Corte di Giustizia e diritto dell’Unione Europea: cos’è e come funziona

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La Corte di Giustizia e il diritto dell’Unione Europea: cos'è e come funziona
@Cédric Puisney

Ultimiamo l’analisi delle maggiori istituzioni dell’Unione europea osservando da vicino un organismo che, pur dall’aspetto austero e inaccessibile, è stato negli anni passati il vero motore dell’unificazione europea, poiché ha plasmato il diritto dell’UE consentendone l’affermazione negli Stati membri e sancendone i principi fondamentali.

La Corte di Giustizia e il diritto dell’Unione Europea

Storia

Il 18 aprile 1951, alla firma del trattato di Parigi istitutivo della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), i sei Stati membri fondatori (Belgio, Germania Ovest, Francia, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi) decisero di creare un organo giurisdizionale incaricato di garantire il rispetto del diritto comunitario e di farlo applicare uniformemente da tutti gli Stati membri, nonché di risolvere le controversie derivanti dalla sua applicazione: fu costituita la Corte di giustizia della CECA. Successivamente, il 25 marzo 1957, i trattati di Roma istitutivi della Comunità economica europea (CEE) e la Comunità europea dell’energia atomica (EURATOM) crearono un nuovo organo giurisdizionale, denominato Corte di giustizia delle Comunità europee (CGCE), comune alle tre Comunità allora esistenti (CECA, CEE, EURATOM).
Più recentemente, in seguito alla trasformazione delle Comunità europee in Unione, e con il Trattato di Lisbona entrato in vigore il 1º dicembre 2009, la Corte ha assunto la denominazione e il ruolo che le spettano oggi: ha infatti cambiato il nome in Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE).

Cos’è la Corte di Giustizia europea e come è composta

La Corte di giustizia dell’Unione europea, con sede a Lussemburgo, è un’istituzione fondamentale con compiti giurisdizionali. Il suo primo essenziale compito è quello di garantire che il diritto dell’UE venga interpretato e applicato allo stesso modo in ogni Stato membro, e di garantire che i Paesi e le istituzioni dell’Unione rispettino la normativa dell’UE. A tal fine la Corte è depositaria del mandato a risolvere le controversie fra gli Stati membri, le istituzioni dell’Unione e i cittadini, che sorgono in merito all’interpretazione e all’applicazione del diritto dell’Unione europea.

In quanto supremo giudice europeo, infatti, può essere adita dagli Stati membri quando essi ritengano che le istituzioni europee abbiano adottato norme illegittime alla luce dei Trattati istitutivi dell’Unione, nonché se uno Stato ritiene che un altro Stato membro agisca in violazione degli stessi. Inoltre, in alcune circostanze, anche i singoli cittadini, le imprese o le organizzazioni possono rivolgersi alla Corte allo scopo di intraprendere un’azione legale contro un’istituzione dell’UE qualora ritengano che abbia in qualche modo violato i loro diritti.

Nella sua architettura attuale, la Corte è un’istituzione composita, formata da tre sezioni che si suddividono il lavoro ratione materiae:

  • la Corte di giustizia tratta dei rinvii pregiudiziali, di alcuni ricorsi in annullamento e delle impugnazioni contro le decisioni delle altre sezioni.
  • il Tribunale si occupa principalmente di diritto della concorrenza, aiuti di Stato, commercio, agricoltura e marchi.
  • il Tribunale della funzione pubblica giudica sulle controversie tra l’UE e il suo personale.

Prima di addentrarci nelle funzioni della Corte, attenzione: la CGUE non va confusa con la Corte europea dei Diritti dell’uomo. Quest’ultima, con sede a Strasburgo, non è un’istituzione dell’Unione europea, bensì il tribunale del Consiglio europeo (anch’esso, nonostante l’infelice denominazione, non ha nulla a che fare con l’Unione europea e le sue istituzioni).

Interpretazione e applicazione del diritto UE

La Corte si pronuncia sui casi ad essa proposti, principalmente secondo due direttrici: l’interpretazione e l’applicazione del Diritto dell’Unione. Ma cosa significa? Ogni normale tribunale interpreta la legge ma, soprattutto, la applica. E questo perché l’interpretazione delle norme spetta a organismi superiori, non a caso definiti corti supreme. Essi danno l’interpretazione generale delle norme, assicurando uniformità interpretativa, in modo che i tribunali ordinari abbiano poi un faro a cui riferirsi. In Italia, come in molti Paesi, questa funzione è ricoperta dalla Corte di Cassazione. Le sue pronunce, infatti, “fanno giurisprudenza”. Ugualmente, esistono corti supreme che giudicano non solo l’applicazione delle norme, ma anche della loro legittimità, alla luce di norme superiori. È questo il ruolo delle Corti Costituzionali, le quali determinano se le leggi varate dai Parlamenti sono, o meno, in contrasto con la norma fondamentale, cioè la Costituzione.

La Corte di giustizia dell’UE è tutte queste cose insieme, in un sistema complesso volto a garantire che i tribunali nazionali degli Stati europei applichino correttamente e coerentemente il diritto dell’UE. In più, la Corte di giustizia giudica la legittimità delle norme europee, adottate dalle istituzioni UE, alla luce dei Trattati. Vediamo rapidamente in concreto come queste funzioni si estrinsecano.

