Cosa succede in Afghanistan: i talebani e la minaccia Isis

di
Cosa succede in Afghanistan: la trattativa coi talebani e la minaccia Isis
@dailysurge.com

Cosa succede in Afghanistan: la morte di Mansour e il conflitto a bassa intensità

La morte del leader dei talebani e la successione. Lo scorso 22 Maggio un attacco drone guidato dagli americani ha ucciso il leader dei talebani Aktar Mohamad Mansour, diretto successore del mullah Omar morto nel 2013. Dopo diverse settimane di confronti accesi all’interno dei talebani, è stato nominato come nuovo leader il luogotenente di Mansour, il mawlawì Haibatullah Akhundzada. A spartire con lui i vertici del comando saranno Sirajuddin Haqqani, già braccio destro del precedente leader e vicino ad Al-Qaeda, e Muhammad Yaqoub, figlio del mullah Omar. L’ascesa di quest’ultimo ai vertici della leadership talebana ha un valore prettamente politico: Yaqoub non godrebbe, infatti, di alcun controllo sui mujaheddin ma la sua nomina servirebbe a placare le correnti interne che non avevano mai del tutto riconosciuto Mansour come legittima guida dei talebani. La triade che ad oggi compone il vertice del potere talebano è quindi così composta: il leader, il mawlawì (esponente dotto religioso) Haibatullah, dal ruolo prevalentemente religioso e simbolico; il suo vice, il mullah Yaqoub, privo di un reale potere fra i vertici; il secondo vice, Sirajuddin Haqqani, comandante della componente militare legato ad al-Qaeda e con un forte ascendente tra i mujaheddin afghani.

L’opposizione alla nuova leadership. Haibatullah fa parte della vecchia guardia dei talebani ed è stato uno stretto collaboratore del mullah Omar, soprattutto nella definizione di molti aspetti religiosi legati al movimento. Malgrado la sua nomina dovesse in principio servire a riunificare tutte le correnti talebani sotto una leadership condivisa, si è creato un fronte d’opposizione interno capeggiato dal mullah Abdul Manan Niazi. Secondo Niazi, le procedure di designazione del nuovo leader sono state viziate dalle stesse incongruenze avvenute per la nomina di Mansour e per questo il nuovo leader non godrebbe della necessaria autorità per guidare i talebani. Non è ancora chiaro quanto questa posizione sia condivisa all’interno del movimento ma resta il fatto che le correnti interne si stanno rivelando uno dei principali fattori di rischio per i talebani. Alla base del loro credo insurrezionalista vi è l’inclusione di tutte le correnti contrapposte che combattono contro il Governo di Kabul e gli Occidentali. Questa situazione ha spesso portato a contrasti interni che hanno fortemente minato l’organizzazione e l’efficacia degli attacchi talebani. La mancanza di una leadership condivisa porterà probabilmente alla fuoriuscita di alcune correnti dal movimento andando ancora di più ad indebolire le fila ormai sempre meno numerose dei talebani.

La posizione sui negoziati. Ormai da diversi mesi, il Governo di Kabul sta cerco di aprire un tavolo delle trattative coi talebani per arrivare ad una pace duratura che possa permettere la riunificazione del Paese. Prima della morte di Mansour, i talebani si erano dimostrati disponibili al dialogo pur continuando con le loro strategie di guerriglia e gli attentati verso gli obiettivi sensibili. Non è però ancora chiaro quale sia la posizione del nuovo leader nei confronti dei negoziati. All’interno del movimento ci sono due linee di pensiero opposte. Da una parte, chi è contrario alle trattative e vuole continuare il confronto sul campo di battaglia, anche in virtù dei vantaggi dati dall’economia di guerra che permette grossi introiti grazie ai proventi derivanti dal narcotraffico. Dall’altra, vi sono i più pragmatici che auspicano ad una condivisione del potere, col riconoscimento dell’autorità talebana da parte del Governo ufficiale. In questa prospettiva, si aprirebbero nuove opportunità economico-finanziare legate alla ritrovata stabilità con i territori e le risorse afghane che verrebbero adeguatamente spartiti ed amministrati da Governo e talebani. È proprio su questo ultimo scenario che Kabul si sta concentrando per riuscire a convincere Haibatullah a sedersi al tavolo delle trattative.

