Cosa succede nello Yemen?

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23 settembre 2016
Una pace difficile. Lo scorso 2 agosto si è ufficialmente chiuso il tavolo per la pace fra il governo yemenita e i ribelli houthi. La delegazione governativa ha abbandonato le trattative in Kuwait dopo l’ennesimo rifiuto degli houthi alla proposta presentata dall’inviato Onu Ould Cheikh Ahmed. L’accordo prevedeva il ritiro dei ribelli sciiti dalla capitale Sana’a e dalle due principali città del Paese con la consegna delle armi e la restituzione delle istituzioni statali occupate dall’inizio del conflitto. Ma le garanzie proposte non rispecchiavano le aspettative dei ribelli che invece continuavano a chiedere a gran forze la formazione di un governo di unità nazionale, con la nomina di un presidente scelto da entrambe le parti per guidare la transizione politica. Le trattative iniziate nell’aprile di quest’anno si sono quindi rivelate un completo fallimento ed anche il cessate il fuoco concordato non si è mai di fatto concretizzato.

La proposta di Kerry. Ad intervenire sulla questione yemenità è il segretario di Stato americano John Kerry con una nuova proposta di pace presentata a fine agosto in Arabia Saudita. Alla presenza dei rappresentanti di Gran Bretagna, Emirati Arabi Uniti e degli stessi sauditi, Kerry ha presentato il suo piano: la creazione di un governo di unità nazionale che includa gli houthi a patto che questi abbandonino le armi e consegnino i loro armamenti pesanti ad una terza parte con funzioni di garante. Quasi immediata è stata la reazione del governo yemenita attualmente in esilio proprio in Arabia Saudita: il consiglio dei ministri riunito a Riad ha accettato la linea di principio proposta dal segretario americano e il governo sembra disponibile per riaprire un tavolo delle trattative coi ribelli. Nel mentre le grandi potenze cercano di mettere d’accordo le parti in causa, in Yemen i civili stanno pagando il prezzo più alto: da una parte i raid aerei dell’Arabia Saudita e dall’altra gli attentati terroristici di Al Qaeda e di Daesh, l’ultimo dei quali a fine agosto ha provocato ben 70 morti nelle strade di Aden. Il paese è devastato, come ci mostra brevemente questo video di Middle East Eye.

I raid e le vittime civili. I raid della coalizione saudita sono stati più di 8.600 secondo le stime dell’associazione Yemen Data Project. Secondo la stessa ong, di questi almeno 3.577 hanno avuto come obiettivo siti civili e provocato la morte di centinaia di cittadini. Il governo di Riyad si difende da tali accuse per bocca del ministro degli esteri Adel al-Jubeir, che punta il dito direttamente contro i ribelli:

Gli houthi hanno trasformato le scuole, gli ospedali e le moschee in centri operativi, in depositi di armi rendendoli non più siti civili. Ora sono obiettivi militari. Erano una scuola un anno fa, non adesso che vengono bombardati.

Ogni zona del Paese è diventata in questo modo obiettivo sensibile per i raid della coalizione saudita, generando paura non solo fra i cittadini ma anche fra gli operatori umanitari che stanno operando nella regione. Proprio il 16 agosto scorso uno dei bombardamenti ha colpito un’ospedale da campo sostenuto da Medici senza frontiere ed ha provocato la morte di uno dei medici volontari assieme ad altri 10 civili. Solo due giorni dopo, l’associazione umanitaria ha deciso di evacuare il proprio staff dalla parte settentrionale del Paese per motivi di sicurezza.

Bombe made in Italy. Anche l’Italia ha una sua parte di responsabilità nei bombardamenti indiscriminati dell’Arabia Saudita: come riporta un’inchiesta de l’Espresso, parte delle bombe che cadono sul suolo yemenita sono di fabbricazione italiana e sono state vendute agli arabi sotto l’autorizzazione del nostro governo.

Un conflitto logorante. La risposta degli houthi alla proposta di Kerry tarda ad arrivare, ma la situazione in Yemen continua a peggiorare. Secondo le stime dell’Onu, nei 18 mesi di guerra civile yemenita le vittime del conflitto ammonterebbero circa a 10.000 ed oltre 2,8 milioni di sfollati. Fin dall’inizio del conflitto, sia i ribelli che il governo pensavano di poter prevalere sull’altra fazione direttamente sul campo di battaglia. Proprio per questo motivo la guerra si è protratta così a lungo e i tentativi di pace in Kuwait sono falliti. Non sono bastati lo spettro di Al Qaeda e dell’IS e l’intervento diretto dei sauditi per smuovere questa convinzione. Ma dopo un anno e mezzo di conflitto entrambi gli schieramenti stanno scontando il pesante logoramento delle loro risorse sia belliche che umane. Con l’aggravarsi della situazione umanitaria del Paese in molti si stanno chiedendo se una vittoria sul campo sia effettivamente ancora fattibile. Anche se una delle due parti dovesse riuscire a prevalere militarmente sull’altra, non rimarrebbe granché su cui governare e i costi per la ricostruzione sarebbero insostenibili per uno dei Paesi più poveri del mondo già da prima del conflitto. Per questo motivo, nel formulare la sua proposta di pace, Kerry ha promesso anche l’intervento degli USA per la ripresa attraverso uno specifico fondo di aiuto. Resta da capire quanto questo contribuito possa essere gradito dai ribelli sciiti amici dell’Iran, ma è sotto gli occhi di tutti che da solo lo Yemen non potrà mai riprendersi dalla distruzione causata dal conflitto.

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Fiorentino di nascita, Web Marketing Specialist per diletto e Nerd di professione. Si nutre di cultura pop e vive la sua vita perennemente in direzione ostinata e contraria. Per Le Nius supporta l'area editoriale, in ambito politica, e l'area social. matteo@lenius.it

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