Cosa fa un cooperante? Ce lo spiegano 5 professionisti

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cosa fa un cooperante

Costruire un pozzo in Etiopia oppure una scuola in Senegal. Quando mi chiedono che lavoro faccio e cosa fa un cooperante, all’inizio rispondo sempre così. Un altro tipico attacco è “lavoro nella cooperazione allo sviluppo”, a cui di solito segue uno sguardo smarrito. Allora proseguo: “mi occupo di progetti in Africa, tipo reperire fondi per costruire un pozzo, tipo le Onlus”, mescolo un po’ di parole chiave e allora lo sguardo a volte si illumina.

Eppure si potrebbe essere molto più specifici, perché i cooperanti possono lavorare nei settori più svariati: la gestione dei campi profughi in aree di conflitto, i programmi di sviluppo del settore privato in Perù, la conduzione di workshop sui social network in Tunisia, uno studio sull’incidenza della malaria in una zona del Sud Africa, la valutazione di politiche sull’educazione, l’economia, la sanità, i beni culturali. Sono solo alcuni esempi di cosa fa un cooperante.

Spesso insomma nell’immaginario collettivo un cooperante è qualcuno che “costruisce un pozzo”, “aiuta i bambini africani”, quando non uno che va a farsi rapire in paesi più o meno pericolosi. È per questo che, per la rubrica Racconti di Cooperazione curata dall’Associazione Mekané, abbiamo chiesto a cinque professionisti del mestiere di raccontarci chi è e cosa fa un cooperante.

Hanno storie, età e ruoli diversi, vivono paesi e contesti anche molto diversi e ci aiuteranno a capire qualcosa di cosa fa un cooperante, perché si sceglie questo mestiere, quali luoghi comuni vanno sfatati. Cosa fa un cooperante? È quindi la domanda che abbiamo posto a Erica di Intersos, Massimiliano di Unido (United Nations Industrial Development Organization), Gloria di Fondazione Terre des Hommes Italia Onlus, Enrico del Vis (Volontariato Internazionale per lo sviluppo) e Valentina, di un’altra grande Ong italiana.

Leggi qui i profili completi dei cinque intervistati

Cosa fa un cooperante e perché lo fa

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Un eroe che salva i poveri? Uno sprovveduto che mette a repentaglio la sua sicurezza? Una specie di incorreggibile viaggiatore? Insomma, chi è e cosa fa un cooperante?

È un esperto, spiega Erica, in gestione di programmi di sviluppo o in un specifico settore (educazione, sanità, ingegneria…). Senza essere un eroe spesso è dotato di un certo spirito di volontarismo, decidendo di mettere le sue competenze tecniche a servizio di programmi di aiuto allo sviluppo o emergenza umanitaria.

Dello stesso parere Enrico, che specifica: il cooperante è una persona che mette la propria vita al servizio di cause che hanno rilievo internazionale e di cui è responsabile l’intera comunità internazionale, ma che spesso non vengono percepite come rilevanti perché non riguardano direttamente il nostro Paese. È una persona che, con una forte motivazione e professionalità, sente il desiderio di accompagnare gruppi sociali più vulnerabili dei Paesi in Via di Sviluppo, nella trasformazione di strutture e processi volti a migliorarne le condizioni di vita, spinto dalla convinzione che tutti abbiano diritto a vivere una vita dignitosa.

Perché si decide di intraprendere questo mestiere e come ci si avvicina al lavoro nella cooperazione internazionale? Quali sono le prime esperienze lavorative?

Valentina, dopo un corso universitario e un’esperienza di volontariato di un anno in India, dove insegnava inglese ai bambini di uno slum, ha deciso di approfondire le sue conoscenze con un master e da lì ha continuato a perseguire questa strada. Dopo varie esperienze di breve periodo ha ottenuto il suo primo incarico ufficiale in Ciad con l’ong per cui lavora anche oggi.

Enrico aveva chiare fin dall’inizio le motivazioni che lo avrebbero spinto a cercare un lavoro: mettere la propria vita al servizio di chi non aveva avuto le sue stesse possibilità. Questo, unito al desiderio di condividere un cammino d’incontro e scambio con popoli di diversa cultura, lo ha portato a studiare e poi e a lavorare in un settore che affrontasse le questioni dello sviluppo/sottosviluppo. Ha iniziato con il Servizio Civile all’estero, alla Focsiv (Federazione degli Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontario), lavorando in Ecuador e insegnando inglese ai bambini.

