Crescita e lavoro: cos’è l’Unione dei mercati dei capitali

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Crescita e lavoro: cos’è l’Unione dei mercati dei capitali
@European Parliament

Con l’Unione Bancaria sono state approntate le misure di messa in sicurezza delle banche all’interno dell’UE. Aumento dei requisiti di capitale, di liquidità e di governance. Inasprimento delle norme sulla gestione delle crisi. Rottura dei vincoli fra crisi bancarie e crisi di Stati. Rafforzamento della protezione dei depositi. Creazione di un unico organo di vigilanza europeo. Insomma, si è cercato di chiudere l’enorme falla svelata dalla crisi finanziaria. Tuttavia, come sappiamo, la crisi da finanziaria si è trasformata in economica e occupazionale. A questo come risponde l’Europa?

Da un lato, l’Unione bancaria è la precondizione perché la BCE abbia potuto iniziare a inondare di liquidità i mercati. Il Quantitative Easing di Draghi non poteva iniziare prima che fosse costruita questa solida architettura. Dall’altro lato, la nuova Commissione di Juncker mira a crescita e creazione di posti di lavoro. Come dire: per 3 anni abbiamo riscritto le regole per impedire nuovi disastri (almeno si spera), ora è tempo di mettere benzina nel motore. Come si può fare?

Crescita e lavoro: cos’è l’Unione dei mercati dei capitali

Bisogna distinguere. La politica economica è competenza esclusiva degli Stati membri, non dell’UE. Spetta ad essi trovare e coordinare fra loro risposte. Ogni Stato scrive le proprie leggi sul lavoro, sulla competitività, sulle tasse, sulla spesa pubblica. Draghi ripete da mesi, incessantemente, che se anche gli Stati non fanno la propria parte, a nulla basteranno i suoi rivoluzionari interventi di politica monetaria: non è retorica, è diritto dell’Unione europea, al primo anno di giurisprudenza. A livello UE, tuttavia, le competenze attribuite all’Unione hanno consentito di lanciare il piano di investimenti di lungo termine detto “piano Juncker”, in primo luogo mediante la costituzione di un fondo. In aggiunta, è stato svelato un progetto di portata storica inteso a liberare fondi per le imprese e a stimolare la crescita, con la creazione di un mercato unico dei capitali, la Capital Markets Union (nome infelice). Cosa significa? La Commissione mira a mutare completamente il rapporto tra la finanza e l’economia reale. Una modifica profonda che richiederà tempo, dibattito e riflessione. Cerchiamo di capire come ambisce a cambiare la nostra vita quotidiana.

Da tutti considerato il tassello mancante del mercato unico, soprattutto dopo il decollo dell’Unione bancaria, l’Unione dei mercati dei capitali ha l’obiettivo di superare la frammentazione dei mercati finanziari (in sostanza significa che il denaro gira poco da un paese all’altro, non affluendo all’economia reale) e ridurre la dipendenza delle imprese dal sistema bancario. Lo ripetiamo, perché la portata è enorme: dapprima la UE ha posto le regole per mettere in sicurezza le banche (Unione Bancaria), ora punta a dare una spallata a un sistema economico che è troppo dipendente dalle banche (l’economia reale europea dipende dal sistema bancario per l’80%) fornendo alle imprese altre forme di finanziamento (Unione dei mercati dei capitali). A parte la complessità di dare una smossa al sistema finanziario bancocentrico, il disegno di un’Unione del mercato dei capitali costituirà un riferimento strategico per tutti, governi come soggetti di mercato e investitori. Tre sono gli obiettivi: ‘venture capital’, collocamento privato dei titoli emessi dalle imprese e cartolarizzazione.

Crescita e lavoro: cos’è l’Unione dei mercati dei capitali
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Uno, creare un mercato di ‘venture capital’, cioè di apporto di capitale di rischio (azioni) da parte di un investitore per finanziare l’avvio o la crescita di un’attività. In pratica, un’impresa trova finanziamento direttamente in investitori privati che su questa scommettono diventandone azionisti, invece di chiedere aiuto a una banca. È stato calcolato che se la Ue avesse un settore ‘venture capital’ di dimensioni americane potrebbero trovare finanziamenti 36 mila imprese in più.