  • Interpretazione del diritto (pronunce pregiudiziali) – i tribunali nazionali degli Stati membri devono assicurare la corretta applicazione del diritto dell’UE, ma i tribunali di paesi diversi potrebbero darne un’interpretazione differente. Se un giudice nazionale è in dubbio sull’interpretazione o sulla validità di una normativa dell’UE, può (o deve, se è giudice di ultima istanza, cioè se è una Corte di Cassazione) chiedere chiarimenti alla Corte di giustizia. Lo stesso meccanismo può essere utilizzato per stabilire se una normativa o prassi nazionale sia compatibile con il diritto dell’UE.
  • Assicurare il rispetto della legge (procedure d’infrazione) – questo tipo di misure viene adottato nei confronti di un governo che non rispetti il diritto dell’UE. Possono essere avviate dalla Commissione europea o da un altro paese dell’UE. Nel caso in cui il paese si dimostri inadempiente, è tenuto a porvi rimedio immediatamente, altrimenti rischia una seconda procedura, che potrebbe comportare una multa a giudizio della Corte.
  • Annullare atti giuridici dell’UE (ricorsi per annullamento) – se ritengono che un atto dell’UE violi i trattati o i diritti fondamentali, il governo di uno Stato membro, il Consiglio dell’UE, la Commissione europea o, (in taluni casi) il Parlamento europeo, possono chiedere alla Corte di annullarlo. Anche i privati cittadini possono chiedere alla Corte di annullare un atto dell’UE che li riguardi direttamente.
  • Assicurare l’intervento dell’UE (ricorsi per omissione) – in talune circostanze, il Parlamento, il Consiglio e la Commissione devono prendere determinate decisioni. In caso contrario, i governi dell’UE, altre istituzioni dell’UE e, a certe condizioni, anche i privati cittadini o le imprese possono rivolgersi alla Corte.
  • Sanzionare le istituzioni dell’UE (azioni di risarcimento del danno) – qualsiasi cittadino o impresa i cui interessi siano stati lesi da un’azione o omissione dell’UE può rivolgersi alla Corte.

Motore dell’integrazione

Perché abbiamo in precedenza affermato che la Corte di Giustizia è stato il vero motore dell’integrazione europea? La ragione risiede proprio nel compito ad essa affidato di interpretare il diritto dell’UE e di assicurarne l’applicazione uniforme in Stati differenti, compresa la necessità di determinarne i principi fondamentali non scritti nei Trattati ma emergenti dello spirito complessivo degli stessi. In poche parole, i Trattati recano le norme, ma la Corte di giustizia, in tanti anni di attività, ha saputo estrarre dai singoli casi applicativi l’anima della costruzione europea, che non risiede in un insieme di regole, ma nel diritto, e nei diritti.

Interpretando le norme, infatti, la Corte ha esteso e ampliato grandemente i diritti dei singoli cittadini. Se una norma europea assicura loro un diritto, ma la norma nazionale fa da ostacolo, ogni cittadino dell’Unione può ricorrere contro il proprio Stato membro. È il caso della discriminazione razziale e sessuale, della differenza di retribuzione fra uomini e donne, della libera circolazione dei lavoratori, e di infiniti altri ambiti. Un caso interessante che testimonia quanto sia influente la Corte di giustizia nel trasformare il diritto europeo in diritto da applicare negli Stati membri, ha coinvolto l’Italia. Di fronte a un processo infinito, una delle parti in causa ha fatto ricorso alla Corte di giustizia, la quale ha stabilito che il diritto a un giusto processo, già sancito dalla Costituzione italiana, deve includere anche la ragionevole durata dello stesso. Da quel momento, la Corte Costituzionale italiana interpreta il canone del giusto processo come inclusivo della ragionevole durata, oltre che degli altri requisiti. Se la ragionevole durata non è garantita, il cittadino ha diritto a essere risarcito. Come si vede, la Corte di giustizia riesce addirittura a innovare una Costituzione nazionale.

Supremazia del Diritto UE

Infine, di importanza essenziale e inamovibile, è un principio non esplicito nei Trattati ma elaborato dalla Corte di giustizia attraverso la trattazione di alcuni casi concreti, che oggi è la pietra su cui regge l’intera costruzione europea: il principio della supremazia del diritto europeo su quello nazionale. Questo principio è stato ufficialmente riconosciuto anche dalla Corte costituzionale italiana. Ma cosa significa?
Se una norma di diritto europeo e una norma di uno stato nazionale sono in contrasto, il diritto europeo prevale. In altre parole, laddove un giudice italiano, austriaco o francese, nel risolvere una controversia, constatino questo contrasto, sono tenuti a disapplicare la norma nazionale e dare piena applicazione a quella europea. Questo, tuttavia, non significa abrogarla, cosa che può fare solo l’organo legislativo nazionale.
A corollario di questo principio, va ricordato che ogni norma europea è di per sé, per sua stessa natura, già anche norma nazionale e che le norme europee sono adottate con l’accordo degli Stati membri nel Consiglio dell’Unione europea. Non sono mai, quindi, imposte da nessuno a nessuno e non sono norme di un ordinamento estero. Non solo, ormai il 75% delle leggi nazionali non sono altro che la trasposizione in diritto interno di una norma europea, quando la stessa è contenuta in una Direttiva (e cioè necessita di essere recepita con legge nazionale per essere applicabile) e non, invece, in un Regolamento (direttamente applicabile senza bisogno di alcunché).

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Milano, Dublino, Londra e Bruxelles. Specializzato in diritto bancario, dei mercati finanziari e dell'Unione europea, collaboro con le facoltà di Economia e Diritto di alcune università europee.

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