria, nella quale eleggerà il suo Presidente e i suoi 14 vice. La settimana successiva, se tutto filerà liscio, i deputati formeranno le commissioni parlamentari di competenza (commissione energia, trasporti, libertà civili, affari economici etc.). La settimana ancora successiva, come accennato, cioè fra il 14 e il 17 luglio la nuova sessione plenaria del Parlamento si esprimerà sul candidato alla presidenza della Commissione Europea che, nel frattempo, i capi di Stato e di Governo dovrebbero avere designato.

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2. La situazione dei governi dopo la tornata elettorale

Per la scelta di un candidato alla presidenza della Commissione, i governi hanno la loro gatta da pelare. Oltre ai problemi relativi al risultato elettorale complessivo e alle possibili coalizioni che potrebbero formarsi in seno al Parlamento nel prossimo mese, i capi dei governi europei devono considerare la propria situazione interna, emersa dalla tornata elettorale.

In altre parole, se Renzi potrebbe spingere per un nome di svolta e magari della propria area politica, quale Schulz, Cameron al contrario deve guardare al grande risultato delle forze anti europee e, seppur non appoggiando un candidato di centro sinistra, non può nemmeno appoggiare uno come Juncker che in passato ha predicato il mantra del federalismo europeo, che per gli inglesi (soprattutto questi inglesi) è fumo negli occhi.

Ogni premier, presidente o cancelliere ha le sue istanze. È facile immaginare il disagio di Hollande, premier socialista che deve fare i conti con un risultato elettorale ultranazionalista. Non è dunque da escludersi che la scelta ricada su personalità di alto profilo, esterne all’agone politico immediatamente attuale, ma capaci di mettere d’accordo la maggioranza parlamentare (PPE, PSE, ALDE) che si va formando.

E circolato il nome di Christine Lagarde, francese, donna e di grande profilo internazionale (capo del Fondo Monetario Internazionale), da opporre alla francese donna che vorrebbe abbattere la UE, Marine Le Pen. Ma anche questo nome presenta problematiche, ad esempio per Hollande, che si tirerebbe in casa un nome francese che lo schiaccerebbe. Altra ipotesi, fra le molte, Guy Verhofstadt: belga, brillante, rispettato europeista a capo dell’ALDE. Cioè, fra i due litiganti – PPE e PSE – il terzo gode e suggella l’alleanza. La partita è apertissima.

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3. Le altre cariche europee da assegnare

Nel gioco delle poltrone, vanno tenute da conto tutte le poltrone. Il posto di Presidente della Commissione non è il solo da assegnare nei prossimi mesi. Ci sono quello di presidente del Consiglio Europeo (oggi è Van Rompuy), quello di presidente del Parlamento Europeo (oggi è Schulz) e quello di capo dell’Eurogruppo (cioè del gruppo dei Paesi che adottano l’Euro, oggi l’olandese Van Disseljbloem).

Cosa significa questo? Significa, per essere molto chiari, che bisogna equilibrare nelle scelte colori politici e nazionalità. Facciamo un esempio pratico: il PPE ha vinto ma Juncker non viene scelto come presidente della Commissione per i problemi che illustravamo. A lui potrebbe andare la carica un po’ ascetica di presidente del Consiglio Europeo. A quel punto, per esempio Verhofstadt potrebbe guidare la Commissione per suggellare l’alleanza in seno al Parlamento europeo fra ALDE, PSE e PPE.

E il PSE? Soprattutto in Italia così vincente con Matteo Renzi? A bocca asciutta? Impensabile. Potrebbe ottenere una carica pienamente politica, ad esempio la Presidenza del Parlamento Europeo potrebbe andare a un eletto italiano del PD, poiché avendo l’Italia già la guida della BCE con Draghi, difficilmente può ambire a cariche tecniche preminenti (Eurogruppo, Presidenza della Commissione). È un esercizio fine e complesso.

Tuttavia, quali che saranno le scelte finali, è il frullato di tutti questi elementi che darà il risultato, con ricerca di equilibri e compromessi che permettano alla macchina, una volta acceso il motore, di funzionare. È la politica, bellezza, staremo a vedere.

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