Disuguaglianze: il problema che unisce economia, ambiente e democrazia6 min read

8 Giugno 2026 Clima Economia Politica Politica interna Welfare -

Disuguaglianze: il problema che unisce economia, ambiente e democrazia6 min read

Reading Time: 5 minutes

Secondo le statistiche sperimentali della Banca centrale europea sui conti distributivi della ricchezza, il 5% delle famiglie italiane più benestanti detiene  il 48,3% del patrimonio complessivo del Paese (dati aggiornati al primo trimestre del 2025). Dieci anni fa la quota era di quasi otto punti inferiore. La media della zona euro si ferma al 44,5%; Francia e Spagna si attestano intorno al 41%. Solo la Germania presenta livelli analoghi a quelli italiani.

La tendenza non è solo italiana. Secondo il World Inequality Report 2022, il più sistematico censimento globale delle disuguaglianze, il 10% più ricco della popolazione mondiale detiene il 76% della ricchezza privata totale. Il 50% più povero ne possiede il 2%. Negli ultimi trent’anni, l’1% più ricco  ha catturato il 38% di tutta la nuova ricchezza generata; la metà più povera dell’umanità si è tenuta il 2%. I dati più recenti dell’EU Tax Observatory e del World Inequality Database confermano che la tendenza non si è invertita: lo 0,001% della popolazione mondiale – circa 56.000 persone – detiene oggi una quota di ricchezza globale pari a tre volte quella dell’intera metà  meno ricca dell’umanità.

Una scelta, non una legge di natura

La concentrazione di ricchezza che osserviamo oggi non è il risultato inevitabile del mercato. È, almeno in parte, il prodotto di scelte precise – fiscali, ma non solo: di politica industriale, di regolazione del lavoro, di accesso ai beni comuni, fatte negli ultimi quarant’anni.

Negli Stati Uniti degli anni Cinquanta,   la tassazione sui redditi più alti superava il 90%. Oggi è al 37%. In Europa il percorso è stato meno estremo ma nella stessa direzione: le riforme fiscali degli anni Ottanta, ispirate dalle politiche di Reagan e Thatcher, hanno sistematicamente ridotto le aliquote sulle fasce più alte di reddito in quasi tutti i Paesi occidentali. In Italia, l’IRPEF è passata da 32 scaglioni con aliquote fino al 72% (nel 1974) a quattro scaglioni con un massimo del 43%. Ma il problema, secondo molti studiosi, non è solo il numero di aliquote.

Secondo diversi economisti, la progressività reale del fisco italiano è erosa non tanto dalla struttura delle aliquote, quanto dalla fuoriuscita dei redditi da capitale dall’IRPEF, tassati con aliquote flat indipendentemente dal reddito complessivo del contribuente. In altri termini: i redditi da lavoro vengono tassati in modo progressivo, ma quelli da capital gain, dividendi e rendite finanziarie godono di regimi sostitutivi flat – in Italia l’aliquota è il 26%, uguale per tutti, indipendentemente dal reddito complessivo del contribuente.  Chi vive di rendita paga, in proporzione, meno di chi vive di stipendio.

Disuguaglianza: un problema sociale, ambientale, sistemico

Al di là delle considerazioni etiche, la disuguaglianza è un problema strutturale che investe la tenuta sociale, l’equilibrio ambientale e la stessa possibilità di immaginare alternative al modello attuale. Non serve difendere la crescita economica per riconoscerne i danni: una società in cui la ricchezza si concentra ai vertici è una società meno capace di rispondere collettivamente alle crisi – climatiche, sanitarie, politiche – e in cui la mobilità sociale si riduce a uno slogan.

Sul piano sociale, nel loro ormai classico The Spirit Level i ricercatori Richard Wilkinson e Kate Pickett hanno documentato che le società più diseguali registrano peggiori indicatori di salute, sicurezza, mobilità sociale e fiducia istituzionale, indipendentemente dal livello medio di reddito. Sul piano ambientale, sempre i dati del World Inequality Report già citato mostrano che le emissioni di carbonio pro capite sono fortemente correlate al reddito: il 10% più ricco della popolazione mondiale è responsabile di quasi la metà delle emissioni globali, mentre il 50% più povero ne produce meno del 12%. Ma non si tratta solo di gas clima-alteranti: il consumo di risorse naturali – acqua, suolo, materie prime – segue distribuzioni analoghe. Le economie ad alta concentrazione di ricchezza tendono a generare stili di vita e modelli produttivi che erodono più velocemente i limiti planetari, scaricando i costi sull’insieme della società e sulle generazioni future.