Il ruolo degli USA. Le forze di sicurezza afghane si sono più volte dimostrate impreparate nel garantire la sicurezza e nella lotta alle cellule talebane. Malgrado si continui a parlare di negoziati per la pace, l’attività terroristica non si è mai fermata: solo la settimana scorsa, un commando di tre talebani vestiti da donna ha attaccato l’edificio della Corte d’Appello della provincia centrale afghana di Logar, uccidendo il procuratore provinciale ed altre sei persone. I generali americani ancora presenti sul territorio afghano nei mesi passati hanno fatto pressione sulla Casa Bianca affinché venissero rivisti i piani di intervento nella regione. Dopo l’annunciato ritiro delle truppe statunitensi all’inizio del 2015, Obama è stato costretto a tornare sui propri passi dando il via libera a nuovi raid contro i talebani. Pur limitando il più possibile l’impiego dei soldati americani sul territorio afghano, le nuove disposizioni date dal Presidente danno facoltà ai generali di ordinare e coordinare interventi aerei contro obiettivi specifici legati ai talebani. Gli USA non hanno al momento intenzione di promuovere un nuovo intervento militare e l’obbiettivo primario rimane quello di normalizzare la situazione attraverso il sostegno alle forze regolari di Kabul.

La presenza dell’Isis. Oltre alle forze governative e ai talebani, sul territorio afghano sono in gioco anche alcune cellule dell’Isis. Daesh è riuscita a penetrare nella regione nel corso del 2015 ed ha rafforzato la propria presenza grazie soprattutto a molti ex-talebani delusi dalla condotta di Mansour che si sono uniti alle file del Califfato. Proprio l’11 Giugno scorso, un commissariato di polizia nella città di Haska Mina al confine col Pakistan è stato preso d’assalto da alcuni miliziani di Isis: il bilancio delle vittime è di 6 poliziotti e 11 terroristi. Al momento, nelle valli occupate dalle bandiere nere del Califfato, ad opporre la maggiore resistenza sono nuclei isolati di ribelli locali mentre forze le governative e talebani sono impegnati in una reciproca schermaglia continua. Paradossalmente, il consolidamento della presenza di Daesh in Afghanistan potrebbe rappresentare uno dei principali incentivi per l’apertura delle trattative di pace fra i due opposti schieramenti.

Il fronte pakistano. A rendere ancora più instabile la situazione per il Governo di Kabul vi è la recente escalation di tensione col vicino Pakistan: le discussioni relative alla legittimità di alcuni lavori di messa in sicurezza dei confini pakistani con l’Afghanistan sono degenerate in una sparatoria fra i militari dei due Paesi sul confine di Torkham. Non sono ancora chiare le dinamiche e le responsabilità che hanno portato all’esplosione del conflitto, ma i due governi continuano ad accusarsi reciprocamente. I rapporti tra i due Paesi non sono mai stati idilliaci soprattutto a causa delle accuse che vogliono il Pakistan come rifugio per i leader talebani. Gli ultimi sviluppi sui confini non fanno che aumentare i sospetti del Governo afghano nei confronti dello Stato confinante.

Gli amici di Mosca. Il vice-ministro degli esteri afghano Hekmat Karzai ha dichiarato di aver stretto un accordo con la Russia affinché questa fornisca l’aiuto militare necessario a combattere l’Isis in Afghanistan. Queste le parole di Karzai:

Non molto tempo fa, abbiamo firmato un accordo con la Russia sulla collaborazione nel settore del supporto tecnico-militare, ma non intendiamo fermarci qui, abbiamo intenzione di andare oltre.

Non è ancora chiaro quale sarà la reazione degli occupanti americani alla notizia della rinnovata alleanza di Kabul coi russi. Sicuramente l’Afghanistan si presta ad essere in futuro un’altra pedina fondamentale nella definizione dei nuovi equilibri in Medio-Oriente.

 

16 agosto 2015

Con l’inizio del 2015 si è conclusa la missione Isaf delle Nazioni Unite in Afghanistan. Le trattative di pace coi talebani sono iniziate, ma la guerra è tutt’altro che finita. Intanto, Isis penetra nell’Afghanistan e comincia la sua opera di arruolamento. Si aprirà un nuovo fronte contro gli jihadisti?

Cosa succede in Afghanistan: la guerra dal 2001 ad oggi

La data ufficiale dell’inizio della guerra è il 7 Ottobre 2001, quando i gruppi afgani dell’Alleanza del Nord cominciano la loro marcia nei territori controllati dal governo talebano di Kabul. Dietro all’iniziativa dell’Alleanza vi è l’appoggio diretto sia della Nato che, in primis, degli Stati Uniti.

Nelle settimane passate, il Presidente USA George W.Bush aveva più volte chiesto al governo afghano di consegnare il leader di Al Qaeda Osama Bin Laden, accusato di essere stato il principale mandante degli attentati dell’11 settembre sul suolo americano. Dopo un iniziale rifiuto del governo talebano e con l’arenarsi delle successive trattative fra le diplomazie, gli USA decidono di mobilitarsi e sull’onda emotiva e un’opinione pubblica desiderosa di vendetta, entrano in guerra contro i talebani e l’Afghanistan. Senza avere neanche la certezza che Bin Laden fosse effettivamente su territorio afgano.

