Comunità resilienti | Cosa sono e come costruirle

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Città, sostantivo femminile, singolare e plurale, identificata come centro abitato di dimensioni demografiche non definibili a priori, in ogni caso non troppo modeste, sede di attività economiche, prevalentemente extra agricole e terziarie, in grado di fornire servizi alla propria popolazione.

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Urban Gardening | Foto: VitusKonter via climatevisuals

Città sono prima di tutto le persone che le abitano

Il giornalista Francesco Costa, nel podcast Milano, Europa, definisce le città come “grandi comunità complesse, variegate, conflittuali e affascinanti, fatte di persone, più ancora e prima che agglomerati di palazzi, strade, piazze e negozi. Sono le persone che fanno o non fanno funzionare un sistema urbano, che lo arricchiscono con le loro iniziative, che decidono cosa chiedere e cosa pretendere da chi le governa”.

Colonna portante di una città è dunque la sua comunità, un intreccio di vite, volti, età e lavori diversi che animano, dirigono e definiscono la sua governance, i processi decisionali e gli obiettivi da raggiungere. Ed è proprio grazie alla capacità della comunità di cittadini e cittadine di organizzarsi e pianificare gli spazi, che una città potrà definirsi più o meno vivibile, comoda, sostenibile e, soprattutto, resiliente.

Già, perché se parliamo di città del futuro non possiamo non affrontare un tema sulla bocca di tutti, un concetto ormai sdoganato, a tal punto da rischiare di sminuirne il suo significato: resilienza.

Quattro sillabe che vengono associate ad una pluralità di concetti, rubato all’ingegneria dalla psicologia, utilizzato in vari contesti, tra cui il mondo urbano, per indicare la capacità di un sistema di non adeguarsi ai cambiamenti in atto, ma di modificarsi progettando risposte sociali, economiche e ambientali innovative ed efficaci che gli permettono di resistere nel lungo periodo alle sollecitazioni esterne.

Di resilienza urbana abbiamo parlato ampiamente in questo articolo. Abbiamo detto perché è fondamentale progettare città resilienti, in grado di rispondere proattivamente alle sfide del cambiamento climatico e ad altri mutamenti esterni, e quali strategie possono adottare le città per diventare più resilienti.

In questo articolo ci occupiamo di comunità cittadine resilienti o, potremmo dire, dell’aspetto sociale della resilienza urbana. Perché le città sono prima di tutto le persone che le abitano.

Cittadini resilienti per città resilienti

Analizzare la resilienza urbana da un punto di vista sociale significa riconoscere valore ad esperienze e modalità informali di organizzazioni sociali, che sono alla base del tessuto urbano e intervengono ogni volta che le istituzioni non sono capaci di vedere o riconoscere un bisogno.

Significa capire come le città, attraverso la loro comunità di cittadini e cittadine, imparano ad essere più flessibili e ad attivarsi per affrontare le difficoltà che incontrano nei vari ambiti, in accordo anche con gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, dei quali l’undicesimo prevede di rendere le città e gli insediamenti umani più inclusivi, sicuri e sostenibili.

Obiettivo che include per tutti il diritto ad un alloggio e a servizi di base adeguati e convenienti, l’accesso a sistemi di trasporto sicuri ed ecologici, la sicurezza stradale, l’attenzione alle esigenze di chi è in situazioni vulnerabili (donne, bambini, persone con disabilità e anziani). E ancora, la salvaguardia del patrimonio culturale e naturale, la riduzione dell’impatto ambientale, con particolare attenzione alla qualità dell’aria e alla gestione dei rifiuti urbani.

In tutto questo, cosa possono fare le città e i cittadini per promuovere città resilienti? Contribuire, tutti insieme, a promuovere comunità resilienti.

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Foto: Innovation Lab

Comunità resilienti: un nuovo patto tra cittadini e amministratori

Punto di partenza verso una città resiliente in tutte le sue dimensioni (politiche, geografiche e umane) è l’introduzione di nuove forme di progettazione e strategie che mettono al centro i cittadini, avvicinando e consolidando le capacità collaborative dei due attori chiave di ogni società civile: la pubblica amministrazione e la comunità locale.

