I costi economici della transizione ecologica | Perché “agire ora” è così complicato?10 min read

29 Novembre 2021 Ambiente Economia -

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Esperto di finanza sostenibile

I costi economici della transizione ecologica | Perché “agire ora” è così complicato?10 min read

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Al termine della COP26 di novembre 2021, malgrado annunci dal forte impatto mediatico, sembra essere rimasta disattesa la crescente richiesta di un intervento immediato e incisivo di contrasto al cambiamento climatico. La rilevanza del tema è ormai ampiamente condivisa da leader e cittadini, dunque è lecito chiedersi: perché l’azione concreta sembra sempre deludente? Perché agire ora per ridurre l’impatto dei cambiamenti climatici è così complicato?

In primo luogo, la crisi climatica richiede una soluzione collettiva a livello globale e ciò pone un serio problema di coordinamento, poiché l’azione di un singolo stato può poco se non in un contesto che adotti politiche comuni. In secondo luogo, vanno considerati i costi economici della transizione ecologica, costi che interessano a vario titolo lavoratori, comunità, consumatori e che se sono non gestiti correttamente possono tradursi in rischi di entità tale da compromettere la coesione sociale, la stabilità economica e, con esse, l’efficacia stessa delle politiche climatiche.

Le ricadute sociali delle politiche climatiche

La fine del 2019, alla vigilia dello scoppio della pandemia, vedeva diversi paesi in tumulto, a causa delle difficoltà economiche e della crescente disuguaglianza. In Francia, con il movimento dei gilet gialli, e in Iran, il fattore scatenante delle proteste fu proprio il rincaro dei carburanti, una conseguenza più o meno diretta di politiche ambientali.

Eppure, tra gli stessi gilet gialli c’erano persone convinte della necessità di un’azione per contrastare i cambiamenti climatici e l’inquinamento nelle città, ma biasimavano il governo di preoccuparsi della fine del mondo quando il loro problema era la fine del mese.

La questione era già emersa con l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti nel 2016. Trump, dichiaratamente negazionista dei cambiamenti climatici, beneficiò per la sua elezione del forte supporto elettorale dei distretti industriali coinvolti nella produzione del carbone e dell’acciaio, in cui l’occupazione era messa fortemente a rischio dall’adesione degli Stati Uniti agli accordi di Parigi del 2015.

La pandemia ha costituito un forte momento di discontinuità rispetto ad allora, ma con la ripresa delle attività il problema del clima e le sue conseguenze sono tornati a farsi sentire ancora più forti. La ripresa economica ha comportato un vertiginoso rincaro dei prezzi energetici con conseguenze inflazionistiche, dettato, tra l’altro, dallo squilibrio tra riduzione di investimenti in energia da fonti fossili e insufficiente investimento compensativo in rinnovabili, nonché dall’aumento del costo connesso alle emissioni di carbonio.

Questo è il punto cruciale: se le politiche climatiche comportano sacrifici economici, il rischio è che l’opinione pubblica possa osteggiarle fino a metterle in discussione. I costi economici della transizione ecologica vanno quindi presi in seria considerazione se si vuole agire in maniera efficace e socialmente accettata sui cambiamenti climatici.

clima e occupazione
Lavoratori installano pannelli solari | Foto: National Renewable Energy

L’impatto della transizione ecologica sul mercato del lavoro

Perseguire obiettivi climatici ha oggettivi benefici ambientali ed economici nel medio-lungo periodo, ma è probabile che i costi economici della transizione ecologica, se non opportunamente considerati, si palesino prima e con maggiore enfasi rispetto ai benefici.

Le misure primarie di decarbonizzazione, secondo il rapporto Net Zero by 2050 dell’International Energy Agency (IEA), prevedono in primo luogo l’abbandono del carbone come fonte di produzione energetica, la sostituzione progressiva di tutte le fonti fossili con fonti rinnovabili e con l’idrogeno, anche attraverso strumenti di tassazione e attribuzione di un costo alle emissioni, lo sviluppo di progetti per la cattura della CO₂ dall’atmosfera, la sostituzione dei veicoli a combustione termica con veicoli elettrici, l’efficientamento delle infrastrutture e delle tecnologie agricole.

Tutti piani che richiedono investimenti, che l’IEA stima globalmente in 5 mila miliardi all’anno entro il 2030, e nuova forza lavoro, in maggior parte altamente qualificata. A questi si aggiungono cambiamenti nelle abitudini alimentari e di consumo, indotti attraverso regolamenti e strumenti di incentivazione. A titolo di esempio, gli scenari invocano la riduzione globale del trasporto aereo che ad oggi, secondo le stime dell’Air Transport Action Group (ATAG), dà occupazione a circa 88 milioni di persone, direttamente e indirettamente.

