Cosa succede in Venezuela | Guaidó e Maduro si contendono il potere

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Cosa succede in Venezuela: gli avvenimenti di gennaio 2019

Le elezioni presidenziali del maggio 2018 avevano sancito la conferma di Nicolás Maduro alla guida del Paese, con il 67,7% di preferenze.

Solo il 46,1% degli aventi diritto si era però recato alle urne: rispetto alle elezioni del 2013, si è registrato un calo dell’80% dell’affluenza a causa soprattutto del boicottaggio portato avanti dalle opposizioni per protesta contro i metodi anti-democratici del Presidente uscente.

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani aveva denunciato fin da subito la mancanza di trasparenza delle votazioni e alcuni stati – tra cui Stati Uniti, Canada, Brasile e Argentina – si erano affrettati a non riconoscere il risultato delle elezioni.

Lo scorso 10 gennaio Maduro si è quindi insediato per il suo secondo mandato presidenziale e nel Paese le proteste, mai veramente cessate in questi anni, si sono fatte più decise. Il 23 gennaio l’opposizione ha organizzato una manifestazione anti-governativa che ha richiamato nelle piazze di Caracas, Barquisimeto, Maracaibo, Barinas e San Cristóbal migliaia di cittadini stremati dalla crisi e dalla povertà dilagante in tutto il Venezuela.

Proprio durante la manifestazione, Juan Guaidó, uno degli ultimi leader dell’opposizione rimasti in libertà e da pochi giorni Presidente del Parlamento, si è auto-proclamato Presidente ad interim del Paese con tanto di giuramento davanti alla folla.

In nome della difesa della Carta Costituzionale, Guaidó ha voluto applicare l’articolo 233 della Costituzione venezuelana che conferisce al Presidente dell’Assemblea nazionale l’incarico di Presidente pro tempore nel caso in cui sia necessario tutelare l’ordine democratico e per convocare nuove elezioni libere.

L’obiettivo sarebbe quello di convincere Maduro a presentare le proprie dimissioni in maniera pacifica e guidare il Paese in una transizione democratica fino alla nuova consultazione elettorale.

Chi è Juan Guaidó

Ingegnere e figlio della classe media Venezuelana, Juan Guaidó fin da studente manifesta la propria opposizione al chavismo: fra il 2007 e il 2008 aderisce alle proteste studentesche contro Hugo Chávez, per poi fare carriera nel partito centrista e progressista di Leopoldo López, Voluntad Popular.

López è stato uno dei principali oppositori del regime venezuelano e dal 2014 si trova agli arresti domiciliari con l’accusa di aver causato la morte di alcuni manifestanti durante le prime violente proteste contro Maduro.

Nel corso di questi anni, la leadership del partito è quindi passata di mano in mano via via che i vari esponenti di rilievo o venivano arrestati o fuggivano dal Paese. Quando all’inizio dell’anno a Voluntad Popular è toccata la presidenza del Parlamento secondo la regola di rotazione interna, Guaidó era dunque rimasto fra i pochi in grado di ricoprire l’incarico.

Pochi avrebbero scommesso su un exploit del giovane e semi-sconosciuto leader 35enne: eppure già l’11 gennaio, appena un giorno dopo l’insediamento di Maduro, durante un comizio in una delle quotidiane manifestazioni anti-governative, aveva pubblicamente dichiarato di essere pronto ad assumere l’incarico di Presidente in quanto considerava Maduro un “usurpatore illegittimo”.

Dichiarazioni che si sono poi concretizzate durante la manifestazione del 23 gennaio, da lui stesso indetta e pienamente appoggiata da La Mesa de la Unidad Democrática, la coalizione che racchiude l’opposizione venezuelana.

Le reazioni alla mossa di Guaidó

Dopo l’annuncio dalla piazza di Guiadó, Maduro ha risposto affacciandosi dal balcone presidenziale rivolgendosi alla folla dei suoi sostenitori riuniti in una contro-manifestazione:

Siamo la maggioranza, siamo il popolo di Hugo Chavez. Siamo in questo palazzo per volontà popolare, solo la gente ci può portare via, è in corso un Colpo di Stato.

Il Presidente ha chiesto le immediate dimissioni di Guiadó e ha poi lanciato forti accuse di intromissione agli Stati Uniti. Ha dato un ultimatum agli USA invitandoli a ritirare i propri diplomatici dal Paese entro 72 ore, rompendo così “ogni relazione diplomatica e commerciale con il governo imperialista”.