Due, creare un mercato che consenta alle imprese di emettere strumenti (bond) per finanziarsi direttamente senza ottenere prestiti dalle banche. Oggi, invece, le piccole e medie imprese che non intendono quotarsi in Borsa e vogliono emettere quantità relativamente limitate di titoli allo scopo di ottenere finanziamenti da un piccoli gruppo di investitori privati, si trovano nel paradosso di dover andare negli Usa a cercare finanziatori, perché non ne trovano nella Ue.

Tre, le cartolarizzazioni. Con queste operazioni una serie di attività (normalmente dei crediti, capaci di generare flussi pluriennali, immaginiamo una serie di mutui casa) vengono vendute – per esempio da una banca – a una società apposita, che poi colloca sul mercato titoli in cui i crediti acquistati sono incorporati. Man mano che le rate dei mutui vengono pagate, gli acquirenti dei titoli incassano il guadagno. In tal modo la società iniziale cedente (detta originator) incassa liquidità immediata invece di attendere i pagamenti delle rate dei mutui e, a scendere, si crea si crea un mercato di titoli molto liquido. Attenzione però, perché questa è la parte più delicata del piano. Il giochino rischia di fermarsi, se colui che paga le rate del mutuo sottostante a tutto il meccanismo, smette di pagare. Questo scatenò la crisi dei mutui subprime in America, che ci ha condotto dove siamo oggi. Non è un caso che rispetto agli anni pre-crisi il mercato delle cartolarizzazioni si è praticamente dimezzato. Rimane pur vero che lo sviluppo di una nuova classe di cartolarizzazioni di alta qualità (come si facevano in Europa prima della crisi) potrebbe sbloccare ingenti capitali.

Ma allora, questo significa sostituire le banche e imitare il modello USA di accesso diretto delle imprese al mercato dei capitali? Stando alle intenzioni della Commissione, non necessariamente. L’obiettivo è aumentare la dimensione e la facilità di accesso ai capitali disponibili a finanziare attività economiche. Fare in modo che i fondi affluiscano direttamente agli utilizzatori finali attraverso il mercato, senza intermediazione. Predisporre strumenti utili alle imprese, specie le piccole e le medie. Un’altra cosa che la Commissione dice di non voler fare è importare il modello americano. Ma nella UE circa due terzi del finanziamento dell’economia reale avviene per via bancaria, negli Usa è meno di un terzo. Il mercato azionario americano è il doppio di quello europeo in termini aggregati: la capitalizzazione di borsa è pari al 138% del pil negli USA, è il 64,5% nell’UE (2013). Ancora: la dimensione del collocamento privato di azioni negli Usa è tre volte quella della Ue.

Il piano è ambizioso. L’obiettivo sembra a prima vista virtuoso, perché favorire la circolazione dei capitali e l’accesso diretto delle imprese agli stessi è fonte di sviluppo (basti vedere quante start-up fioriscono in America rispetto all’Europa). Tuttavia il progetto non va esente da critiche. Il cambiamento epocale di svincolare l’economia europea del sistema bancario non sembra necessariamente sinonimo di sicurezza e benessere. L’Europa ha un tessuto di realtà locali in connubio fra banca e impresa, media e piccola, che ne costituisce forza e resilienza. Cosa che l’America non ha. Creare da un lato regole ferree per le banche e contestualmente spostare l’accesso al credito dalle loro competenze, spingerà le banche piccole fuori dal mercato, smantellando questo tessuto connettivo dello sviluppo europeo. Si rischia, per esempio, di consentire solo la sopravvivenza di grandi banche di investimento, proprio come negli USA. Tutto ciò, potrebbe anche essere positivo se le imprese riusciranno davvero a finanziarsi diversamente. Ma potrebbe essere molto negativo in caso contrario, potrebbe impoverire il sistema europeo e creare le precondizioni per una nuova crisi. L’ultima è nata non nel sistema finanziario europeo, ma proprio nel terreno di coltura americano.

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