In uno scenario di riduzione delle emissioni nette a zero entro il 2050, l’IEA stima la perdita di circa 5 milioni di posti di lavoro nei settori estrattivi e di distribuzione di energia da fonti fossili ma al contempo un potenziale aumento di 14 milioni nel settore delle energie rinnovabili e altri 16 milioni negli ambiti di generazione energetica, infrastrutture, produzione di veicoli elettrici, interventi di efficienza energetica.

Secondo un rapporto dell’iniziativa Inevitable Policy Response, che sintetizza i più autorevoli studi sull’impatto delle politiche climatiche sull’occupazione, si tratterebbe di una cifra tra -0,5% e +0,5% del livello di occupazione totale, considerando il sistema economico a livello aggregato; un impatto di entità limitata se confrontato con il normale tasso di ricambio nel mercato del lavoro.

L’aspetto fondamentale però è che l’impatto non è equilibrato tra aree geografiche, tra settori e tra tipologie di lavoro, ed è importante tenerne conto al fine di pianificare interventi di mitigazione. Ad esempio, il carbone è ancora la primaria fonte di approvvigionamento energetico nei paesi in via di sviluppo, nonché in Cina e in India, dove è anche un settore economico rilevante.

In India, riporta l’Economist in un articolo del 5 novembre 2021, 700 mila lavoratori sono impiegati nell’estrazione di carbone, senza considerare l’indotto. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), la Cina, che ne è il maggior produttore al mondo, nell’attuare politiche di transizione energetica si trova di fronte al rischio di lasciare senza occupazione 1,8 milioni di lavoratori nei settori del carbone e dell’acciaio, pari al 15% della forza lavoro totale. Uno scenario simile non è socialmente sostenibile, e pensare di cambiare le mansioni senza impattare i posti di lavoro è altrettanto impensabile.

Le aziende necessitano di nuove strategie, processi e competenze specifiche di cui non dispongono all’interno della propria forza lavoro. I lavoratori sono chiamati a svolgere mansioni nuove e quindi ad aggiornare le proprie competenze, quando possibile.

In altri casi, se le aziende coinvolte nella transizione sono costrette a chiudere, i lavoratori devono spostarsi per assecondare i mutamenti del mercato del lavoro. Ad esempio, la collocazione degli impianti di produzione di energia e di conseguenza l’indotto occupazionale sulle comunità locali, è vincolata alla presenza di giacimenti e infrastrutture. È difficile pensare di riconvertire intere aree oggi coinvolte nella produzione di energia fossile a quella da rinnovabili, che per natura sono diffuse e legate alla presenza di determinate condizioni metereologiche.

Inoltre, per sostituire le fonti fossili con l’idrogeno occorrono diverse infrastrutture di trasporto rispetto a quelle usate oggi per il petrolio o il gas naturale, nonché riconversioni degli impianti per utilizzarlo come fonte energetica. Insomma, i costi economici della transizione ecologica in ambito energetico presentano profili di complessità che vanno considerati.

Un esempio analogo in ambito industriale è la trasformazione del settore dei trasporti verso la mobilità elettrica: la necessità di materie prime e processi di produzione differenti impatta non solo sui singoli stabilimenti, ma anche sulle catene di fornitura e su tutto l’indotto che l’industria ha floridamente prodotto dove oggi è maggiormente sviluppata.

I veicoli elettrici sono infatti profondamente differenti nella struttura da quelli a combustione termica e numerosi componenti, a cominciare dalle batterie, richiedono l’utilizzo di semiconduttori, la cui produzione è ad oggi concentrata in Asia.

costi economici della transizione ecologica
Photo by Konstantine Trundayev on Unsplash

Anche il settore agricolo è fortemente impattato dalla transizione energetica: gli scenari climatici prevedono l’incremento della produzione di biocarburanti, la sostituzione delle proteine animali con surrogati vegetali, l’aumento della produttività tramite nuove applicazioni tecnologiche; cambiamenti che implicano riduzione e modifica della forza lavoro agricola, prevalentemente localizzata nei paesi in via di sviluppo.

In generale, se i modelli che stimano l’impatto occupazionale delle politiche climatiche possono dar luogo a risultati numerici non uniformi a causa di ipotesi sottostanti diverse, c’è concordanza sulla conclusione che gli scenari futuri sono più socialmente sostenibili se prevedono l’attuazione anche di politiche sociali per prevenire e ammortizzare i costi economici della transizione ecologica.

C’è anche poco dubbio ormai che l’impatto economico e sociale dell’inazione rispetto ai cambiamenti climatici sia comunque più alto rispetto a quello implicato dalla stessa mitigazione: sempre secondo l’ILO, si tratterebbe di una perdita economica di oltre 2.400 miliardi di dollari e di 80 milioni di posti di lavoro.

