Quando dire il falso porta voti

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Quando dire il falso porta votiBufale e voti. Se dovessimo credere a Giorgia Meloni, il ministro Gentiloni sarebbe intenzionato a fare arrivare in Italia un miliardo e duecento milioni di migranti. Se dovessimo dar retta ai renziani, i veri partigiani sarebbero ostaggio dei cattivissimi partigiani finti dell’Anpi e la riforma Boschi il punto d’arrivo del bolscevismo italico. Se leggessimo solo la pagina facebook di Salvini, dovremmo convincerci che gli immigrati, fra un crimine e l’altro, passano le loro giornate a lamentarsi del cibo offerto loro nelle comunità e nei centri di accoglienza. Se dessimo peso alle boutade di Grillo, il sindaco di Londra sarebbe un terrorista infiltrato pronto a farsi esplodere e laveremmo i vestiti con la biowashball.

Menzogne globali. Per fortuna o purtroppo non siamo soli, grazie al signor Trump, che spiega agli americani come orde di rifugiati siano mandati dall’Isis sul suolo americano armati di telefonini, o a Boris Johnson, che paragona l’Europa ad Hitler. E ancora le bugie, ben più gravi, di Al-Sisi, sulla repressione in Egitto e quelle di Erdogan e Putin sulla salute della democrazia nei rispettivi Paesi.

Quando dire il falso porta voti. Spararla grossa è sempre stata una prerogativa dei politici ma solo in pochi e ben circostanziati periodi storici, spesso caratterizzati da crisi economiche globali, ha pagato come sembra paghi adesso. Nel mare magnum dell’informazione digitale lo storytelling creato dai leader politici si concretizza, si stratifica e crea verità. La ragione è semplice e la conosciamo tutti: sparare una bufala è semplicissimo, smontarla con un rigoroso fact-checking è impegnativo, dispendioso e assolutamente non remunerativo in termini di click e condivisioni.

Elettorato indifferente all’affidabilità? Non è un caso che, dai sondaggi più recenti, Trump sia dato in vantaggio sulla Clinton, seppure in termini assoluti e non nel computo Stato per Stato, nella corsa alla Casa Bianca. Pragmatismo e affidabilità consegnano certo una buona fetta di elettorato alla ex first lady, ma il cinismo e il ricorso alla real politik che sempre accompagnano queste doti le impediscono di crescere seducendo quell’elettorato conquistato, ad esempio, dalle parole d’ordine egualitarie di Bernie Sanders, lasciando invece una prateria potenziale alla rincorsa del magnate newyorkese.

Il ritorno delle ideologie. Sembra insomma tornato prepotentemente il momento delle ideologie e delle estreme come dimostra, in ultimo, il ballottaggio austriaco. In Italia il fenomeno Renzi, con la mitologia della rottamazione e del fare, il rifiuto del parlamentarismo ed il culto del governo forte, il taglio delle spese parlamentari, l’elevata reattività social sembra aver arginato, o meglio, inglobato il fenomeno, lasciando non a caso il vuoto alla sua sinistra.

Venti di guerra? Le prossime elezioni americane potrebbero quindi rappresentare un punto di non ritorno e consegnarci un’Europa dei caudillos stretta fra Trump e Putin e costretta a collaborare con gli Erdogan e gli Al-Sisi, sempre che non si sia capaci di trovare in tempo una via d’uscita dalla grigia Unione dei burocrati prima che si tinga del rosso della guerra.

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Quest'anno ho fatto il blogger, il copywriter, il cameriere, l'indoratore, il web designer, il dottorando in storia, il carpentiere, il bibliotecario. L'anno prossimo vorrei fare l'astronauta, il rapinatore, il cardiochirurgo, l'apicoltore, il ballerino e il giocatore di poker prof.

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