Per Gloria questo tipo di mestiere era già familiare, essendo in contatto con alcuni amici dei genitori che lavoravano come cooperanti in Uganda e Brasile. Coerentemente ha scelto un percorso di studi in Relazioni internazionali, alla fine del quale è partita per uno stage di tre mesi con Fondazione Avsi (Associazione Volontari per il Servizio Internazionale) in Libano, come responsabile del sostegno a distanza. Questo tirocinio, ci dice, mi ha permesso di toccare con mano diversi aspetti di quello che sarebbe poi diventato il mio lavoro: l’importanza dell’educazione, la corretta gestione di un budget, il rapporto con le risorse umane e i partner locali. Mi ha permesso anche di capire che era un lavoro che mi interessava davvero e che potevo essere in grado di fare.

Erica ha deciso che questa sarebbe stata la sua professione all’università, quando studiava Relazioni internazionali, ed è poi riuscita a partire per una prima esperienza, come esperta junior per una Ong italiana in Libano. Dovevo restare un paio di mesi, ci racconta, e alla fine mi sono fermata 18 mesi, passando ad un’altra organizzazione per gestire un progetto di sostegno dei diritti delle donne. Non avevo mai pensato al Medio Oriente come destinazione, ci sono capitata senza quasi pensarci. Dalla data in cui mi è stato proposta la missione all’effettiva partenza erano passati meno di dieci giorni. Sono arrivata a Beirut nel 2009 spaventata da quello che sarebbe potuto accadere in un Paese che sulla carta era terribilmente instabile e entusiasta per l’inizio di quella che per me era una nuova avventura. L’esperienza libanese si è dimostrata formativa e mi ha convinto ancora di più a orientare le mie scelte future verso questo tipo di lavoro.

Per Massimiliano, invece, è stato un caso. Dopo aver studiato Relazioni internazionali, nel corso di uno stage in Vietnam, lavorando nel settore degli investimenti e del commercio internazionale, ha iniziato a vedere le cose con un’ottica diversa, rendendosi conto che lo standard di vita, così come i bisogni, sono molto diversi da paese a paese. Da lì il desiderio di provare a restare in quel paese. L’occasione è il programma delle Nazioni Unite Fellowship/Undesa, che offre una borsa di studio annuale a giovani operatori del settore. A ottobre 2010 sostenni il colloquio per il programma, ci racconta, e, dopo alcune settimane, fui informato di aver vinto: sarei partito per un anno per lavorare presso l’Ufficio della Cooperazione italiana in Vietnam! L’incarico mi ha permesso di avere a che fare sia con la cooperazione di tipo bilaterale, sia multilaterale con altre agenzie Onu, con l’Unione Europea, ma anche con le varie Ong italiane presenti nel paese. Mi occupavo veramente di tutto: assistere il direttore, rappresentare la cooperazione con i ministeri locali e gli altri donatori/agenzie Onu, scrivere progetti, attività di ufficio.

Cosa succede nel tempo alle motivazioni iniziali, che di solito sono molto forti?

Ho avuto la fortuna di aver mantenuto intatta la mia motivazione, ci dice Erica, anzi se devo essere sincera, si è rafforzata nel tempo. Avevo scelto questa carriera per il piacere della scoperta e del viaggiare, ma anche per contribuire in qualche modo all’idea di aiutare i più vulnerabili. Tuttavia, l’idea di cosa veramente si nascondeva dietro questo mestiere non mi era ancora completamente chiara. L’ho capito facendolo e questo mi ha permesso di essere ancora convinta che questa sia stata la scelta giusta per me. Da una decisione personale, si è sviluppata in me una convinzione professionale. Una vera e propria passione per questo mestiere. Il lavoro di cooperante non è solo viaggiare e scoprire, è un continuo studiare, diventare più competente, più efficace. È una sfida continua, ma la posta in gioco rimane sempre molto alta.

Più complessa l’evoluzione di Massimiliano: All’inizio, come molte altre persone che si approcciano alla cooperazione, ero convinto di fare qualcosa di buono per le popolazioni locali. Ne resto convinto, ma in tono minore. Ogni tanto mi chiedo se si stia veramente apportando qualcosa ai beneficiari. È un ambito dove è difficile vedere i risultati delle proprie azioni, visto che i tempi sono lunghi e molti cambiamenti sopraggiungono in divenire, primo fra tutti il saltare da un ufficio/progetto all’altro in tempi relativamente brevi (3 mesi – 1 anno).