Le città del futuro sono resilienti anche nel loro modo di nascere, emergere, modificarsi e crescere. Occorre superare il vecchio approccio top down verso modalità che pongono al centro della progettazione idee e volontà dei cittadini.

La pubblica amministrazione dovrà imparare ad attrarre idee e proposte dei cittadini e delle associazioni locali, trasformando i confini urbani in laboratori creativi. Il ruolo delle municipalità sarà quello di introdurre strumenti per stimolare una partecipazione dal basso, verso la pianificazione di azioni che, con l’aiuto di tecnici prestati dalla macchina comunale, prendano forma di progetti desiderati oltre che condivisi.

Nascono allora il bilancio partecipativo, arrivato a Milano alla sua seconda edizione, i patti di collaborazione per la gestione e cura dei beni comuni, la scuola dei quartieri e il piano quartieri. Tutti strumenti di supporto all’attivazione e consolidamento di comunità resilienti.

In questo scenario, il ruolo dell’amministrazione comunale è quello di agevolare la realizzazione delle proposte e fare in modo che le attività già in corso si possano moltiplicare, rendendo più semplice la loro organizzazione. Alcuni esempi in due ambiti cruciali della vita urbana: abitare e spostarsi.

Comunità resilienti: nuove forme dell’abitare

Rispetto alla domanda abitativa, ad esempio, la città di Milano sta vivendo un progressivo incremento delle richieste a causa dell’aumento della sua popolazione, con conseguente crescita dei prezzi delle abitazioni, rendendo sempre più difficile accedere ad un bene primario ed essenziale.

Il concetto di casa ha subito delle trasformazioni nel corso degli anni; tra queste, oggi si assiste alla comparsa di nuove soluzioni che erodono il concetto di proprietà privata verso nuove forme dell’abitare che privilegiano la condivisione e la socialità, per citare alcuni esempi, i condomini condivisi, gli ecovillaggi, il social housing e il cohousing.

Si comincia a parlare di cohousing per la prima volta in Danimarca per opera dell’architetto Jan Gudmand-Høyer, che nel 1964 raccoglie un gruppo di amici sotto la comunità di Skråplanet, con il desiderio di ricreare le condizioni di vita di un villaggio, in controtendenza con la società contemporanea, dominata dalla logica del lavoro e dell’individualismo.

Occorrerà attendere ben 40 anni prima di veder spuntare il cohousing anche in Italia. Di fronte a prezzi sempre più elevati, ad una offerta sempre più limitata e alla necessità di impedire che il cemento si impossessi di ogni metro quadro della città, il coabitare diventa una risposta innovativa alla domanda abitativa e una strategia di sostenibilità.

Cohousing significa quindi ottimizzare gli spazi, implementare quel senso di comunità perduto, incoraggiare i rapporti di buon vicinato, imparare ad essere collaborativi e generare occasioni di socialità.

Si tratta di una soluzione che consente di combinare l’autonomia dell’abitazione privata con i vantaggi di servizi, risorse e spazi condivisi (lavanderia, micronido, laboratorio per il fai da te, stanze per gli ospiti, orti e giardini, sala delle feste con cucina professionale, palestra, piscina, spazi di coworking, ecc..) con benefici dal punto di vista sociale, economico, ambientale.

Non esistono regole rigide nel cohousing; la co-progettazione diventa quindi un aspetto fondamentale che accomuna ogni forma di community housing, dalle esperienze europee a quelle americane, fino a quelle australiane. I futuri residenti sono attivi sin dai primi momenti dell’iter progettuale nella scelta comune del luogo in cui andare ad abitare, nell’organizzazione, e nella gestione degli spazi.

A questo proposito, l’esperimento di Vauban in Germania è una sorta di cohousing due punto zero, progettualità di sostenibilità ambientale, sociale ed economica che travolge un intero quartiere, dominato dal motto coniato dalla municipalità di Friburgo “Learning while planning” che sintetizza il percorso dell’intero processo di costruzione del Vauban district.

