Conferenza Parigi 2015 sul clima (COP 21): riconvertiamo le nostre economie

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Conferenza Parigi 2015 sul clima (COP 21): la fine del Protocollo di Kyoto

Gli eventi drammatici della settimana scorsa nella capitale francese sembrano toccare le tematiche del cambiamento climatico solo per l’organizzazione dell’imminente Conferenza delle Parti (COP21) organizzata dell’UNFCCC. La realtà però ci dice anche un’altra storia che proveremo a raccontare in poche righe.

La COP21 di Parigi sarà il momento che sancirà la fine del Protocollo di Kyoto e la firma di un nuovo accordo globale per la lotta al cambiamento climatico. Nelle più rosee aspettative verranno definiti degli obiettivi di riduzione delle emissioni, definite delle nuove azioni per adattarsi agli impatti del cambiamento climatico (la bellissima estate di San Martino appena conclusa ha raggiunto temperature di 10°C superiori alle medie del 71’-00’, bello stare in spiaggia ma la situazione è a dir poco preoccupante).

Da Parigi a Parigi. Vincere la sfida climatica come contributo per la pace globale

Parigi però è anche parte della soluzione che dobbiamo mettere in campo per fronteggiare il terrorismo dell’ISIS. Proviamo a capire perché e come. Per farlo dobbiamo tornare un po’ indietro con il tempo. Possiamo sostenere che una spinta decisiva alla nascita del Califfato e del suo esercito sia venuta dalle difficoltà nella transizione verso la democrazia dei paesi coinvolti nelle primavere arabe, oltre che dai conflitti oramai ultra decennali in Iraq e del popolo curdo per la sua indipendenza.

Vorrei però soffermarmi sulle rivoluzioni arabe, ed in particolare sull’evento scatenante. Il 17 dicembre 2010 un panettiere tunisino Mouhamed Bouazizi si dà fuoco in segno di protesta contro i soprusi del suo governo ma anche perché impossibilitato nel fare il suo lavoro, infatti in quei giorni il prezzo del grano e della farina aveva raggiunto un prezzo talmente elevato da rendere impossibile la sua trasformazione in pane. Perché il prezzo del grano era salito così tanto? Anche qui dobbiamo dare uno sguardo ad una serie di eventi accaduti a cavallo tra il 2009 ed il 2010. Nel 2009 una forte siccità, dovuto con molte probabilità all’intensificarsi del cambiamento climatico, colpisce il primo produttore al mondo di cereali, gli USA. L’impatto è devastante sul mercato, una riduzione del 30% della produzione americana fa incrementare i prezzi a livello globale. Nel 2010 un duplice evento colpisce la formulazione del prezzo dei cereali come di altre commodity. Un’ondata di calore anomala – conseguenza del clima impazzito – affligge la Russia. Le immagini televisive raccontano di Mosca e San Pietroburgo avvolte dalle fiamme, la steppa russa invece arida, secca. Il secondo produttore al mondo di cereali vede una riduzione del 20% della sua produzione. Nello stesso anno ad aprile (2010), il più grande disastro ambientale dell’ultimo secolo si materializza nel Golfo del Messico. La BP, durante le operazioni di esplorazione petrolifera nei fondali del Golfo, provoca per un azzardo tecnologico una fuoriuscita di greggio capace di modificare oltre che l’ecosistema dell’area anche il prezzo del greggio sul mercato globale.