movimento no kings

Foto di Bradley Andrews su Unsplash

Cosa si muove, sul piano politico

Il dibattito su come correggere queste tendenze è uscito, almeno parzialmente, dall’ambito accademico. Nel 2024 il Brasile, durante la sua presidenza del G20, ha commissionato all’economista Gabriel Zucman un rapporto tecnico su una possibile tassa minima globale sui miliardari. La proposta: un prelievo del 2% annuo sulla ricchezza netta degli ultra-ricchi (circa 3.000 persone al mondo con patrimoni superiori al miliardo di dollari), che potrebbe generare tra i 200 e i 250 miliardi di dollari l’anno. La proposta è finita nell’agenda politica con il sostegno di Francia, Spagna, Germania e Sudafrica, ma finora senza risultati concreti: il Senato francese ha bocciato la versione nazionale della misura a giugno 2025, e un accordo globale appare ancora lontano. La stessa logica – coordinamento internazionale come condizione necessaria – era già stata applicata con la minimum tax globale sulle multinazionali al 15%, ora in vigore in oltre 130 Paesi: un precedente che i sostenitori della tassa sui patrimoni citano regolarmente come prova di fattibilità.

In Italia il dibattito sull’imposta patrimoniale torna ciclicamente, senza arrivare a una decisione. I favorevoli la descrivono come uno strumento redistributivo necessario a fronte di una concentrazione patrimoniale strutturale. I contrari obiettano che colpirebbe beni già tassati al momento della loro formazione e potrebbe incentivare la fuga di capitali. Nel frattempo, il governo Meloni ha scelto una direzione diversa: ha ridotto le aliquote IRPEF da quattro a tre, ha esteso la flat tax per autonomi e partite IVA (ora fino a 85.000 euro di fatturato), e ha dichiarato esplicitamente nel programma di coalizione il “no alle patrimoniali”.

Redistribuzione non significa solo tasse

Il dibattito sulla redistribuzione non riguarda solo la leva fiscale. Negli ultimi anni ha guadagnato attenzione anche la riduzione dell’orario di lavoro – sperimentata in diversi Paesi europei, tra cui Germania, Islanda e Belgio – come strumento per distribuire meglio il lavoro disponibile, in un contesto in cui la produttività cresce ma i salari reali stagnano. Il reddito di base universale, la gratuità o il costo calmierato dei beni comuni (abitazione, istruzione, sanità), la riforma delle imposte sulle successioni – in Italia tra le più basse d’Europa – sono strumenti con effetti molto diversi tra loro: le prime due misure agiscono sui redditi correnti, le ultime sulla trasmissione intergenerazionale della ricchezza accumulata, che è proprio dove le disuguaglianze si cristallizzano nel lungo periodo.

Sul piano teorico, il dibattito incrocia anche quello sulla decrescita economica: non solo produrre meno, ma distribuire diversamente ciò che si produce. L’argomento centrale è che la crescita del PIL non si traduce automaticamente in benessere diffuso se i frutti si concentrano sempre nelle stesse mani. La redistribuzione, in questa prospettiva, non è un correttivo tardivo al mercato, ma una condizione strutturale per una società che funzioni.

Il nodo irrisolto della redistribuzione della ricchezza

Il dibattito sulla redistribuzione sta attraversando rapporti accademici, programmi elettorali e vertici internazionali, per ora senza tradursi in cambiamenti strutturali e su larga scala significativi (pur con eccezioni interessanti, come le politiche che Mamdani sta implementando a New York da sei mesi).

Qualcosa, però, sembra muoversi anche fuori dalle sedi istituzionali. Il movimento No Kings, partito dagli Stati Uniti come protesta contro la concentrazione di potere nell’era Trump e diffusosi in decine di città europee, Roma inclusa, ha rimesso al centro una domanda che le statistiche sulla ricchezza rendono difficile ignorare: a chi appartiene ciò che una società produce? I dati mostrano che negli ultimi decenni la risposta implicita è stata: a chi ne ha già di più. Se questa tendenza sia reversibile dipenderà in larga misura da quanto a lungo quella domanda rimarrà senza risposta politica.

 

[Foto in evidenza di Saad Ahmad su Unsplash]

CONDIVIDI

🌱Natura ♻️ Sostenibilità ⚖️Giustizia Questi sono i tre valori che orientano le mie azioni e il mio lavoro. Dopo una laurea magistrale in filosofia, provo a trasformare la teoria in pratica attraverso la comunicazione, la divulgazione, l’educazione e la progettazione.
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Iscriviti alla niusletter e resta aggiornato

Lascia la tua email qui sotto e rimani aggiornato con le ultime novità dal Blog di Le Nius
Puoi annullare l’iscrizione in qualsiasi momento facendo clic sul collegamento nel footer delle nostre e-mail. Per informazioni sulle nostre pratiche sulla privacy, trovi il link qui sotto.

Su cosa Vuoi Rimanere Aggiornat*?

Scegli lo scopo per cui vuoi ricevere le nostre Niusletter. Scegli almeno un’opzione per permetterci di comunicare con te

TORNA
SU