Cosa sappiamo sulla relazione tra crisi ecologica e coronavirus

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È indubbiamente un periodo straordinario. Per affrontarlo, e provare a raccontarlo, ci vuole una redazione straordinaria. L’abbiamo attivata coinvolgendo un gruppo di collaboratori e collaboratrici, con cui abbiamo tirato fuori un po’ di domande che ci frullano in testa questi giorni. Le trovate qui, insieme ad altre che ci arrivano dai nostri lettori e lettrici. Ora, proviamo a dare qualche risposta.

crisi ecologica e coronavirus

L’emergenza climatica che stiamo vivendo ha un ruolo nella diffusione dei virus? C’è una correlazione tra inquinamento e aree in cui il coronavirus è più presente? La genesi di nuove epidemie è favorita dal nostro rapporto predatorio con le risorse del pianeta?

Sono domande che aleggiano più o meno dall’inizio dell’epidemia di Covid-19. In questo articolo, con un approccio molto cauto, proveremo a fare chiarezza su questi temi e mettere in ordine ciò che sappiamo a livello scientifico.

Nel tentativo di spiegare il legame indissolubile tra homo sapiens e le altre specie animali, già nel 2012 David Quammen, giornalista scientifico autore dell’ormai famoso saggio Spillover, scriveva:

C’è una correlazione tra queste malattie che saltano fuori una dopo l’altra, e non si tratta di meri accidenti ma di conseguenze non volute delle nostre azioni. Sono lo specchio di due crisi planetarie convergenti: una ecologica e una sanitaria.

A partire da questa premessa, nella prima parte farò il punto sulla potenziale correlazione tra cambiamenti climatici e diffusione del coronavirus. Nella seconda, proporrò una rassegna più specifica sul rapporto tra inquinamento dell’aria e dispersione del virus e, infine, spiegherò, attraverso i dati raccolti in alcuni recenti report, il legame tra malattie virali e degrado degli ecosistemi.

C’è una relazione tra cambiamento climatico e diffusione di Covid-19?

Al momento, la scienza mantiene un approccio molto cauto e spiega come non sia dimostrabile una correlazione diretta tra la dispersione di Covid-19 e i cambiamenti climatici. Tuttavia, è stato dimostrato come molte altre zoonosi, ossia infezioni o malattie che possono essere trasmesse direttamente o indirettamente tra gli animali e l’uomo, possano essere influenzate negativamente dalla crisi climatica globale in atto.

È il caso, ad esempio, di Ebola, della febbre emorragica di Marburg, e di malattie causate da altri coronavirus come MERS (sindrome respiratoria mediorientale, Middle East respiratory syndrome) e la SARS (sindrome respiratoria acuta grave, Severe acute respiratory syndrome), ma anche la febbre della Rift Valley, la Zika e la ben nota Malaria.

Il 75% delle malattie infettive umane ad oggi conosciute deriva da animali, e il 60% delle malattie emergenti è stata trasmessa da animali selvatici, causando circa un miliardo di casi e milioni di morti ogni anno. Le zoonosi di origine selvatica sono quindi una grande minaccia per la salute e, come dimostrato in uno studio pubblicato da Lancet nel 2012, al di là del caso Covid-19, l’emergenza climatica è un fattore su cui possiamo intervenire per ridurre la diffusione di queste malattie.

Come spiega il recente report del WWF Malattie trasmissibili e cambiamento climatico – Come la crisi climatica incide su zoonosi e salute umana, ad un cambiamento delle condizioni climatiche del pianeta corrisponde una risposta in termini di adattamento da parte delle specie animali che possono, ad esempio, ricomparire in aree precedentemente abbandonate o spostarsi verso latitudini maggiori o minori per trovare condizioni di vita migliori. Questo vale anche per entità biologiche come i virus.

Attualmente sono state identificate 37 potenziali malattie infettive sensibili alle variazioni climatiche solo nelle regioni settentrionali del pianeta. Tra queste, le arbovirosi, malattie trasmesse da artropodi – termine che in zoologia definisce il phylum a cui appartengono, ad esempio, insetti e crostacei – come la Dengue, la Meningoencefalite da zecche (TBE) e il Morbo di Lyme.

Secondo l’Istituto Superiore della Sanità, ad esempio, negli ultimi anni in Italia si sono verificati diversi focolai di arbovirosi. Nel solo 2018, nel nostro paese sono stati notificati 243 casi confermati, in particolare tra i casi associati a viaggi all’estero troviamo: 5 casi confermati di Chikungunya, 108 casi confermati di Dengue, 1 caso confermato di Zika. Invece, tra le arbovirosi autoctone, sono stati registrati 90 casi confermati di Toscana virus (un’arbovirosi trasmessa dai pappataci) e 39 casi confermati di TBE.