Nel frattempo nelle piazze è scoppiato il caos con continui scontri fra manifestanti anti-governativi, sostenitori di Maduro e forze di polizia. Il bilancio più recente parla di 14 morti causati dalla repressione dei militari e, secondo quanto raccolto da El Mundo, sarebbero ben 218 arresti dall’inizio delle manifestazioni.

Mentre il Venezuela è in subbuglio, America Latina e Occidente si affrettano a prendere posizione in favore di Guaidó. Uno dei primi a manifestare il proprio sostegno al Presidente auto-eletto è stato Trump, tramite il suo account Twitter.

“I cittadini del Venezuela hanno sofferto troppo a lungo nelle mani del regime illegittimo di Maduro. Oggi riconosco ufficialmente il Presidente dell’Assemblea Nazionale Venezuelana, Juan Guiadó, come Presidente ad Interim del Venezuela.”

Poco dopo, manifestazioni di sostegno sono arrivate anche dai Paesi vicini, ormai da tempo preoccupati della situazione venezuelana e delle conseguenze catastrofiche portate dalla gestione di Maduro: Brasile, Paraguay, Colombia, Argentina, Perù, Ecuador, Cile, Guatemala e Costa Rica sono dalla parte di Guaidó.

Alla schiera di sostenitori si aggiungono anche Canada e Unione Europea, la quale ha manifestato la propria posizione tramite le parole del suo Alto rappresentante Federica Mogherini: “L’Ue chiede con forza l’avvio di un processo politico immediato che porti a elezioni libere e credibili, in conformità con l’ordine costituzionale. Il popolo venezuelano si è pronunciato in massa per la democrazia e per la possibilità di determinare liberamente il proprio destino. La sua voce non può essere ignorata. L’UE sostiene pienamente l’Assemblea Nazionale in quanto istituzione democraticamente eletta.”

Sul fronte internazionale pro-Maduro si sono apertamente esposti Messico, Cuba, Bolivia, Turchia, Cina, Russia, Siria ed Iran.

Particolarmente dure le parole di Mosca che, in una nota del ministero degli Esteri, arriva a delineare lo scenario da vera e propria guerra civile: “La deliberata formazione di un doppio potere porta direttamente al caos e alla distruzione delle basi dello Stato venezuelano. Condanniamo fermamente coloro che spingono la società venezuelana nell’abisso di una sanguinosa guerra civile.”

Forte sostegno personale anche dal Presidente turco Erdogan che, come riportato dal portavoce della presidenza turca, in una telefonata privata con Maduro avrebbe detto:

Fratello mio Maduro, tieni duro, ti stiamo accanto!

Cosa può succedere in Venezuela?

A poche ore dall’annuncio di Guaidó, è difficile prevedere cosa può succedere. Il Venezuela è in perenne subbuglio e le manifestazioni continuano incessantemente, come anche gli scontri con le forze dell’ordine.

Maduro non sembra voler indietreggiare di un passo e pare abbia dalla sua parte ancora sia l’esercito che i tribunali. Ma in una situazione del genere lo scenario può cambiare velocemente: il forte sostegno internazionale a Guiadó può spingere molti fedeli del Presidente a voltargli le spalle in cambio di un trattamento di favore nel caso la sua caduta appaia inevitabile.

Proprio per questo motivo, l’auto-proclamato Presidente ad Interim ha offerto l’amnistia sia a Maduro che “a tutti coloro che siano disposti a mettersi dalla parte della Costituzione per recuperare l’ordine istituzionale”.

Tutto il mondo rimane con gli occhi fissi sul Venezuela in attesa di vedere se Maduro e Guiadó riusciranno a trovare una soluzione pacifica o se la repressione armata del governo spingerà altri attori internazionali a intervenire per “ripristinare la democrazia”.