La paura del terrorismo internazionale, la cui rete contava su campi di addestramento in Afghanistan, basta per convincere anche il resto della Nato sulla necessità di un intervento militare. Così, mentre l’Alleanza del Nord invade i territori settentrionali del Paese, gli aerei americani e britannici cominciano la campagna area contro gli obiettivi militari controllati dai talebani. Inizia così la prima fase dell’operazione Enduring Freedom (Libertà Duratura), con la quale gli americani identificano le iniziative militari della guerra in Afghanistan. La collaborazione fra forze americane e i ribelli afghani permette allo schieramento anti-talebano di rovesciare il regime integralista di Kabul guidato dal Mullah Omar dopo poco più di un mese. Il Mullah (che oggi sappiamo essere morto nel 2013) riesce a fuggire in motocicletta, in una delle tante storie di questa guerra che rasentano l’assurdo e il fantasy.

Nel Dicembre del 2001 i politici esiliati dal regime tornano in patria e, con l’aiuto degli alleati americani, istituiscono un’amministrazione ad interim. Hamid Karzai, ex combattente dell’Alleanza del Nord, giura come Capo di Stato provvisorio il 22 Dicembre 2001. Il 20 Dicembre l’ONU autorizza la International Security Assistance Force (ISAF), missione militare della Nato nata allo scopo di supportare il nuovo governo di Kabul nella lotta ai talebani di Al-Qaeda rimasti nella nazione. Nel 2004 si tengono le prime elezioni democratiche del Paese e Karzai viene riconfermato dal popolo come Capo di Stato. Malgrado il nuovo governo e la massiccia presenza dei militari Nato ed americani, buona parte dell’Afghanistan (soprattutto al sud) rimane sotto il controllo di Al-Qaeda. Dal 2006, nell’ambito dell’operazione Enduring Freedom, le truppe americane hanno iniziato progressivamente a ritirarsi per cedere le proprie posizioni alle forze dell’ISAF decretando un minor coinvolgimento degli USA nella guerra in Afghanistan.

Dal 2002 ad oggi, si sono susseguite numerose operazioni militari i ma i talebani non hanno mai interrotto i loro raid e gli attentati sia contro il governo “amico” degli americani sia contro le forze militari occupanti. Le continue schermaglie fra le due fazioni provocano numerosissime vittime civili con la distruzione di strutture ospedaliere e di assistenza, portando la popolazione a vivere in situazioni di miseria completa. Inoltre, si sollevate in ambito internazionale molte polemiche quando, con un Rapporto del Senato americano, si è venuti a conoscenza che le procedure di interrogatorio della CIA usate sui talebani catturati contemplavano anche metodi di tortura. I capi dell’Intelligence USA hanno dichiarato di aver fatto tutto sotto la luce del sole e che nessuno prima della pubblicazione del rapporto aveva mai condannato tale condotta. Un silenzio-assenso che per buona parte dei vertici americani legittima quanto fatto per la liberazione del paese dai talebani.

Cosa succede in Afghanistan: i talebani e la minaccia Isist
@globaljournalist

Da Karzai ad Ashraf Ghani Ahmadzai

Il già citato Presidente Karzai è stato riconfermato due volte come Capo di Stato (2004 e 2009), ma la sua condotta non è stata sempre esemplare e in più di un’occasione ha avuto forti contrasti con gli amici occidentali. Appena eletto nel 2004 si rifiutò di dare seguito alle richieste americane riguardo la distruzione delle piantagioni di oppio, grande fonte di introito economico anche per i gruppi talebani. A seguito di tale rigetto, si sono sollevati dubbi sul coinvolgimento di Karzai nel traffico internazionale di droga, visto il ruolo che suo fratello minore Ahmed Wali Karzai ricopriva in questo tipo di mercato. Nelle elezioni del 2009, visto il suo fin troppo vasto consenso, viene accusato dal candidato avversario Abdullah Abdullah di brogli elettorali. La commissione elettorale darà poi ragione ad Abdullah, ma questi si rifiuterà di correre nel ballottaggio sicuro di nuovi brogli alle relative votazioni. L’esperienza come Capo di Stato di Karzai si conclude nel 2014 e a succedergli è il suo ex-ministro delle Finanze Ashraf Ghani. Ghani viene riconosciuto vincitore delle elezioni del 2014 solo dopo il riconteggio dei voti da parte del Comitato Elettorale Indipendente, chiamato in causa dopo la paura di nuovi brogli avvenuta durante il ballottaggio col nuovamente candidato Abdullah Abdullah. Dopo diversi mesi di tira e molla con la formazione politica dell’avversario sconfitto, Ghani riesci a mettere insieme un governo di unità nazionale con Abdullah. Il nuovo esecutivo è stato percepito fin da subito come riformatore ed ha aperto un tavolo per le trattative di pace coi talebani per permettere la rinascita di un nuovo Afghanistan unito.

