Ridurre per stare meglio: la decrescita spiegata a chi la teme8 min read
Reading Time: 6 minutesChiamarla “decrescita felice” l’ha resa simpatica. E forse anche innocua. Ma dietro quella parola c’è una delle teorie più radicali e scomode dell’economia politica contemporanea. Secondo la decrescita, i Paesi più ricchi dovrebbero ridurre deliberatamente la produzione e il consumo di risorse — non come effetto di una crisi, ma come scelta consapevole in risposta agli impatti sociali e ambientali negativi del sistema di accumulazione capitalistica, incapace di produrre benessere diffuso e garantire un futuro vivibile sul pianeta.
Ne abbiamo parlato con una ricercatrice e un attivista che da anni cercano di promuovere il dibattito sulla decrescita in Italia — e di renderla finalmente pericolosa.
Donatella Gasparro è ricercatrice su decrescita ed ecologia politica tra la Scuola Normale Superiore di Pisa e l’Istituto di Scienze Ambientali dell’Università Autonoma di Barcellona. Michel Cardito è medico, attivista e facilitatore, ex-presidente del Movimento per la Decrescita Felice, da oltre dieci anni dentro i dibattiti teorici e pratici del movimento.
Qual è il nocciolo della teoria? Cosa sostiene, in sintesi, la decrescita?
Donatella Gasparro: Il punto di partenza è un dato empirico: se metti su un grafico il PIL di qualsiasi Paese e la sua impronta materiale — le risorse che estrae e l’energia che utilizza — le due curve crescono insieme. Sempre. Questo smonta alla radice il mito del “capitalismo verde” o della “crescita sostenibile”: non esistono prove scientifiche che sia possibile disaccoppiare in modo permanente, globale e su scala sufficiente la crescita economica dall’impatto ambientale. E non parliamo solo di emissioni di CO₂ — quella è la “carbon tunnel vision”, l’ossessione per un unico indicatore — ma di perdita di biodiversità, conflitti per le risorse, interi ecosistemi che spariscono.
Quindi la decrescita dice: nei Paesi più ricchi del mondo il metabolismo economico deve ridursi, e questo è incompatibile con il capitalismo. È importante quindi capire che la crescita non è solo un indicatore — il PIL — né solo un’idea di progresso. È un processo materiale che da un lato aumenta le risorse utilizzate, e dall’altro ha bisogno, per funzionare, di estrarre valore da qualcosa o qualcuno: dallo sfruttamento del lavoro, dalle risorse naturali, dal lavoro di cura storicamente scaricato sulle donne, dalla sottrazione di ricchezza alle economie del Sud globale. Eppure, quando si citano questi dati davanti a governi, sindacati o istituzioni internazionali — gli stessi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU contengono la crescita economica come obiettivo 8 — la risposta è sempre la stessa: stiamo lavorando per una crescita più verde, più giusta. La decrescita risponde: state costruendo su fondamenta contraddittorie. E i numeri le danno ragione.
Questa teoria in Italia viene ancora identificata quasi esclusivamente con la “decrescita serena” di Latouche o con quella “felice” di Pallante. È un problema di comunicazione o qualcosa di più profondo?
M.C.: La decrescita come teoria nasce negli anni Settanta, prende forma negli anni Duemila soprattutto in Francia, dall’incontro tra accademici e attivisti critici del modello di crescita economica. In Italia il termine “decrescita felice” ha fatto molto: ha reso il concetto accessibile, ha dato un’immagine positiva a qualcosa che suonava come rinuncia. Maurizio Pallante, che l’ha teorizzata e divulgata, voleva sottolineare che ridurre i consumi non significa impoverirsi, ma recuperare qualità della vita. Un’idea utile agli inizi degli anni Duemila. Il problema è che quella narrazione si è cristallizzata, ha occupato tutto lo spazio, e nel frattempo il dibattito internazionale è andato avanti di vent’anni.
