Dov’è finita la rottamazione di Renzi?

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Dov'è finita la rottamazione di Renzi?
@thenation

Dov’è finita la rottamazione di Renzi? Questa è la domanda che un po’ tutti si pongono vedendo Verdini e i verdiniani votare la riforma del senato renziana. Il premier e i suoi seguaci ovviamente minimizzano, tra chi ricorda come Verdini fosse già presente nella maggioranza Letta, chi ci invita a non paragonarlo al mostro di Lochness e chi ribadisce l’importanza di portare a casa la modifica costituzionale, anche a costo di una spietata realpolitik.

Volendo però essere cinici fino in fondo bisognerebbe chiedersi quanto il gioco valga la candela. Il tempo e le energie impiegati dal governo per segnare la doppietta riforma elettorale-riforma del senato stanno diventando davvero troppi. Il rischio è, per Matteo Renzi, di creare una “macchina perfetta” per poi lasciarla guidare a qualcun altro.

Questo mischione in cui Pd, Ncd, verdiniani e un pezzo di Forza Italia votano insieme si espone al gioco facile dei Salvini e i Grillo nel criticare l’inciucio, anche grazie alle intemperanze parlamentari dei vari Barani e agli escamotage come l’emendamento canguro che rende possibile a Calderoli presentarsi come martire della democrazia parlamentare (pensa te). Ancora più semplice per Di Battista recuperare una prima pagina de L’Unità di qualche tempo fa, che accusava Verdini e Cosentino di essere impresentabili, creando un cortocircuito con l’oggi, quando il redivivo giornale gramsciano è ormai house organ della maggioranza renziana del partito.

Pare evidente una cosa: gli unici che Matteo Renzi ha davvero rottamato sono quelli del suo partito. Gli altri sono tutti lì e governano con lui.

Se a questo sommiamo l’insoddisfazione generale per la riforma della scuola, il procrastinarsi ad libitum delle sempre più annacquate unioni civili, la gestione della questione pensioni arretrate, il riesumare fantomatici ponti sullo stretto mentre le strade del sud crollano a pezzi sono più che giustificati quei sette punti in meno che i sondaggi assegnano al Partito Democratico.

Punti percentuali che, anche grazie all’incapacità di organizzarsi di ciò che esiste alla sinistra del PD, rischiano di finire nel novero dell’astensionismo o addirittura (cosa molto pericolosa per il premier) di essere dirottati verso uno dei suoi rivali, primo fra tutti il Movimento 5 stelle, che infatti è dato in crescita da tutti i sondaggi.

Al Premier non giova neanche, a mio avviso, aver attaccato a muso duro i sindacati durante tutto l’anno e mezzo del suo governo. Le immagini di ciò che è accaduto ai dirigenti di Air France ci dicono cosa può succedere quando si depotenziano i corpi che dovrebbero mediare fra i lavoratori e le aziende. Idem per quanto riguarda le sinistre, prendersela con i gufi e la palude significa non capire che ogni punto percentuale preso da una forza alla propria sinistra è un punto percentuale sottratto ai ben più temibili avversari pentastellati.

Il Premier insomma dovrebbe rendersi conto che non potrà campare di rendita con gli ottanta euro in busta paga di un anno e mezzo fa, soprattutto se imbarca gli stessi personaggi che aveva permesso di rottamare. Ha creato una legge elettorale che consegna al vincitore una maggioranza importante e si appresta a depotenziare la capacità di opposizione delle camere ai provvedimenti del governo. A questo punto o si da una mossa o rischia di trovarsi a capo di quell’opposizione debole che ha disegnato per altri. E se a capo di un governo senza ostacoli parlamentari ci ritrovassimo Matteo Salvini?

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Quest'anno ho fatto il blogger, il copywriter, il cameriere, l'indoratore, il web designer, il dottorando in storia, il carpentiere, il bibliotecario. L'anno prossimo vorrei fare l'astronauta, il rapinatore, il cardiochirurgo, l'apicoltore, il ballerino e il giocatore di poker prof.

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