Il ritiro dell’ISAF e i fatti del 2015

Se dal fronte politico la situazione appare difficile ma normalizzata, non si può dire altrettanto riguardo quello militare: i talebani continuano ad avere il controllo di parte della nazione e gli ultimi raid del 2014 contro gli obiettivi stranieri hanno provocato vittime civili. Tuttavia, il 1 Gennaio 2015 si è ufficialmente conclusa la missione ISAF della Nato in Afghanistan, dopo le pressioni governative iniziate prima dal Presidente Karzai e poi continuate col neo Presidente Ghani. Il generale USA John Campbell, comandante della missione, ha annunciato la fine delle operazioni di combattimento alla fine di dicembre 2014 e le forze dell’ISAF hanno lasciato il testimone alle forze di assistenza internazionale della formazione Resolute Support. La nuova missione avrà una decorrenza decennale e si concentrerà sull’assistenza e la formazione delle forze di sicurezza afghane. In questo modo si vogliono dare gli strumenti al Paese per combattere in maniera autonoma le ultime cellule terroristiche integraliste. Nel frattempo, il governo a proseguito la via del dialogo coi talebani cercando in tutti i modi di trovare un accordo per il raggiungimento della pace: ultimamente l’esecutivo ha addirittura proposto ai talebani una spartizione equilibrata dei poteri dello Stato fra le fazioni al tavolo, ma gli integralisti hanno fatto recapitare l’ennesimo rifiuto ai vertici di Kabul. La ragione del principale del rifiuto deriverebbe dalla firma dell’accordo di sicurezza bilaterale che prevede la permanenza delle forze di Resolute Support. Gli incontri continueranno anche in queste settimane, ma la notizia della morte del mullah Omar potrebbe aprire scenari imprevisti: questi era il leader dei talebani nonché amico e parente acquisito di Osama Bin Laden. Il mullah Omar governò l’Afghanistan fino all’arrivo degli americani nel 2001 e fin’ora si pensa coordinasse le forze talebane dalla clandestinità. I talebani non hanno mai fatto menzione alla presunta morte del loro leader né in video ufficiali né tanto meno ai tavoli delle trattative col governo afghano. La possibile aperture, seppur minima, dei terroristi alla possibile pace è forse proprio dovuta alla morte della loro guida spirituale. Malgrado le trattative siano in corso, gli attentati talebani non sono mai cessati. L’attenzione della Nato è però rivolta ad un altro problema emergente nel Paese: secondo le indagini dei propri osservatori, nella provincia di Helmand è stata registrata la presenza di militanti e combattenti dell’Isis pronti a muovere la propria offensiva sul versante afghano. Le difficoltà del governo coi talebani e il ritiro massiccio delle truppe straniere dal territorio rappresentano un’ottima occasione per lo Stato Islamico di insediarsi anche in Afghanistan accogliendo fra le proprie fila quei talebani più integralisti che si oppongono ad una pace col governo di Kabul. Proprio a causa dell’Isis i talebani hanno visto diminuire sempre di più i simpatizzanti alla propria causa, rimanendo spesso senza uomini o risorse. Il pericolo è concreto e la Nato teme che la crescente influenza del Califfato possa far precipitare la sicurezza già precaria del Paese. Un nuovo intervento diretto occidentale è per ora escluso, ma il governo afgano nei prossimi mesi rischia di dover affrontare gli integralisti su un nuovo fronte interno.

Segnala un errore

Fiorentino di nascita, nativo digitale e content creator di professione, anche se ancora devo capire in cosa consiste questo mestiere. Da nerd di prima categoria ho scelto di seguire la più emozionante delle mie passioni: la politica.

Commenta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Ultimi

sudan

Sudan quotidiano

Il Sudan esce da 30 anni di dittatura e attraversa un periodo incerto, pieno di paura e di speranza. Come si vive la quotidianità in momenti del genere?
cosa succede in zimbabwe

Cosa succede in Zimbabwe: un paese alla ricerca della democrazia

Dopo 37 anni di dittatura dell'ex presidente Mugabe, il 30 luglio 2018 si sono tenute in Zimbabwe le prime elezioni libere: come sono andate? Come si è evoluta la situazione? Che aria si respira nel paese? Ce lo racconta una cooperante che vive e lavora nel paese.
Torna su