D.G.: Oggi nel dibattito internazionale si parla molto di “post-crescita”: un ombrello più largo, che raccoglie vari paradigmi che immaginano scenari senza crescita. La decrescita è la più radicale tra questi, perché propone esplicitamente che nei Paesi più ricchi il metabolismo sociale — cioè l’estrazione di risorse, la produzione, il consumo, gli scarti — deve ridursi drasticamente, e questo è incompatibile con il capitalismo.
Nonostante questo lavoro di aggiornamento la decrescita rimane una teoria di nicchia, mentre governi, sindacati e gran parte della sinistra continuano a considerare la crescita come il motore del benessere. Perché non sfonda?
M.C.: In Italia c’è una ragione storica specifica. Il pensiero decrescente si è diffuso rapidamente ma si è polarizzato poi in due direzioni: da un lato pratiche individuali — autoproduzione, stili di vita “alternativi”, consumo consapevole — spesso appannaggio di chi aveva già il privilegio di sceglierlo. Dall’altro una critica sistemica molto teorica, senza aggancio pratico. Queste due polarizzazioni sono state la fortuna iniziale del movimento, ma anche la causa della sua stasi.
Oggi c’è la necessità di ripoliticizzare il concetto di decrescita in Italia. La parola “decrescita” è stata erroneamente associata a parole come sacrificio, povertà, rinuncia piuttosto che al principio di giustizia sociale che ne è invece alla base. Questo ha reso difficile costruire alleanze con coloro che questo sistema lo subiscono. I sindacati, ad esempio, sono forse i soggetti più direttamente interessati a certi cambiamenti. L’altra sera parlavamo di GKN, la fabbrica occupata a Campi Bisenzio. Quando i lavoratori si sono resi conto che la garanzia del posto di produzione non è una conquista ma il meccanismo stesso del loro sfruttamento, si è aperto uno spazio di dialogo molto interessante. L’esito più radicale è stata la decisione di volersi riappropriare del diritto di decidere collettivamente cosa produrre e per chi. Ma arrivarci richiede tempo e fiducia.
Concretamente: cosa significa “ridurre il metabolismo sociale”? Stiamo parlando di tornare a vivere nei boschi o c’è qualcosa di più preciso?
D.G.: Parliamo di ridurre quelle industrie che sono nocive, di lusso o sostanzialmente inutili: combustibili fossili, certo, ma anche la produzione di massa di beni usa-e-getta come il fast fashion, la gadgettistica, gli yacht, i jet privati. E — apriamo una porta difficile da chiudere — l’industria bellica, che ha probabilmente l’impatto ambientale più devastante di tutti. Allo stesso tempo, parliamo di far crescere alcune cose: la sanità pubblica, la cura dei territori, le energie rinnovabili. Quindi non è una riduzione indiscriminata, è una redistribuzione — che richiede anche una democratizzazione dell’economia, perché oggi i cittadini non hanno alcun potere decisionale su cosa viene prodotto, per chi, e a spese di chi.
M.C.: E qui entra la questione del lavoro. Chiudere industrie nocive significa che molte persone perderanno il loro impiego. Questo deve essere accompagnato da politiche sociali: redditi di cura, garanzie di lavoro verde per la rigenerazione degli ecosistemi e lo sviluppo rinnovabile, servizi di base universali. Non è fantascienza: sono proposte che nel dibattito internazionale si chiamano “riforme non riformiste” — cioè realizzabili nell’attuale sistema, ma che nel momento in cui vengono applicate lo cambiano in profondità.
A proposito di politiche concrete: in Italia si è molto discusso del reddito di cittadinanza. Era un esperimento in questa direzione?