Comunemente si ritiene che questo lavoro abbia un’alta componente etica. È così?

Erica: Sì. Il rispetto dei principi di neutralità, umanità, indipendenza e imparzialità e le motivazioni etiche del lavoro del cooperante sono quello che fanno la differenza tra cosa fa un cooperante e cosa fa un altro professionista in un altro settore. E sono anche il motivo per cui ho scelto questo mestiere.

Enrico è dello stesso parere: quando si lavora in cooperazione siamo immagine non solo della nostra persona, ma anche di un’istituzione e di un popolo (italiano in questo caso), e riflettiamo quello che è la nostra visione e la nostra cultura. Qualsiasi cosa facciamo viene presa come esempio e può determinare l’assunzione di comportamenti/attitudini di tanta altra gente. Senza volerlo siamo anche educatori e quel che diciamo o facciamo ha un impatto enorme.

Ogni lavoro dovrebbe avere un’alta componente etica, ribadisce Gloria. Si pensa che in questo ambiente si sia più buoni e bravi perché c’è il grande stereotipo che stiamo “facendo del bene”. In realtà non è così. Come in tutti i campi ci sono persone che traducono questo in etica ed altre no.

Sulla stessa scia Massimiliano, che aggiunge: la componente etica c’è quasi sempre ed è anche molto forte, ma dipende molto dal contesto e da chi ci lavora. Occorre distinguere tra l’etica della cooperazione e l’etica del cooperante. Mi spiego. Dal punto di vista della cooperazione, c’è assolutamente la volontà di migliorare le condizioni di vita di popolazioni in difficoltà, però è bene ricordarsi che la Cooperazione allo Sviluppo è parte integrante della Politica estera degli Stati: sono le direttive dei governi e gli accordi tra Stati che fanno sì che ad esempio l’Italia sia molto attiva in Mozambico mentre stia man mano abbandonando l’America Latina. Le Ong ottengono la grande maggioranza dei loro finanziamenti dagli Stati o altre entità, come l’Unione Europea, che hanno appunto le loro priorità politiche ed economiche. Ad ogni modo, le ragioni dietro all’aiuto vedono sempre una componente etica importante. Passando dall’etica della cooperazione all’etica del lavoro nella cooperazione, come quasi ovunque dipende dalle persone con cui si ha a che fare.

Quale consiglio daresti a chi vuole iniziare questo mestiere? Quali capacità deve avere?

Tutti concordano su alcune parole chiave: flessibilità, capacità di adattamento, grande motivazione e sensibilità nelle relazioni umane oltre che una buona gestione dello stress, specie quando ci si trova in situazioni ad alto rischio. Inoltre è essenziale acquisire capacità tecniche e linguistiche (gestione del ciclo le progetto, project design) cercando di specializzarsi in un settore o in un ambito di particolare interesse (diritti umani, protezione, sicurezza alimentare etc.). È fondamentale poi una prima esperienza sul campo, magari attraverso uno stage, che serva a confrontarsi con la realtà e a mettere alla prova le proprie aspettative.

In particolare Enrico sottolinea: è importante essere fermi sui propri ideali, ma allo stesso tempo occorre essere anche molto realisti, senza idealizzare situazioni, popoli, settori d’intervento. Umiltà e capacità d’ascolto sono essenziali: bisogna avere chiaro che il cooperante non cambia il mondo; per essere efficace e un vero professionista deve saper interagire con tutti gli attori locali sapendo che sta entrando nel loro mondo, che loro conoscono sicuramente meglio di lui. Il suo ruolo non è quello di decidere ma di recepire le necessità della gente, di facilitare, stimolare e moderare il dialogo per poi accompagnare queste persone. Bisogna, infine, essere coscienti che i processi di sviluppo sono lunghissimi e spesso non se ne vedono i frutti. Si è un ingranaggio di un sistema in cui si uniscono tante parti e spesso si inizia qualcosa che saranno altri a portare avanti. Se si ha chiaro questo modo di essere e si rinuncia all’idea del supereroe, allora si può lavorare bene.

Cosa fa un cooperante: le crisi e le soddisfazioni

cosa fa un cooperanteQuali sono i principali aspetti critici del mestiere del cooperante?