Come e perché questo avviene è presto detto: quando fa più caldo, le zanzare sono più abbondanti, il loro ciclo vitale diventa più rapido e la loro stagione di attività è più lunga aumentando, di conseguenza, la probabilità di trasmissione all’uomo.

inquinamento e coronavirus
Foto: Gregoire Japiot

Per quanto riguarda il nuovo coronavirus, la rivista Nimbus riprende alcune ipotesi presentate in diversi studi recenti, e spiega che “osservando la situazione dei contagi documentati nel mondo, al netto di probabili disomogeneità nei metodi e nell’efficacia delle rilevazioni, si nota come le regioni al momento più colpite – Cina, penisola coreana, Iran, Italia, Francia, Stati Uniti nord-occidentali – si concentrino lungo una fascia latitudinale compresa tra 30° e 50° Nord, da Est a Ovest, in zone caratterizzate da condizioni termo-igrometriche, ossia relative a temperatura e quantità di vapore acqueo, simili nelle settimane di diffusione del contagio”.

Ancora più interessanti e attuali sono altri tre studi internazionali condotti da ricercatori in Cina, Stati Uniti ed Europa. Lo studio High Temperature and High Humidity Reduce the Transmission of COVID-19, dell’Università di Pechino, spiega come i contagi sembrano ridursi all’aumentare di temperatura e umidità relativa, come noto per le altre influenze.

Una correlazione tra stagionalità e diffusione emerge anche da Will Coronavirus Pandemic Diminish by Summer? pubblicato da Qasim Bukhari e Yusuf Jameel del Massachusetts Institute of Technology (MIT), che osservano come “il 90 percento dei casi osservati nel mondo entro il 22 marzo 2020 ricada in zone con temperatura media di gennaio-febbraio-inizio marzo compresa tra 3°C e 17°C e con contenuto di vapore acqueo nell’aria (umidità assoluta) tra 4 e 9 g/m3 (grammi per metro cubo)”. Tuttavia, ed è bene sottolinearlo, gli stessi autori non si espongono sulla reale possibilità che temperatura e umidità possano effettivamente ridurre in maniera significativa i contagi sia in Nord America che in Europa.

Infine, partendo dal presupposto che così come accade per altri virus, anche quello attuale possa seguire un ciclo stagionale, lo studio frutto della collaborazione tra Copernicus e l’agenzia B-Open ha messo a confronto, su scala mensile, le temperature medie e l’umidità specifica con le vittime da Covid-19 nel mondo con l’obiettivo di “contribuire all’individuazione di eventuali legami della pandemia con l’evoluzione meteo-climatica, e nel caso all’implementazione di modelli previsionali di diffusione del contagio”.

Attraverso l’apposita applicazione, infatti, è possibile selezionare i vari mesi e vedere come in base alla variazione climatica di lungo periodo si dovrebbe spostare geograficamente anche la fascia termo-igrometrica probabilmente favorevole alla malattia. In parole povere, lo studio mette in correlazione ancora una volta umidità, temperatura e diffusione del contagio nella speranza di fornire dati utili ad una previsione di medio-lungo periodo sul contagio e, quindi, sul contenimento.

Qualità dell’aria e diffusione del virus: una relazione da verificare

effetti del lockdown sul clima
Immagine del satellite Sentinel-5P del programma Copernicus

Gli effetti avversi del cambiamento climatico possono incidere anche sulla qualità dell’aria, favorendo la stagnazione della circolazione atmosferica che impedisce agli inquinanti di disperdersi verso l’alto, o determinando la formazione di inquinanti secondari, come l’ozono e le polveri sottili. Tutti fattori che aggravano i livelli di inquinamento spesso già troppo elevati.

Proprio la possibilità che il particolato atmosferico possa agire come substrato trasportatore per il virus, aumentando così il ritmo del contagio, è stata avanzata in diversi articoli apparsi sui media. Cosa ne sappiamo veramente? Ancora poco, dal punto di vista scientifico.

Sappiamo che condizioni climatiche di bassa temperatura ed elevata umidità atmosferica favoriscono la formazione di particolato secondario e un aumento nella concentrazione di particolato in prossimità del suolo.

È possibile, ma ancora tutto da accertare, che le medesime condizioni – che sono poi le stesse riscontrate nel nord Italia in questa stagione – possano creare un ambiente favorevole alla sopravvivenza del virus e che proprio il particolato atmosferico possa fungere da “nastro trasportatore” aumentando il ritmo di contagio. Ma rimangono, ad oggi, delle ipotesi sulle quali è bene mantenere una certa cautela.

