La crisi del calcio italiano: intervista a Marco Iaria

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crisi del calcio italiano
@danleydon

Calcio ed economia, tifosi e contabili, squadre di calcio e occasioni per fare business. Se il calcio non è più solo il gioco del pallone, allora vogliamo capirne di più. Così abbiamo fatto qualche domanda a Marco Iaria, giornalista de La Gazzetta dello Sport sulla quale cura (anche) il blog Football Spa. Un’occasione per  chiarire i dubbi sull’ormai celebre fair play finanziario, sui fatturati, sulle (discutibili) scelte di mercato di alcune squadre. Tutti fattori che, in qualche modo, vanno a determinare l’attuale crisi del calcio italiano.

Partiamo dal Fair Play Finanziario: sappiamo che serve a tenere in ordine i conti dei club europei, che obbliga le squadre al pareggio di bilancio e inserisce un tetto massimo al contributo diretto dei proprietari. Cos’altro c’è da aggiungere? E soprattutto: il sistema funziona?
Intanto, è l’unico strumento in linea con le disposizioni comunitarie in materia di libera concorrenza. Per questo l’Uefa l’ha adottato, dopo aver accantonato l’idea del salary cap sul modello americano. Non è il sistema perfetto ma se non altro spinge a un sistema virtuoso. Certo, il caso delle maxi-sponsorizzazioni fittizie, penso al Psg, ne ha messo in dubbio l’efficacia. E non è sbagliata l’obiezione di alcuni dirigenti secondo cui il fair play finanziario cristallizza i valori attuali: chi ha già un brand forte e, quindi, enormi ricavi, è favorito rispetto a realtà emergenti.

Abbiamo visto che le sanzioni a club come Manchester City e Psg sono state meno pesanti delle attese: c’è forse un occhio di riguardo verso i grandi club? è vero che il fair play finanziario acuisce le distanze tra i top club e quelli più piccoli?
Sì, le sanzioni a City e Psg sono state una stangatina, anzi un buffetto. È molto più facile escludere dalle coppe la squadretta dell’est europeo che non paga i debiti piuttosto che un club in mano agli sceicchi che aggira le norme facendo passare un apporto di capitali per una sponsorizzazione. Quanto alle distanze tra grandi e piccoli, il corso del calcio europeo è inarrestabile, indipendentemente dal fair play finanziario. È l’ingresso in Champions, con tutta quella montagna di denaro, ad acuire le distanze tra chi c’è e chi resta fuori. Vero che, come detto prima, il fair play finanziario rende la vita più facile a Real, Barcellona, Manchester United, Bayern, che vantano giri d’affari attorno al miliardo di euro e, in virtù del principio “spendi solo ciò che incassi”, possono permettersi costi sensazionali per stipendi e trasferimenti. L’obiettivo principale del fair play, comunque, è quello di evitare che i mecenati droghino il mercato calcistico: al netto della sponsorizzazione fittizia del Psg, rispettano le regole quei club che riescono ad andare avanti e ad esseri competitivi senza l’aiuto degli azionisti.

Roma e Inter sono tra le sette squadre sotto indagine Uefa per violazione del fair play finanziario: cosa rischiano?
Le due posizioni sono differenti. Sulla Gazzetta abbiamo stimato una perdita cumulata, tra il 2011-12 e il 2013-14, di 180 milioni di euro per l’Inter e di 100 per la Roma. Non si tratta delle perdite nette di bilancio ma di stime che prendono in considerazione i calcoli effettivi del fair play, che esclude alcuni ricavi (per esempio quelli non monetari) e alcuni costi (quelli virtuosi per infrastrutture e vivai, gli stipendi dei giocatori contrattualizzati prima del 1° giugno 2010, ecc.). Siamo lontani dal tetto massimo di 45 milioni di deficit richiesto dall’Uefa. L’Inter è messa peggio della Roma. Di sicuro ci saranno sanzioni pecuniarie, bisognerà capire se scatteranno anche limiti alle spese sul mercato e riduzioni delle rose.