Sono tanti, dice Erica. Gli altissimi livelli di stress che si possono accumulare, la frustrazione di non avere abbastanza risorse per avere un impatto più significativo sulla vita dei beneficiari, la mancanza di sostenibilità di certi interventi. E poi il bisogno di bilanciare la vita professionale (che ti porta a continui spostamenti e spesso ad un’immersione totale nel lavoro) e la vita personale. La qualità di vita in certi contesti a volte non è sempre facile, con piccole frustrazioni quotidiane che possono rendere la vita del cooperante non avventurosa come si pensa, ma a volte solo molto fastidiosa (torni a casa e manca la corrente elettrica, ci sono 40 gradi e sudando cerchi le candele chiedendoti “ma chi te l’ha fatto fare”, il rischio malaria, le interminabili contrattazioni al mercato, le conversazioni skype interrotte ogni due minuti).

Gloria aggiunge: vedere il bisogno in maniera così evidente e non poter rispondere. L’aspetto più frustrante in assoluto è avere le risorse finanziarie per poterlo fare, ma essere impossibilitati da blocchi di altro tipo. Non sempre non si riesce a rispondere al bisogno per questione di soldi: le attività possono essere bloccate dal Governo locale che non concede autorizzazioni, o per una mancanza di lungimiranza, strategia e visione dell’organizzazione stessa o del donatore del progetto.

Continua Enrico: sicuramente i tempi, quelli che si pensano o sono imposti da un progetto non sono sempre quelli che richiedono i processi di sviluppo, che sono molto lunghi. Allo stesso tempo le difficoltà logistiche o la mentalità locale che spesso costituiscono grandi ostacoli nel realizzare le attività previste: la corruzione e la rassegnazione generalizzata della gente che non vuole cambiare strutture e non crede che con il proprio apporto questo sia possibile.

E le soddisfazioni del cooperante? Ce ne sono? Quali?

Erica: trasferirsi in un nuovo paese, in un nuovo ufficio, adattarsi, avere paura di essere soli, l’inizio è sempre difficile. Anche integrarsi, essere accettato dal tuo team non è sempre facile. Per questo una delle soddisfazioni più grandi è legata al fatto di essere riuscita ad integrarmi in team diversi, anche in un ufficio dove ero l’unica non africana e l’unica donna sotto i trent’anni. Più in generale ci sono stati tanti momenti in cui mi sono resa conto che sì, questo era il lavoro per me. Quando dopo un anno di lavoro con un team di staff locale mi sono resa conto che lo staff aveva acquisito la tua stessa motivazione e metodo di lavoro. E mi ha ringraziato per aver scoperto quanto potesse essere gratificante lavorare in questo campo. Quando semplicemente ti rendi conto che qualcosa che ti sembrava difficilissimo un paio di mesi prima, ora fa parte della tua routine lavorativa. Quando sei capace di dare risposte ai bisogni, quando torni a casa la sera stanco ma felice, nonostante tutto.

Massimiliano: la più grande soddisfazione? La mattina successiva ad un Forum, quando il capo mi chiama in disparte: ero convinto partisse una sfuriata memorabile, con tanto di licenziamento immediato perché il pomeriggio precedente aveva dato disposizione di stravolgere quanto stavamo organizzando da un mese e mezzo, con evidenti difficoltà nella realizzazione. Mi propose invece di fare il coordinatore dello stesso progetto, perché alla fine avevo gestito al meglio non solo le difficoltà incontrate, ma anche altre attività nei mesi precedenti.

Gloria: una grande soddisfazione è stata quando alla fine di un corso sui pannelli solari un uomo musulmano sunnita palestinese, che non mi aveva stretto la mano quando gli avevo consegnato i diplomi essendo io una donna e cristiana, mi ha detto: “Vi ringrazio per questa opportunità che ci avete dato di venire a studiare in questa scuola perché ci avete permesso di aumentare le nostre competenze, ma soprattutto di stringere legami con gli altri studenti e insegnanti libanesi di diverse religioni e capire che possiamo lavorare insieme”. Forse in questa possibilità di incontro è il vero senso del nostro lavoro.

Com’è la vita dell’espatriato? Esiste, in definitiva, una possibilità di integrazione con la cultura locale?

La vita sul campo varia in base al carattere della persona e al paese in cui ci si trova, spesso vi sono alcune barriere che rendono insormontabile l’integrazione, come per esempio il colore della pelle in Africa. In altri casi, come ci racconta Gloria per il Libano, è possibile almeno un buon livello di comprensione reciproca.