Va ricordato, per completezza di informazione, che la comunità scientifica si è soffermata ad analizzare anche un potenziale effetto benefico dell’attuale pandemia, ossia la riduzione delle emissioni di biossido d’azoto dovuta ad un rallentamento dell’economia globale. Di questo possibile effetto benefico – che probabilmente sarà solo temporaneo – abbiamo parlato ampiamente qui.

Distruggere gli ecosistemi significa perdere le barriere naturali tra noi e i virus

Di tutto questo discutere, ipotizzare, suggerire possibili relazioni tra epidemie e rapporto uomo-ambiente, l’analisi più interessante e confermabile dall’evidenza è quella che riguarda il degrado degli ecosistemi che, insieme all’eliminazione delle barriere naturali tra noi e alcune specie animali nelle quali i virus albergano naturalmente, ha creato le condizioni per la diffusione delle zoonosi, compresa quella attuale.

Ho aperto questo articolo con una citazione da Spillover, termine che fa riferimento al salto di specie effettuato dal virus tra l’ospite animale e l’ospite umano. Tale salto di specie è innegabilmente favorito dalle dimensioni della perdita di natura che stiamo vivendo. L’Ipbes, nel report pubblicato nel 2019, ha evidenziato come l’azione antropica abbia alterato significativamente i tre quarti dell’ambiente terrestre (ne abbiamo parlato in questo articolo) facilitando il contatto tra uomo e i virus che albergano in serbatoi naturali, in genere animali selvatici nel cuore delle foreste.

Come riporta Pandemie: l’effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi. Tutelare la salute umana conservando la biodiversità, pubblicato dal WWF nel marzo del 2020, “numerose ricerche indicano come in una foresta naturale, ricca di biodiversità, i virus responsabili di numerose malattie che riguardano l’uomo vivano in equilibrio con l’ambiente e con le diverse specie presenti, mentre in territori deforestati, degradati o frammentati, questi stessi organismi hanno più occasioni di diffondersi generando epidemie”. Il report prosegue in maniera implacabile:

Per dare un’idea della portata della perdita, basti pensare che quasi la metà della superficie forestale che ricopriva il nostro pianeta, attualmente non esiste più.

Dunque, al crescere della popolazione mondiale e alla conseguente spasmodica ricerca di cibo e materie prime, corrisponde una sempre maggiore spinta al consumo di risorse naturali. Più gli uomini, per motivi di sfruttamento agricolo, minerario, forestale, urbanistico, si insinueranno in queste regioni più facilmente verranno a contatto con specie fino a quel momento protette ed isolate all’interno del loro ambiente naturale, aumentando la probabilità che un virus animale possa compiere il già citato salto di specie.

A questo si aggiungono altri fattori come il mantenimento in cattività di specie selvatiche a stretto contatto tra loro e quindi suscettibili di contagiarsi a vicenda, la scomparsa di specie predatrici, spesso ad opera dell’uomo, l’aumento dei siti di riproduzione dei vettori delle malattie, ed il consumo di bushmeat, ossia carne di animali selvatici, spesso macellati nei Wet Market – letteralmente mercati umidi, in riferimento al sangue e all’acqua che viene versata continuamente per pulire l’ambiente – diffusi in Asia ma anche in Africa.

Da quanto scritto fino ad ora, emerge con chiarezza il legame indissolubile e l’equilibrio che deve regnare tra uomo e natura che, se compromesso attraverso, ad esempio, la distruzione di habitat e la perdita di biodiversità, può provocare effetti a catena dove nessun anello può considerarsi al sicuro.

Questo, come sempre, non deve essere letto come un messaggio di natura pessimistica o catastrofica ma come un monito sull’importanza di preservare, da un lato, le risorse naturali contrastandone il consumo indiscriminato e, dall’altro, combattendo il cambiamento climatico attraverso la conservazione di ecosistemi integri e diffondendo la conoscenza scientifica e le norme per l’applicazione di un comportamento corretto ed equo nei confronti del nostro pianeta.

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Coordina i progetti EU presso la Fondazione Innovazione Urbana. Si occupa di clima e ambiente da 9 anni. Vive di entusiasmi e ha 5 grandi amori: i suoi due cani, la natura, i viaggi – di cui scrive su ilmoralesuitacchi.it - e l’Africa. Ha una rubrica su Radio Città del Capo, dove racconta di animali e di cambiamenti climatici.

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