Cosa sono le lobby, come funzionano e perché servono8 min read

21 Settembre 2021 Politica -

di -
Sociologa politica

Cosa sono le lobby, come funzionano e perché servono8 min read

Reading Time: 6 minutes

In molte occasioni, leggendo il titolo di un giornale, o ascoltando una conversazione informale abbiamo sentito l’espressione: “È colpa delle lobby”. E abbiamo annuito interiormente, immaginando che sia proprio così, senza approfondire natura, motivazioni e orientamento delle “famigerate” lobby, causa ultima di tutti i mali del mondo. Ma le lobby sono davvero un problema per i sistemi democratici? Cosa sono le lobby e come funziona il lobbying?

Cosa sono le lobby

Le lobby o gruppi di pressione sono soggetti collettivi (aziende, associazioni di categoria, ordini professionali, organizzazioni ambientali e ogni altra tipologia di attore collettivo) che, per il perseguimento delle proprie finalità, manifestano la necessità di un’attività di relazione con i soggetti istituzionali e della politica.

Nell’avviare una attività di relazione con i soggetti deputati alla decisione pubblica, i gruppi di pressione cercano di influenzare chi decide, affinché nella definizione dell’interesse generale venga considerato anche l’interesse particolare della lobby attivata.

I principali elementi di una lobby sono pertanto: 1) essere un gruppo organizzato attorno ad interessi particolari dell’economia, del lavoro, della società civile; 2) essere priva di incarichi decisionali pubblici (di governo, di rappresentanza nel Parlamento, ma anche nelle istituzioni sub-nazionali), ma interessata a provvedimenti e norme pubbliche; 3) essere attiva nella relazione con le istituzioni e con la politica per esercitare un’influenza sul sistema delle decisioni pubbliche.

Le lobby possono aggregarsi e attivarsi politicamente sulla scorta di interessi di natura economica – come accade nella maggior parte dei casi – o attorno a cause sociali, legate alla promozione di nuovi diritti e tutele per gruppi svantaggiati.

La natura, economica o meno, delle lobby va inoltre connessa con lo statuto acquisito dalle stesse dentro al sistema politico o istituzionale: un’associazione di categoria accreditata da tempo, come Confindustria, Confcommercio o Coldiretti, ottiene una capacità di ascolto maggiore rispetto ad un gruppo più recente e legato a tematiche innovative.

Questo fattore di accesso istituzionale determina anche le modalità di attivazione delle lobby: i gruppi di pressione economici più vecchi e tradizionali, spesso più dotati di risorse, sono maggiormente in grado di perseguire “tattiche interne”, utilizzando relazioni con decisori politici per promuovere i propri interessi e generalmente hanno maggiori e migliori opzioni rispetto ai gruppi di pressione “esterni” e innovativi.

Questi ultimi, d’altro canto, non avendo ancora stabilito contatti chiave con i responsabili politici, spesso concentrano le proprie strategie su altri strumenti volti a sollecitare il sistema dei mass media e l’opinione pubblica, come le campagne su Internet, le dimostrazioni pubbliche o altre iniziative di sensibilizzazione e protesta.

Inoltre, il clima di opinione legato al sistema di governo, all’agenda dei partiti al potere, alle principali preferenze espresse da leader, partiti e movimenti politici può determinare il successo dell’azione di una lobby, a scapito dei gruppi portatori di altri interessi.

Lobby
Photo by shironosov on Canva.com

Condizioni politiche – ruolo dei partiti nel sistema, primato dello stato sull’economia e sulla società civile – e culturali – sviluppo di una cultura politica più o meno liberale o statuale – insite nei sistemi politici, democratici e non, determinano in maniera considerevole l’esito dell’attivazione politica delle lobby, anche in presenza di analoghi formati di ricorso a metodologie e tecniche di lobbying da parte dei gruppi di pressione.

Come funziona il lobbying

L’insieme delle strategie e delle tecniche volte ad ottenere un provvedimento favorevole ad un gruppo di pressione che si è attivato politicamente viene definito lobbying.