Comunità resilienti: mobilità sostenibile

Lo sviluppo della morfologia urbana va di pari passo a quello del trasporto pubblico, altro ambito rivoluzionato dalla resilienza. Ad esempio, dal nuovo Piano di Governo del Territorio adottato da Milano emerge come la capacità edificatoria delle città del futuro intende essere funzionale dal punto di vista dell’accessibilità, secondo una logica di crescita urbana che vuole il maggior numero possibile di persone vivere e lavorare a breve distanza da una fermata del treno o della metro.

Incrementare la connettività mediante il rafforzamento dell’offerta di servizi e nodi d’interscambio per il trasporto pubblico consentirà di ridurre la dipendenza dalla mobilità privata.

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Ora di punta a Copenhagen | Foto: Colville-Andersen via climatevisuals

Questo modello trova conferma nella pianificazione di diverse città europee, che hanno messo al centro dei loro programmi investimenti volti a potenziare infrastrutture per gli spostamenti a piedi e in bicicletta.

Utrecht, nei Paesi Bassi, entro la fine del 2020 aumenterà la capienza del parcheggio per biciclette situato sotto la stazione ferroviaria fino a 12,5 mila posti. Nella stessa direzione va il Cycling Action Plan di Londra, che si propone entro il 2041 l’80% degli spostamenti in bicicletta, a piedi o con i mezzi pubblici.

Per promuovere la mobilità sostenibile occorre quindi prevedere piste ciclabili e marciapiedi ampi, comodi e sicuri, a discapito delle carreggiate delle auto, adottando politiche che mirano ad un migliore utilizzo dello spazio e ad un trattamento più equo tra le diverse modalità di trasporto.

Oggi muoversi in città significa poter scegliere tra una pluralità di mezzi che contemplano sempre meno la necessità di ricorrere ad un mezzo privato, le proposte variano da metropolitane, filovie, autobus elettrici, sharing di vario genere: biciclette con pedalata più o meno assistita, motorini, monopattini e auto ibride o elettriche.

La condivisione non coinvolge dunque solo il settore casa, ma anche la mobilità. In entrambi i contesti, share significa superare l’individualità verso l’ottimizzazione delle risorse per evitare sprechi e garantire un maggior comfort e benessere nelle città.

Esempi significativi di comportamenti resilienti saranno dunque il pedibus, scuolabus a piedi, nato in Australia negli anni novanta, un’azione partecipata che promuove la mobilità sostenibile nel tragitto casa-scuola; il carpooling, per facilitare gli spostamenti dei pendolari con l’obiettivo di ridurre lo smog, abbattere il traffico e risparmiare sui costi della benzina; le numerose applicazioni per smartphone che premiano attraverso giochi a punti chi sceglie di viaggiare in modo sostenibile.

Questo è proprio quello che è accaduto in Polonia a Gdansk dove tramite un gioco gli alunni di alcune scuole locali hanno iniziato a registrare i loro percorsi a piedi o in bicicletta usando una card personalizzata sui sensori elettronici. Tre mesi dopo l’inizio della campagna, il numero di alunni che si recavano a scuola a piedi è aumentato del 10%. Altro esempio virtuoso è Bologna, con l’applicazione Bella Mossa che premia i ciclisti e i pedoni con biglietti per il cinema o drink gratuiti nei bar partner.

Un approccio interessante e resiliente verso la promozione della mobilità sostenibile passa attraverso Bamboo Bicycle Club, che organizza workshop in cui ognuno diventa l’autore del proprio mezzo di trasporto; quattro giorni dedicati alla costruzione di biciclette in bamboo all’avanguardia, sostenibili e totalmente riciclabili dopo molti anni di utilizzo.

Echeggia quindi in tutte queste iniziative per la costruzione di comunità resilienti la parola condivisione: si tratta di un termine che affiancato alla resilienza e riferito alla progettazione intende superare la dicotomia tra chi decide attivamente e chi vive passivamente decisioni altrui, verso una mixitè che intende creare legami nuovi e trasversali che pongono al centro della politica e della società la volontà dei cittadini, perno attorno al quale ruota qualsiasi sistema urbano resiliente.

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Milanese d’origine, giurista di studi, con un master in relazioni d’aiuto e cooperazione. Alle volte avvocato, si occupa di resilienza, sensibile al mondo dell’educazione e amante dei viaggi: a piedi, in bici, in macchina o in moto qualunque sia la destinazione.

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