L’Inter si è mossa pesantemente sul mercato di gennaio, puntando soprattutto sui prestiti con riscatto fissato a fine stagione: l’obiettivo è di qualificarsi in Champions League, ma che succede se – come sembra – Mancini fallisce?
Il sacrificio di uno o più pezzi pregiati, come Icardi e Kovacic, è inevitabile anche perché il mercato dell’Inter è stato architettato per diluire nel tempo i pagamenti e a luglio cominceranno a scattare le rate. I nerazzurri hanno chiuso l’ultimo bilancio, al 30 giugno 2014, con una perdita consolidata di 103 milioni. Thohir ha ereditato una gestione fortemente improntata sul mecenatismo, cioè la filosofia opposta al fair play dell’Uefa, e sta faticosamente perseguendo la strada del risanamento/sviluppo perché senza i proventi e la visibilità della Champions si fa una fatica terribile a riattivare un circolo virtuoso.

Mentre tutti i grandi club europei hanno un fatturato in costante crescita, quello delle italiane, se cresce, lo fa molto lentamente. Questione stadio di proprietà a parte, a cosa è dovuta questa differenza di andamento?
Negli anni in cui la Serie A era il più bel campionato del mondo, il calcio non era un fenomeno globale. Adesso che lo è diventato i brand che si sono inseriti perfettamente nell’industria dell’intrattenimento sono altri: Real, Barcellona, Manchester United. La teledipendenza dei club italiani ha impedito loro di espandere le altre fonti di entrata. È tutta una reazione a catena. Senza stadi moderni e polifunzionali, di proprietà, si fa fatica a vendere bene il prodotto e ad attivare virtuose politiche di marketing e merchandising; senza le stelle e senza azioni centralizzate (la Lega non funziona come la Premier o la Bundesliga), è molto più complicato internazionalizzarsi e competere con i marchi che hanno occupato il mercato nelle aree più strategiche, Oriente e Nord America.

Il Milan resta una delle squadre dai fatturati più alti in Europa: come mai è tra i club che spendono meno sul mercato? La politica dei parametri zero è una soluzione o un’aggravante del problema?
La scorsa stagione il Milan è uscito dalla top ten europea dei fatturati per la prima volta con 250 milioni di ricavi, che scenderanno addirittura a 200-210 in questa stagione senza la Champions e nemmeno l’Europa League. Fininvest ha imposto una pesante spending review perché non più disponibile a investire nel calcio come in passato. Così gli stipendi sono scesi dai 206 milioni del 2011 ai 151 del 2013. E sono stati ridotti drasticamente anche i budget per il mercato, con la famosa politica dei parametri zero che, come abbiamo visto, non ha pagato e rischia solo di caricare il bilancio di costi pluriennali alla voce stipendi.

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L’interno dello Juventus Stadium | @pietro0487

In Italia l’unico esempio virtuoso sembra essere la Juventus, che anche grazie ai ricavi da stadio sembra essersi inserita in un’ottica più europea. Quale sarà il trend dei bianconeri? Cosa le manca per salire al livello dei grandissimi? Ci sono altri club italiani da prendere come esempio?
I nuovi contratti di sponsorizzazione in vigore dal prossimo anno, uniti al nuovo ciclo di vendita dei diritti tv nazionali e Uefa, consentiranno alla Juventus di superare il tetto dei 300 milioni di ricavi. Nel 2013-14 i bianconeri hanno festeggiato il record personale di 280 milioni consolidando il primato in Italia ma senza avvicinarsi, tutt’altro, all’élite europea. Se si pensa che il Real fattura 550 milioni, il Manchester United 518, il Bayern 487 e il Barcellona 485, si capisce bene quanto sia enorme il gap tra il top italiano e il top europeo. In un decennio siamo stati relegati al ruolo di comprimari, da attori che eravamo. La Juventus sta lavorando molto bene, ma lo stadio di proprietà, per quanto esemplare, difficilmente produrrà i ricavi delle big europee. Colpa anche di un sistema che rispecchia le difficoltà del Paese. L’Udinese sta provando la strada immobiliare con la ristrutturazione del Friuli, il Sassuolo ha il suo stadiolo di proprietà, il Verona è attivo sul commerciale. E poi c’è la Roma che ha grandissime ambizioni e una vocazione internazionale: se riuscirà a realizzare il megagalattico progetto della cittadella giallorossa – parlare solo di stadio è riduttivo – sarà una volta per tutto il calcio italiano, ma ricordiamoci che siamo in Italia, coi tempi infiniti di politica e burocrazia.