Il canale più diretto per la persuasione della politica della validità degli interessi particolari rappresentati è il lobbying diretto, costruito mediante incontri tra esponenti delle lobby e decisori pubblici chiamati ad operare tematicamente sulle questioni di interesse dei gruppi di pressione.

Contrariamente alla vulgata che vede lobbisti e politici assisi a pranzi e ricevimenti, in termini di trasparenza e correttezza dell’attività professionale questi incontri vengono svolti in sedi istituzionali; nel corso degli incontri le lobby avanzano ai decisori proposte di norme, politiche pubbliche, finanziamenti e sovvenzioni, anche mediante il supporto di dati e ricerche.

I decisori pubblici, contattati in una serie di incontri da più gruppi di pressione, hanno il compito di svolgere una sintesi a partire dai diversi interessi rappresentati e di giungere ad una decisione che contenga in sé l’interesse pubblico.

Al lobbying diretto, si affianca il lobbying indiretto, orientato ad incidere sulla visione di opinione pubblica, sistema dell’informazione e figure rilevanti, per avanzare pressioni indirette sui decisori, chiamandoli a rendere conto del proprio operato di fronte alla platea dei cittadini-elettori coinvolti nelle iniziative indirette.

Nel novero di queste iniziative rientrano formati di protesta pubblica, campagne di stampa, azioni sulle piattaforme social, momenti di coinvolgimento dei pubblici di riferimento, creazione di reti dedicate, occasioni di studio e riflessione aperte a decisori, cittadini, media, soggetti di mercato; si tratta di attività volte a riprodurre in modo indiretto formati di influenza su decisori inaccessibili o restii nei confronti dell’interesse presentato.

Ogni campagna di lobbying prevede quindi una valutazione delle azioni da intraprendere nei confronti dei decisori e di altri pubblici rilevanti, in un “lobbying mix”, che comporta strumenti e misure di lobby diretta e indiretta.

Queste attività rientrano nel novero più ampio del sistema di relazioni con la politica e non solo le grandi lobby costituite da tempo e in possesso di canali di accesso presso i decisori vi possano fare ricorso.

Ogni gruppo che si doti di un obiettivo e che intenda attivarsi politicamente per conseguirlo (ONG, istituzioni culturali, organizzazioni civiche) può fare ricorso alle tecniche e agli strumenti del lobbying in maniera puntuale o più strutturata, senza, per questo, diventare una lobby.

Quando le lobby sono un problema

In sistemi che non regolamentino in modo trasparente la relazione tra lobby e decisori pubblici può avvenire che i gruppi di pressione più grandi, con maggiore dotazione di risorse finanziarie e con maggiori reti di accesso alla politica e alle istituzioni, si avvantaggino indebitamente della propria condizione, ottenendo decisioni pubbliche favorevoli, a discapito di portatori di interessi particolari che non trovano accesso o ascolto.

Il sistema delle decisioni pubbliche, in questi casi, assume esiti decisionali non ottimali per la collettività, in quanto rivolti a sovra-rappresentare, in assenza di bilanciamento tra interessi particolari opposti, solo gli interessi delle lobby forti e dotate di accesso.

Questo problema si verifica sia nei sistemi pluralisti, come quello statunitense, in cui le lobby sono regolamentate su base formalmente paritaria, ma in cui alcune lobby sono in realtà dotate di una reale capacità di incidere sulle decisioni (ad esempio la lobby delle armi) sia nei sistemi neo-corporativi, come quelli tedesco e italiano, in cui in assenza di una regolamentazione del fenomeno, è la politica ad avviare l’interlocuzione con alcuni gruppi di pressione, considerati e selezionati sulla scorta di una maggiore numerosità, rappresentatività, incisività nel sistema di riferimento.