M.C.: No, o almeno non com’era stato costruito. Era un ammortizzatore sociale dentro un sistema in crisi, non uno strumento di transizione. Il reddito universale di base che la decrescita immagina (un trasferimento monetario periodico, incondizionato e garantito a tutti i cittadini indipendentemente dal reddito o dall’occupazione; a differenza del reddito di cittadinanza italiano, non è legato all’obbligo di cercare lavoro, ndr) è un’altra cosa: è uno strumento di liberazione. Disaccoppia il reddito dal lavoro salariato, permette alle persone di esistere nel mondo non solo come lavoratori, e soprattutto ammortizza la transizione per chi perde il lavoro in industrie che devono chiudere. Il reddito di cittadinanza in Italia è diventato anche un danno narrativo: il Movimento 5 Stelle, che all’inizio era vagamente vicino ad alcune istanze decrescenti, ha fatto cose sensate e cose molto sbagliate, e ha confuso ulteriormente le acque.
Esiste qualche Paese, città, comunità che sta sperimentando seriamente queste politiche? O siamo ancora solo nel campo delle teorie?
D.G.: Ci sono esperimenti, ma sono sempre incastrati nel sistema attuale, quindi imperfetti. In Islanda si è sperimentata la settimana lavorativa corta con risultati positivi. In Spagna si lavora su una patrimoniale sui grandi patrimoni. Nella campagna elettorale di Mamdani a New York il supermercato pubblico (negozi alimentari gestiti dal municipio che vendono beni di prima necessità a prezzi calmierati o gratuiti, sottraendo l’accesso al cibo alla logica del profitto, ndr) era tra le proposte — demercificare i servizi di base è un elemento fondamentale. Dal basso ci sono esperienze come Mondeggi, in Toscana, dove un’occupazione di 200 ettari si è trasformata in un presidio territoriale con un uliveto collettivizzato aperto ai cittadini. E poi c’è qualcosa di meno visibile ma molto diffuso, soprattutto nelle aree rurali del Sud Italia: persone che si autoproducono il cibo, curano l’olivo, fanno la salsa per la famiglia allargata. Non perché abbiano letto Latouche ma per valore culturale. Alcune ricercatrici la chiamano “sostenibilità silenziosa”. È decrescita praticata senza saperlo. Il problema è che questa sostenibilità silenziosa sta scomparendo. Le aree interne si spopolano, i giovani vanno in città perché devono — le università sono là, il lavoro è là. Non possiamo semplicemente arrenderci a questo come a un processo naturale: è una conseguenza di politiche precise, non è la natura delle cose.
Ultima domanda, la più scomoda: la decrescita è una proposta per i Paesi ricchi. Ma il resto del mondo — che ha contribuito meno all’emergenza climatica e che aspira legittimamente a standard di vita più alti — cosa dovrebbe fare? Rinunciare allo sviluppo perché l’Occidente ha esaurito il budget ecologico del pianeta?
D.G.: È la critica più giusta che si possa fare, e il movimento se la pone internamente da anni. La decrescita non ha mai avuto l’ambizione di imporsi come nuova teoria universale. Non vuole sostituirsi alle cosmologie del Sud globale — al buen vivir latinoamericano, all’ubuntu africano — che già da decenni propongono alternative allo sviluppismo occidentale. La direzione è la complementarità, non l’esportazione di un nuovo modello.
M.C.: E poi va detto chiaramente: se il resto del mondo tende verso il nostro modello, è perché glielo abbiamo imposto — con il colonialismo storico, con le dipendenze economiche costruite deliberatamente, con i governi che sosteniamo. Il problema è nostro. La risposta del sistema alla sua crisi sta diventando sempre più militare: nell’arco di due o tre anni dall’imperialismo economico siamo tornati nuovamente a scenari di imperialismo bellico. Questo è forse il segnale più chiaro che stiamo parlando di qualcosa che non riguarda solo i consumi, ma il potere.
Michel Cardito e Donatella Gasparro fanno parte del collettivo Numega, che lavora per portare il dibattito internazionale sulla post-crescita dentro il contesto italiano.
[Foto di Markus Spiske su Unsplash]