Ancora tutto può variare se ci si trova in città o in aree rurali, come ci dice Valentina: sul campo sono molto più facili i rapporti con le comunità anche se resti spesso la mosca bianca. L’integrazione passa molto anche dalla conoscenza della lingua locale, ma a volte le comunità sono chiuse e fanno fatica ad accettare anche lo staff nazionale che viene dalla Capitale.

Enrico ribadisce: ci si può adattare e trovare punti d’incontro, stabilendo splendide relazioni con le popolazioni locali, ma permangono grandi diversità che in generale rendono difficile l’approfondimento di molte relazioni a livello personale.

Massimiliano specifica: l’integrazione culturale è difficile perché a volte abbiamo la tendenza a pensare che siano gli altri a doversi adattare al nostro modo di pensare, mentre in altre situazioni le differenze sono talmente grandi che all’inizio paiono insormontabili. Con molto spirito di adattamento, una certa iniziativa (io ad esempio ho imparato il vietnamita) e un grande senso di curiosità le differenze si possono comunque ridurre. Certo, a volte è da parte di coloro che ci ospitano che manca la volontà di integrarci: siamo percepiti come corpi estranei, bancomat ambulanti, spioni dei governi occidentali. In questi casi è inevitabile che ci si ritrovi con altri stranieri, ma l’importante è trovare un giusto compromesso.

Infine, come vedete il vostro futuro? Cosa fa un cooperante “da grande”?

Erica: credo che nel mio caso il cooperante da grande faccia il cooperante, o almeno per qualche anno ancora. Ci penso spesso, ma anche dopo otto anni di carriera non ho ancora voglia di cercare un piano B. Anche se uno dei progetti più tipici che circola fra i cooperanti è quello di lasciare tutto e aprire un baretto in spiaggia, al momento nei miei programmi c’è un’altra missione, un nuovo paese da esplorare, un nuovo settore in cui specializzarmi.

Gloria: dopo nove anni di vita in giro, sto riflettendo un po’ sul mio futuro. Un’evoluzione naturale dell’esperienza all’interno delle Ong è provare ad entrare, come mi piacerebbe, in qualche organizzazione internazionale come le Nazioni Unite, in uno dei suoi mille uffici, o l’Unione Europea. Ma non escludo anche di tornare a casa e fare un Master specialistico in un settore (quello sanitario mi interesserebbe molto) per tornare poi sul terreno con strumenti ancora migliori.

Enrico: il futuro può aprire tantissimi scenari diversi, com’é stato finora per me, quando si sono presentate situazioni inaspettate che mi hanno portato fino a dove sono ora. La bellezza di questa scelta di vita sta anche in questo: che ti porta a ricominciare sempre da zero ed in contesti che fino a poco tempo prima non ci si sarebbe immaginato.

Massimiliano: non credo sia possibile per chi lavora in cooperazione vedere chiaramente il proprio futuro: finito un progetto si parte altrove, per posti sconosciuti; se non si è parte dell’organico di un’agenzia o di una Ong la precarietà è latente e bisogna cercarsi continuamente il lavoro: non è detto che il donatore abbia i soldi che aveva promesso (è già capitato!); in certi paesi inoltre c’è il rischio di sconvolgimenti in brevissimo tempo. Diciamo comunque che il mio futuro lo vedo all’estero, in paesi in via di sviluppo, mi auguro ancora nel sistema Onu, a gestire progetti relativi al settore privato e magari all’agri-business. Il cooperante “da grande” non deve fare il cooperante. Direi di più, il cooperante da grande dovrebbe sperare di essere disoccupato, perché vorrebbe dire che non c’è più bisogno di lui, che le comunità che hanno beneficiato di un aiuto, un supporto sono in grado di continuare per la loro strada.

Leggi qui i profili completi dei cinque intervistati

Immagini | Annalisa Vandelli, esperta di comunicazione in missione per la Cooperazione Italiana allo sviluppo del MAECI

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Laureata in Scienze Politiche, un Master in Cooperazione e Progettazione per lo Sviluppo e co-fondatrice di Mekané - ideas for development, dal 2008 si occupa di gestione, monitoraggio e valutazione di progetti di sviluppo, alternando esperienze in Italia e all’estero – Tunisia, Etiopia, Mozambico.

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