L’incremento del prezzo del greggio provoca un ulteriore incremento del prezzo dei cereali, in quanto moltissime commodity di prima necessità sono vincolate nella formulazione del loro prezzo al prezzo del petrolio. Sono anche questi tre disastri climatici ed ambientali, avvenuti nell’arco di 24 mesi, a portare un povero panettiere tunisino ad un gesto disperato. Ho voluto raccontare questa storia per provare a dare una chiave di lettura differente alle azioni da intraprendere dopo gli attenti di Parigi e verso la COP21 di dicembre. Parte della risposta da mettere in campo per ristabilire la pace nel mondo arabo, come in altre zone di guerra del pianeta, passa attraverso la riconversione ecologica delle nostre economie e la lotta ai cambiamenti climatici. Se a Parigi saremo capaci di mettere in campo un accordo globale che impegni i paesi a mitigare i rischi derivanti dai fenomeni di siccità e dalle ondate di calore sempre più frequenti, intervenendo in una corretta gestione della risorsa suolo ed in pratiche resilienti in agricoltura. Se investiremo finalmente in modo convincente e globale sulle fonti energetiche rinnovabili, per evitare azzardi di esplorazioni petrolifere nel Golfo del Messico come nell’Artico. Se riconoscessimo davanti ai mass-media e all’umanità intera che molti dei conflitti nati in giro per il mondo negli ultimi decenni sono stati causati anche dal cambiamento climatico, come più volte ricordato dal Presidente Obama nel caso della Siria, colpita a più riprese da forti siccità. Se ci ricordassimo che molti dei profughi in arrivo sulle coste europee del Mediterraneo devono essere chiamati profughi climatici e non immigrati. Se saremo capaci di fare questo riusciremo a dare una risposta ad eventi violenti non con la violenza dei bombardamenti ma con la concretezza di risposte sostenibili e resilienti. Perché la resilienza è un più attraverso un meno, ripartiamo da Parigi il 12 dicembre, con una manifestazione ordinata e colorata, capace di trasformare il dolore in energia propositiva. Non restiamo senza parole.

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Fondatore di Climalia, prima società italiana di servizi climatici per la resilienza territoriale. Collabora con il Kyoto Club come responsabile della cooperazione internazionale e come esperto di politiche di adattamento ai cambiamenti climatici. Consulente del Ministero dell’Ambiente, Acclimatise UK, AzzeroCO2 e Commissione Europea.

4 Comments

  1. La speranza appunto è che il tutto non sfumi in un nulla di fatto o quasi, come nelle precedenti conferenze delle nazioni unite .. bisogna agire subito e in fretta!

  2. Quest’anno la possibilità di un discreto accordo sono reali, bisogna dare gambe poi all’accordo. È questo lo si può fare anche con processi Bottom-Up. La prima fonte rinnovabili è il risparmio, non consumare.

  3. Ciao Piero, le connessioni che tessi sono importanti da capire.. la questione climatica è un accelleratore di conflitti già esistenti. Il problema è che i funzionari che saranno a Parigi non ragionano con questo panorama in testa ed anzi la credibilità di UNFCCC è questionata ormai da tempo, troppo intrecciata con gli interessi del capitalismo globale. Un articolo di Brian Tokar, spiega tutto questo e sottolinea la necessità per i movimenti sociali di fare resistenza e impegno civile. Aggiungerei che due concetti chiave per le nostre società, che devono esercitarsi aldilà di Parigi, sono la giustizia climatica (climate justice) e la solidarietà. Le nostre generazioni hanno un imperativo morale di esserne i portavoce!
    http://www.commondreams.org/views/2015/11/11/paris-climate-conference-designed-fail?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=twitter&utm_source=socialnetwork

    • Cara Veronica, non posso che trovarmi d’accordo con te sulle inegerenze del capitalismo globale nei processi legati all’UNFCCC. In realtà il pensiero che ho espresso parte anche dalle prese di posizione assunte in tale direzione dal Presidente Obama e che oggi molti commentatori politici fanno a seguito degli attentati di Parigi. Questo non è garanzia che saranno inclusi nei futuri accordi, ma può essere il punto di contatto tra i governi del mondo e l’impegno civile. Sarebbe da approfondire anche su queste pagine il concetto di giustizia climatica, ancora oggi troppo lontano dalla testa dei nostri governanti come però di molti attivisti non ecologisti per definizione.

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