Non è quindi la presenza o l’assenza di una formale disciplina della lobby a costituire il rimedio allo strapotere di alcuni gruppi e all’impotenza di altri, ma lo sviluppo di un intero sistema decisionale trasparente, che renda palesi gli elementi di formazione delle decisioni pubbliche, anche alla luce degli interessi rappresentati dalle lobby.

Lobbying
Photo by European Parliament on Flickr.

Per esempio, nell’Unione Europea le lobby sono chiamate ad iscriversi ad un Registro pubblico per la trasparenza se intendono avere contatti con le istituzioni europee (Parlamento, Commissione e, di recente, Consiglio). Inoltre le istituzioni stesse devono rispettare condizioni di trasparenza e tracciabilità degli incontri con i portatori di interesse, mediante pubblicazione aggiornata delle agende pubbliche per vertici politici e amministrativi.

Da questo doppio movimento di trasparenza e rendicontazione, delle lobby e delle istituzioni, emerge un modello europeo originale integrato di rendicontazione pubblica del ruolo degli interessi nel processo decisionale della UE.

Resta valida in ogni caso la considerazione che il processo decisionale vede manifestarsi l’influenza delle lobby in varie fasi (pre-decisionale, di implementazione delle decisioni, di valutazione ex post, quando avviene, delle decisioni) ma che la responsabilità complessiva delle decisioni assunte è di politica e istituzioni, chiamate ad ascoltare, filtrare, mediare, escludere e sintetizzare il contributo proveniente dalle lobby.

La soluzione? Lobby coinvolte in un sistema trasparente

Si è molto riflettuto, nel sistema italiano, sull’opportunità di legiferare sulle lobby, per attribuire un sistema di regole chiare e norme certe sulla relazione reciproca tra politica e gruppi di pressione.

Il dibattito è in corso nella aule parlamentari da tempo e una bozza di proposta di legge unificata, estremamente dettagliata, che costruisce una sintesi di tre precedenti proposte di legge, è in corso di approvazione presso la Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati.

In realtà, il puntuale tentativo di fornire una legislazione dettagliatissima, con tutte le fattispecie di incontri tra lobby e decisori pubblici (ivi compresi agenzie, autorità, enti pubblici, ma anche, all’interno delle istituzioni personale non decisionale, come staff di politici, dirigenti, funzionari incaricati) fallisce nell’intenzione, non dichiarata ma palese, di rendere trasparenti tutti i soggetti ma non le fasi del procedimento decisionale.

Si viene così a creare una forzata asimmetria, secondo cui i decisori sono liberati da sostanziali obblighi di trasparenza verso elettori e cittadini, mentre gli esponenti delle lobby sono chiamati ad una rendicontazione integrale e quotidiana di ogni passo, appuntamento, report inviato, relazione incrociata casualmente.

L’attenzione alla trasparenza delle lobby, ampiamente presente all’interno del sistema italiano dovrebbe, a questo punto, fare un passo in avanti e divenire attenzione integrale nei confronti del ruolo dei decisori pubblici e dei processi decisionali, per richiedere responsabilità e trasparenza sistematici e non meramente soggettivi.

Una buona prospettiva di paragone è il quadro di accordo inter-istituzionale posto in essere tra Commissione, Parlamento e Consiglio della UE, che in materia di lobby hanno co-prodotto, a partire da momenti di consultazione e confronto con le lobby stesse, un quadro di riferimento meno attento alla dimensione puntuale delle norme e più centrato sul sistema complessivo dei processi e delle relazioni reciproche.

Guardare al modello europeo, improntato a questo tipo di logica, potrebbe essere di grande aiuto ad un legislatore italiano spesso in difficoltà nel trattare in modo laico ed empirico il tema delle lobby.

CONDIVIDI

Sociologa politica, fa ricerca al CNR e insegna Comunicazione e politica in Sapienza. Si occupa di comunicazione, advocacy, governance e sviluppo delle città, terzo settore, questioni di genere, partecipazione, tematiche su cui ha pubblicato saggi e volumi.
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Iscriviti alla niusletter e resta aggiornato

TORNA
SU