Diario olimpico: Rio 2016, tempo di bilanci28 min read
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Giorno 13
– Adiós –
(a cura di Ennio Terrasi Borghesan)
Neuquén è considerata come la porta d’ingresso per la Patagonia. È un bel posto dell’entroterra argentino, circondato da bei parchi nazionali e meravigliosi laghi artificiali.
Allo sport, Neuquén, non ha dato poi così tanto come altre città argentine.
Son suoi figli Rubens Sambueza, centrocampista offensivo dell’América, e Mario Vega, centrale del Miami di Paolo Maldini.
Ma Neuquén, in realtà, qualcosa allo sport l’ha lasciato.
È stata il teatro della nascita di una squadra storica, di quel meraviglioso nucleo di uomini e amici nota al mondo come Generacion Dorada.
Tutto partì da lì.
Alla volta di Indianapolis, di quella bellissima cavalcata mondiale, della volta in cui quel gruppo di amici dimostrò al mondo che gli alieni erano battibili.
Poco importa se quella cavalcata non ebbe lieto fine, perché in realtà il lieto fine della nazionale argentina degli ultimi 15 anni è stato quello di saper sempre stupire, meravigliare, emozionare.
Come ad Atene, dove è stato riscritto il concetto di rivincita e di storia. Con un lieto fine, storicamente meraviglioso per loro, amaro per noi italiani. L’Olimpiade del 2004 fu, indubbiamente, il picco di bellezza di quel gruppo meraviglioso. Ma la storia continuò, incessante e incurante del peso dell’età: a Saitama fece seguito Pechino, ad esempio.
Nel frattempo il nucleo si rinnovava, figure cardine come Sconochini o Hermann o Oberto terminavano le carriere, ma le 4 colonne portanti rimanevano a sostenere l’intera struttura.
Manu.
Luis.
Andres.
Carlos.
Tutti insieme a Londra, per l’ultima avventura, per l’ultimo ballo.
Finito con un amaro quarto posto, nonostante un memorabile quarto di finale contro il Brasile e un’onorevole semifinale contro il rinforzato Team USA.
Ma non poteva finire così. La finalina per il terzo posto contro la Russia non poteva essere il degno finale per quel gruppo d’amici.
Doveva finire come a Neuquén. Sempre in Sudamerica. A Rio. Dai rivali di sempre. Con una partita for the ages.
Certo, poi ne han presi 46 in due partite dalle due squadre che a Londra si giocarono la medaglia d’oro e che a Pechino fecero loro compagnia sul podio, ma è irrilevante che l’Argentina abbia chiuso uno dei cicli sportivi più vincenti di sempre con un -27.
Perché la Generacion Dorada non è certo stata la squadra più forte di sempre.
È stata la più bella.
E quando hanno brindato a cena ieri notte, dopo la partita persa, mi piace pensare che abbiano levato i calici alla loro bellezza e alla loro unicità. Perché non ci sarà mai un’altra Generacion Dorada.
Diario olimpico: Giorno 13