Cosa succede in Venezuela: Aggiornamento 12 marzo 2018

Le prossime elezioni in Venezuela

Le elezioni venezuelane si terranno il prossimo 22 maggio. I cittadini del Venezuela saranno chiamati a votare il nuovo Presidente dopo la riforma costituzionale di Maduro con la creazione dell’Assemblea Costituente, che lo scorso anno ha di fatto sostituito il Parlamento delle sue funzioni. Proprio a causa di questi presupposti, le opposizioni riunite sotto la MUD, Mesa de la Unidad Democratic, hanno deciso di boicottare la votazione e non presentare candidati. Secondo i loro portavoce a seguito dell’atteggiamento ostile di Maduro e delle poche garanzie offerte dal dittatore non ci sono i presupposti per delle elezioni regolari. Tuttavia, all’interno dell’opposizione non tutti la pensano allo stesso modo e si è creata una vera e propria spaccatura: in febbraio Henri Falcón, ex governatore dello stato di Lara, ha ufficialmente presentato la propria candidatura alle Presidenziali contro Maduro, atto che gli è costato l’espulsione dalla MUD.

A seguito dell’allontanamento, una piccola parte delle opposizioni è fuoriuscita dalla Mesa in suo sostegno per appoggiare la sua candidatura. Su richiesta di questa minoranza le elezioni sono state spostate al 22 maggio, mentre il termine iniziale era previsto per il 22 aprile. Il rinvio permetterà ai candidati dell’opposizione di avere più tempo per fare campagna elettorale e garantirà a milioni di venezuelani esiliati di registrarsi per votare dall’estero.

Non è da escludere che l’ONU riesca anche ad inviare i propri osservatori per vigilare sulla bontà del voto. Maduro ha già espresso da tempo la sua volontà di presentarsi per un nuovo mandato e il voto non si preannuncia troppo combattuto: i suoi principali avversari politici sono ormai da mesi in prigione, in esilio o interdetti a ricoprire incarichi pubblici. Alla scadenza della presentazione delle candidature, il 2 marzo, non si sono quindi presentati altri candidati contro il Presidente uscente, ma non è ancora chiaro se altre opposizioni della MUD stiano pensando di dare il proprio sostegno al fuoriuscito Falcón.

Una criptovaluta per evitare il default

A febbraio il Venezuela ha ufficialmente emesso la sua criptovaluta nazionale: il petro. L’idea nata in seno al governo venezualano per aggirare le dure sanzioni finanziarie imposte al Paese è diventata realtà sotto la forte spinta di Maduro stesso. Il piano prevede il conio di 100 milioni di petro, per un valore complessivo corrispondente di circa 6 miliardi di dollari. Ad ogni petro corrisponderà un barile di petrolio, il pilastro dell’economia venezuelana, e potrà essere usato e scambiato come tutte le altre criptomonete.

Sono in molti a dubitare della bontà dell’iniziativa, data la disastrosa situazione economica del Paese: l’inflazione del Bolivar, la moneta nazionale, è arrivata al 3.000 % e l’economia reale è al collasso completo. Lo scorso anno il Venezuela era già stato dichiarato in default dall’agenzia di rating Standard&Poor e solo l’intervento di Cina e Russia ha evitato la bancarotta. I più critici affermano che il Venezuela non sia neanche in possesso di tanto petrolio da poter garantire il valore del petro così come è stato pensato: si tratterebbe di greggio non ancora estratto dal pozzo Ayacucho 1 nell’Orinoco e per di più non in completa disponibilità per il governo, in quanto viene estratto da una joint venture di aziende private. Secondo Jorge Millan, deputato venezuelano e una delle voci più critiche della misura: “Il petro non è una criptovaluta, è una vendita forward del petrolio nazionale”.

Maduro starebbe starebbe quindi vendendo il petrolio venezuelano non ancora estratto ad un prezzo completamente fuori mercato per raccogliere moneta estera forte e contrastare il debito pubblico. La strategia del presidente ha l’obiettivo di aggirare le sanzioni imposte dagli USA che limitano il commercio di petrolio col Venezuela, di fatto il sistema di garanzia del petro viola comunque i termini delle sanzioni. Il Tesoro americano ha infatti già dichiarato che qualsiasi acquisto o scambio di petro verrà considerato dall’autorità come una violazione delle sanzioni imposte da Stati Uniti ed Europa, di quella che Maduro considera “una guerra sporca contro il Venezuela”.

Crisi umanitaria e violenze nel paese

Le violenze fra opposizione e forze governative non fanno altro che alimentare una situazione di crisi ormai apparentemente irreversibile. Nel 2017 si sono registrati 30 mila omicidi, di cui 6 mila solo a Caracas. Proprio la capitale nel 2017 è stata confermata come città più pericolosa del mondo. Alla violenza si aggiunge anche la piaga dei sequestri di persona col fine di ricatto: 400 denunce all’anno, con 16 mila casi totali secondo stime non ufficiali, per la maggior parte non denunciate per diffidenza verso le forze dell’ordine. Alla criminalità dilagante si aggiunge anche la crisi alimentare che da mesi sta colpendo il Venezuela.