Capitolo Serie A: si dice da più parti che il nostro campionato non regge più il confronto con i grandi tornei europei. Da cosa deriva la crisi del calcio italiano? Si può ritornare al top e in che modo?
Ci siamo crogiolati troppo sull’etichetta di campionato più bello del mondo. Pensavamo che durasse per sempre e non capivamo che il mondo stava cambiando, non solo il calcio. Mi riferisco alla globalizzazione e alle dinamiche dei consumi globali. Adesso è davvero durissima recuperare il terreno perduto perché la crisi manageriale del calcio italiano si è intrecciata con la crisi di liquidità derivante dal tramonto dei mecenati stile Moratti e Berlusconi. Di sicuro la Lega Serie A non può essere gestita così: le riunioni sono lontanissime dall’idea di un board e vicinissime ai chiacchiericci condominiali. C’è bisogno di una governance nuova, c’è bisogno che i presidenti delle società, per il bene collettivo, facciano un passo indietro e deleghino i poteri a manager capaci, chiamati a portare risultati nel medio-lungo periodo. È quello che hanno fatto Premier e Bundesliga. È chiaro che non basterà questo, perché l’assenza di grandi campioni è un grave handicap in termini di appeal. Ma una gestione più arguta e profonda dei problemi, sganciata dagli interessi particolari di questo o quel club, consentirà quantomeno di mettersi sulla giusta carreggiata.

Siamo il secondo campionato (dopo la Premier) con la più alta percentuale di stranieri in campo. Ma quello degli stranieri è davvero un problema per il calcio italiano?
Il problema non sono gli stranieri che sono troppi ma il fatto che siano troppi gli stranieri scarsi. In estate, sulla Gazzetta, parlammo di Fantacalcio Serie A per denunciare un’ampia area grigia delle operazioni di mercato, prevalentemente con l’estero ma non solo, che non sono giustificate da esigenze tecniche, di rafforzamento degli organici. Il mercato comunitario è liberalizzato: porre tetti agli extra serve a poco o a nulla. È questione di comportamenti corretti e di sistemi virtuosi per valorizzare i progetti sportivi. L’attuale impostazione dell’area professionistica non offre quel terreno ideale perché emergano i talenti del nostro serbatoio. Bisognerebbe farsi questa domanda: la Lega Pro quanto è funzionale alla crescita dei giovani? Purtroppo la logica dei veti e la solita visione particolaristica hanno respinto l’ipotesi di creare le squadre B.

Come si spiega una situazione come quella del Parma? Le responsabilità sono di chi ha venduto o di ha comprato? è un caso che falsa il campionato in corso?
Le responsabilità sono di tutti. È una situazione che deriva da anni e anni di lievitazione incontrollata delle spese e quindi dell’indebitamento. È colpa della proprietà precedente se si è arrivati alle sofferenze di questa stagione, con i ritardi nel pagamento degli stipendi che si sono accumulati mese dopo mese. Ed è colpa di chi ha comprato se si sono persi altri 2-3 mesi arrivando all’anticamera del fallimento. In Italia i controlli esistono ma non sono sufficienti, evidentemente. Soprattutto non si riesce a porre un freno alle acrobazie contabili legate ai trasferimenti: almeno sono state abolite le comproprietà. E poi resta un gigantesco problema relativo ai mancati controlli per chi vuole acquistare un club professionistico, specie se di Serie A. Non dico che bisogna fare come con le banche che devono chiedere il permesso alla Banca d’Italia, ma un set di verifiche di onorabilità e patrimoniali va introdotto al più presto per evitare che questa o quella piazza siano alla mercé del lestofante di turno. La Figc è all’opera per varare delle norme sul modello del fit and proper person test della Premier. Speriamo che faccia in fretta.

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Statistico atipico, ha curato la sezione Sport e amministrato i profili social di Le Nius. Formatore nei corsi di scrittura per il web e comunicazione social, ha fondato e conduce il podcast sul calcio Vox2Box e fa SEO a Storeis. Una volta ha intervistato Ruud Gullit, ma forse lui non si ricorda.

1 Comment

  1. Il Fpf inizialmente mi sembrava un buon metodo, in realtà più va avanti e più si rivela un modo per cristallizzare i valori nel calcio. Rende le squadre sempre più aziende contabili, toglie la poesia (che si, pure le forme di mecenatismo alla Moratti davano al calcio) e rende incolmabili distanze tra brand globali come real e man united e squadre medio piccole. Il tutto condito da un’applicazione delle regole che varia a seconda della ricchezza e dell’influenza del club. .

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