Come rispondere alla strage di Parigi

di
Come rispondere alla strage di Parigi
@dailymail.co.uk

Davvero difficile scrivere dei fatti di Parigi dall’Italia senza scadere nella banalità, nell’errore, nella bassa polemica politica. È vero, non dovremmo commuoverci per i fatti di Francia più di quanto (non) ci commuoviamo per le stragi perpetrate quasi quotidianamente in ogni parte del globo, eppure, inevitabilmente, lo facciamo, e non possiamo farcene una colpa.

Non possiamo farcene una colpa se le stragi di mafia del ’92 hanno condizionato e condizionano le nostre vite più dei frequenti omicidi eccellenti di poliziotti e magistrati in Messico, se sentiamo più vicini i giovani di Utoya e Soruc, vittime laiche degli opposti fondamentalismi religiosi, dei tanti studenti caduti nei campus americani per una legge sbagliata che consegna le armi nelle mani dei folli.

Abbiamo sicuramente più amici emigrati a Parigi che a Beirut, e magari ci abbiamo pensato anche noi almeno una volta di mollare tutto e andare proprio lì o a Londra, a Madrid, a Bruxelles, tutte città vittime del terrorismo. Magari facciamo un dottorato, o l’abbiamo fatto, e abbiamo incontrato i dottorandi italiani della Sorbona in qualche convegno. Magari siamo stati anche noi dietro un banchetto di Emergency, almeno una volta, con buona pace di Rondolino.

Ma più di tutto Parigi ci riguarda perché lì, come qui, si combatte ogni giorno la battaglia fra chi vorrebbe un Europa fortezza, circondata di fili spinati e con i motori dei caccia bombardieri sempre accesi e chi crede che Libertà, Uguaglianza e Fraternità non possano rimanere relegati entro i confini di una sola nazione, di un solo continente, ma che anzi non abbiano proprio senso se non declinati al plurale.

C’è insomma, in Francia come in Italia o in Germania chi crede che essere cittadini sia un privilegio da riservare a pochi fratelli di sangue e chi un diritto di tutti. Sono i due portati, le due declinazioni possibili della rivoluzione nata all’ombra della Bastiglia. La risposta più ovvia dei primi alle offese del terrorismo più becero è la rappresaglia, come sta accadendo in queste ore in Siria.

La nostra risposta dovrebbe essere diversa, dovremmo chiederci prima di tutto qual è l’obiettivo strategico del nostro nemico. La soluzione è piuttosto semplice: la cultura. Hanno attaccato le scuole in Kenya e in Pakistan, i musei e i siti archeologici in Tunisia e in Siria, le redazioni dei giornali e le sale concerti in Francia. Mai, o quasi mai, le caserme.

Eppure continuiamo a sottrarre fondi alla cultura per comprare aerei da guerra sempre più potenti.

Se ci sentiamo così vicini alla Francia è anche perché abbiamo visto il profetico “l’Odio”, di Mathieu Kassovitz, e abbiamo imparato venti anni fa a conoscere le banlieue parigine, ormai così simili alle nostre periferie urbane. Se chi ci ha governato lo avesse guardato con la stessa attenzione forse non avrebbe permesso a quell’odio di sedimentare per un ventennio, trasformandosi nella follia omicida di tre fratelli armati di kalashnikov. C’è chi oggi rispolvera la Marsigliese come canto guerriero da brandire contro i migranti e i loro figli sedotti dal califfato social, ma già quell’inno battagliero prescriveva ai Francesi di distinguere nelle fila dei nemici vandeani fra gli istigatori dell’odio e le sue vittime:

Français, en guerriers magnanimes,
Portez ou retenez vos coups!
Epargnez ces tristes victimes,
A regret s’armant contre nous.
A regret s’armant contre nous.
Mais ces despotes sanguinaires,
Mais ces complices de Bouillé,
Tous ces tigres qui, sans pitié,
Déchirent le sein de leur mère!

(Francesi, magnanimi in guerra, sopportate o trattenete i vostri colpi! Risparmiate queste tristi vittime, che malvolentieri si armano contro di noi, che malvolentieri si armano contro di noi. Ma questi despoti sanguinari, ma questi complici di Bouillé, tutte queste tigri, che, senza pietà, lacerano il seno della loro madre!)

Sostenere i Curdi e chi combatte l’Isis sul campo, isolare Turchia e monarchie del Golfo che la sostengono, smettere di vendere armi che finiscono per essere agitate sotto le bandiere nere, non chiudere le porte a chi scappa da quei massacri sarebbero poi provvedimenti talmente ovvi che non dovrebbero neppure essere oggetto di discussione.

Ma la prima battaglia, è forse utile ripeterlo, è quella all’interno di questo vecchio continente, per la difesa di quei valori, considerati non negoziabili per oltre un cinquantennio, che sono ora bersaglio congiunto dei terroristi in tuta nera e delle destre di tutta Europa.

Segnala un errore

Quest'anno ho fatto il blogger, il copywriter, il cameriere, l'indoratore, il web designer, il dottorando in storia, il carpentiere, il bibliotecario. L'anno prossimo vorrei fare l'astronauta, il rapinatore, il cardiochirurgo, l'apicoltore, il ballerino e il giocatore di poker prof.

Commenta

Ultimi

Giorni tesi in Catalogna

Un contributo dalla Spagna sulla crisi catalana, con un punto di vista molto interessante sulla crisi di questi giorni.
Guerra in Siria: il 2016 sarà l'anno della svolta o i diversi interessi in gioco prolungheranno il conflitto?

Cosa succede in Siria?

Molti gli interessi in gioco, poca attenzione per un popolo martoriato da Assad, Isis e 6 anni di guerra.
Cosa succede nello Yemen

Cosa succede nello Yemen?

Carestia, colera e orrore: questa è la situazione in un Paese dimenticato colpevolmente da tutti.
Torna su