I supermercati sono a corto di beni di prima necessità e molti cittadini non riescono neanche a permettersi di comprare cibo a causa dell’inflazione. Il governo sta cercando di contrastare la fame investendo sulla ridistribuzione di reddito: Maduro ha annunciato nuovi investimenti nel programma nazionale dei voucher alimentari, del salario minimo e delle tabelle salariali. Questo è già il secondo aumento del salario minimo introdotto quest’anno, ma i livelli di inflazione sono tali da azzerare comunque il potere di acquisto dei cittadini malgrado l’aumento di disponibilità economica.

A causa della scarsità dei beni di primaria necessità e della loro razionalizzazione, molti cittadini hanno cominciato a consumare cibo per animali, più economico e di facile reperibilità. Ci sono addirittura testimonianze che riportano consumi di carne di cane e gatto da parte delle famiglie più disperate. Migliaia di venezuelani, spinti allo stremo dalla fame e dalla paura, stanno emigrando nei Paesi limitrofi. La meta principale scelta dai migranti è la Colombia: si stima che ogni giorno circa 30.000 venezuelani varchino il confine colombiano, per un totale di circa 600.000 dall’inizio della crisi. Diverse realtà internazionali stanno cercando di aprire un ponte umanitario per cercare di aiutare la popolazione civile. Il governo di Caracas continua però negare l’esistenza di una crisi umanitaria e rifiuta gli aiuti esteri, addossando le colpe della povertà del Venezuela sulle sanzioni che gli USA e l’Europa hanno imposto al Paese.


5 link per saperne di +

1. Il + scioccante

Migliaia di Venezuelani in fila per fuggire dal Paese. Dal New York Post.

2. Il + avanti

Intervista di Formiche.net a Roger Santodomingo, giornalista e produttore venezuelano, che analizza gli scenari possibili per il Paese con o senza Maduro.

3.I + economici

Approfondimento sulla criptovaluta venezuelana da parte del Sole 24 Ore e del Guardian.

4.Il + animalista

Un’inchiesta de La Stampa racconta la situazione negli zoo venezuelani e di come la gente sia arrivata a mangiare il cibo dei propri animali da compagnia.

5.Il + filobolivariano

L’ex inviata del Manifesto Geraldina Colotti è stata recentemente in Venezuela e racconta una storia decisamente diversa dai media mainstream. Seguendo il suo profilo Facebook si possono avere tutte le informazioni su incontri ed eventi pro governo di Maduro. Qui un pezzo che attacca duramente l’opposizione a Maduro, definita impresentabile e corrotta.

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Fiorentino di nascita, nativo digitale e content creator di professione, anche se ancora devo capire in cosa consiste questo mestiere. Da nerd di prima categoria ho scelto di seguire la più emozionante delle mie passioni: la politica.

3 Comments

  1. Un brillante collage della politica internazionale sul Venezuela.
    Peccato che la scelta abbia privilegiato le fonti di destra. Non una volta, ripeto, nemmeno una, è successo in tutto l’articolo/collage che sia stata usata una fonte un poco meno che dalla parte dell’interventismo in Venezuela.
    Una forma davvero singolare di fare informazione e soprattutto di fare controinformazione.
    Non ci siamo amici carissimi; nulla di nuovo sul fronte occidentale.

  2. Massimo, accogliamo di buon grado la tua critica. A noi però non pare tutta un’orchestrazione della destra venezuelana, per altro non messa benissimo: Maduro ci sta mettendo molto del suo in questo caos.

  3. La mia famiglia vive in Venezuela e da quando Chávez era presidente la situazione era andata a peggiorare. Maduro poi ha finito l’opera. Ma quando Papa Francesco è stato eletto si è affacciata una speranza……forse qualcosa stava per cambiare. Niente: Fame e morte oltre che una svalutazione senza misura. Poi la speranza con Guaido’ e ancora lotta e sofferenze er il popolo venezuelano, perché non tutti capiscono ciò che succede in questa nazione. Lottiamo per la libertà del Venezuela

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