Nel corso della storia, mutazioni nel contesto economico e innovazione sono sempre avvenute, anche con forti ripercussioni sociali nel breve periodo, ma il contrasto al cambiamento climatico invocato dalla comunità scientifica è senza precedenti, perché richiede azione coordinata a livello globale e con tempistiche che non lasciano spazio all’assorbimento graduale dei cambiamenti.

È quindi necessario che la transizione preveda l’intervento di politiche pubbliche, coadiuvate dal settore privato, per introdurre meccanismi che minimizzino eventuali shock economici e sociali. Solo così saranno davvero ridotti i costi economici della transizione ecologica.

I costi economici della transizione ecologica: serve una transizione giusta

Per prevenire e limitare i costi economici della transizione ecologica, si parla da tempo di transizione giusta, un concetto che compare già nell’accordo di Parigi del 2015 e in diversi framework internazionali (come la Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici, l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro), per rimarcare l’intenzione di integrare in modo sistematico all’interno delle politiche climatiche considerazioni volte a minimizzarne gli impatti negativi sull’occupazione e sulla società.

Per raggiungere questo obiettivo sono necessari interventi distributivi e di compensazione, nonché coordinamento internazionale per spartirne i costi globalmente e gestire squilibri geopolitici. L’esito dell’ultimo incontro multilaterale sul tema, alla COP26 di novembre 2021, in cui oltre agli impegni formali sono mancate sufficienti misure concrete e vincolanti, è la riconferma che sia una trattativa tutt’altro che semplice: servono risorse ingenti, soprattutto perché i paesi più dipendenti dai combustibili fossili e quindi più impattati dalle politiche di transizione sono quelli con minore disponibilità economica. Tuttavia, l’impegno preso nel 2009 dai paesi sviluppati a fornire 100 miliardi all’anno in aiuti entro il 2020 è stato onorato solo parzialmente.

Intanto, nei paesi sviluppati, le risorse a disposizione sono molte, specialmente grazie agli interventi espansivi attivati per la ripresa post-pandemica. All’interno del Green Deal, il piano di politiche ambientali promosso dalla Commissione Europea, è previsto un apposito fondo per la transizione giusta, dotato di 17,5 miliardi di euro destinati alla protezione del lavoro, attraverso programmi di reinserimento lavorativo, formazione, riconversione economica di territori più impattati dalla transizione energetica, appunto per minimizzare i costi economici della transizione ecologica.

Analogamente, l’American Jobs Plan, formulato a marzo 2021, prevede di destinare la metà dei fondi previsti per la ripresa economica e la creazione di occupazione negli Stati Uniti, circa mille miliardi, in specifici progetti climatici.

Oltre ai sussidi pubblici, dal settore privato si attende un grosso contributo alla transizione giusta. Con il suo Piano d’azione per finanziare la crescita sostenibile, la Commissione Europea punta sulla leva del mercato nell’orientare flussi finanziari verso attività coerenti con gli obiettivi climatici e a sostegno di una transizione giusta.

Per il settore privato, l’approccio alla transizione giusta è delineato da apposite linee guida, tra cui quella promossa dal Grantham Research Institute on Climate Change and the Environment, che ha lo scopo di indurre gli investitori, facendo leva sul proprio potere economico, a stimolare le imprese private all’adozione di pratiche virtuose. Tra queste, ad esempio, collaborare con la rappresentanza dei lavoratori allo sviluppo di programmi di apprendimento specifico per aggiornare le competenze dei dipendenti o prevedere schemi di pensionamento anticipato laddove non sia possibile, elaborare piani di riorganizzazione delle attività che tengano conto degli impatti sulle specifiche comunità, agire sulle tariffe per prevenire che aumenti tariffari gravino sui consumatori.

In assenza di politiche coordinate davvero vincolanti, questo approccio è necessario, sebbene non sufficiente. Soprattutto, è fondamentale che non risulti in una nuova soluzione commerciale, utile alle aziende a salvare le apparenze.

La lotta al cambiamento climatico non si può risolvere con misure di facciata, né solamente con fiumi di fondi. Piuttosto, cominciando con la presa d’atto che sia una questione estremamente complessa, con diversi aspetti da considerare e forze da mettere in campo. D’altra parte, è bene che questa non sia più una scusa per rimandare.

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Laureato in Discipline Economiche, si interessa di storia e di geopolitica, con un focus sullo sviluppo sostenibile. Si occupa di finanza etica, nella speranza di dare concretezza al suo desiderio di indagare, approfondire e spendersi per una causa.
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