Come nascono le convenzioni sociali (e come uscirne)

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come nascono le convenzioni sociali

È un caldo venerdì di maggio e, come spesso mi capita, salgo sulla corriera, inconsapevole che questo viaggio mi porterà a riflettere su come nascono le convenzioni sociali. Tutti i posti davanti sono occupati, anzi, a dire il vero ci sarebbe un mezzo posto libero, ma di fianco a una donna così obesa da occuparne quasi due, di posti. I posti davanti sono per me l’unica soluzione possibile alla mia insofferenza verso i mezzi.

Così non ho scelta, mi siedo e la mia vicina di posto mi guarda sorpresa. Il nostro è un contatto coscia a coscia che dura un’ora, in cui ho modo di sentire la puzza di sudore emanata dalla sua camicetta sintetica e il tono delle sue uniche parole: “alla prossima scendo”, come a scusarsi di esistere.

Da cosa nasce il disagio di entrambe? La signora obesa ed io rappresentiamo una minoranza della popolazione e non stiamo viaggiando su un mezzo di tendenza. La situazione ci fa sentire fuori posto, perché non siamo previste: non è previsto un posto davanti assegnato a chi soffre i mezzi o uno doppio per chi è obeso, ci si affida unicamente al buon senso. Questo succede quando ci si trova al di fuori di quella che è considerata la norma.

Come nascono le convenzioni sociali?

Non sono una sociologa, ma spesso partendo da esperienze come questa mi interrogo sulla società e su come nascono le convenzioni sociali che la regolano. Ho l’impressione che la società non ami le minoranze e in generale chi è diverso, perché ha un’esigenza primaria di auto-conservazione, che obbedisce più a priorità quantitative che qualitative.

Secondo questo ragionamento le convenzioni sociali nascerebbero per tutelare lo status quo attraverso queste regole di riferimento generale, condivise dalla maggioranza. Tuttavia non posso fare a meno di notare che si tratta di convenzioni strumentali basate su semplificazioni, non certo di verità assolute. Eppure possono risultare discriminanti nei confronti di chi semplicemente é diverso, sia perché non può fare altrimenti, sia per scelta consapevole.

Molto grossolanamente, se non trovi un posto in cui rientrare, una casella riconoscibile, il messaggio che ti arriva dall’esterno è che sei sbagliato o quantomeno inopportuno, senza distinzioni. Dunque, il senso di inadeguatezza scatta ogni qualvolta ci si dimentica che si tratta di convenzioni sociali e non di certezze.

Per quale motivo è così facile che delle mere convenzioni si trasformino in certezze della maggioranza? In altre parole: come nascono le convenzioni sociali? A mio parere nascono dal funzionale incontro di due esigenze insite nell’essere umano. Una è la necessità di sicurezza, che abbisogna di modelli di riferimento e di guida rassicuranti, che caratterizza la maggioranza. L’altra è il desiderio di potere di una cerchia, che aspira a detenere il controllo della maggioranza. La cerchia mantiene questo potere nella misura in cui riesce a porre se stessa o i propri interessi come ciò a cui aspirare, cioè a creare dei modelli di riferimento auspicabili per tutti, che vengono assimilati come delle abitudini e diventano “normali”.

Questo potere di determinare quali sono le regole non scritte è insidioso, perché agisce a livello subliminale, dando una piacevole e rassicurante illusione di unità fondata sulla rimozione della diversità e sull’aggiunta di grigio a qualunque sfumatura.

Sul piano psicologico, sia il desiderio di potere sia quello di punti di riferimento nascono come reazione auto-protettiva alla percezione della propria fragilità. Da ciò si deduce che le convenzioni sociali sono un esorcismo contro la paura. Se non ti uniformi, non ti rendi riconoscibile e fai paura al mondo e persino a te stesso.

Come uscire dalle convenzioni sociali?

Concedetemi un pensiero ingenuo: non mi piace pensare che tutto si fondi sulla paura. Quest’ansia di controllo del diverso da parte della società la percepisco come una svalutazione della bellezza della varietà e quindi dell’essere umano, che sembra avere il terrore di conoscersi fino in fondo, in tutte le sue poliedriche sfaccettature. Insomma, l’uomo non è fatto solo di anticorpi: ha anche un cuore, un cervello.

Così come nascono le convenzioni sociali possono anche morire. Eppure il coraggio, la creatività, il pensiero trasversale, l’innovazione sono destinati a pochi individui, che spesso sono isolati e messi ai margini perché anticonformisti, che pagano con la sofferenza il prezzo della loro libertà fin quando non raggiungono un bollino di riconoscimento dato da un presunto successo, sempre misurato con i criteri della società, rischiando alla fine di essere comunque banalizzati e fagocitati dal sistema.

Forse l’empatia è la strada più efficace, perché spinge a mettersi in gioco, aprendo altre strade impreviste. Un’empatia imperfetta, ma reale. Siamo tutti fragili e di fatto siamo tutti sulla stessa scalcagnata corriera: facciamoci posto gli uni agli altri, e forse, nel mentre, ognuno proverà a creare un posto su misura per sé, magari un po’ scomodo, ma veramente suo.

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Nata milanese, naturalizzata scozzese, morta veneziana, risorta in riva al Piave. Con alle spalle 12 traslochi e 2 lauree (lingue e arti visive), l'ex poetessa della classe non ha ancora capito cosa farà da grande, intanto si interessa di quasi tutto, a fasi. Qui è amante di cause perse, tipo comunicare.

26 Comments

  1. Non voglio andare a intaccare il senso del pezzo nella sua completezza, ma vorrei anche far notare che non sempre il mondo è plasmato così come è per uniformare e cancellare le differenze.
    Banalmente l’esempio della corriera, come molti altri a mio parere, è un esempio di economicità.
    Per poter offrire servizi al maggior numero di persone, senza far si che essi costino uno sproposito o comunque mantenendo una certa efficienza, bisogna necessariamente rifarsi a modelli “standard” (l’esempio della corriera calza proprio a pennello, perché in ogni caso i posti sono troppo scomodi e stretti per chiunque!).

    Penso di aver capito il motivo che ti ha spinta a scrivere questo articolo e lo condivido, ma vorrei anche cercare di smorzare un po’ gli allarmismi perché a volte le cose sono semplici e non così terribili se viste da un altro punto di vista.
    Spero di non essermi focalizzato troppo sull’esempio 🙂

    • Caro Stefano, la tua visione mi aiuta a vedere anche del buono dove percepisco esclusione e questo non può fare del bene a me e anche ai lettori. A volte le semplificazione sono fatte a “fin di bene”, cioè per garantire un minimo livello standard di servizio a tante persone. La società a cui faccio riferimento sì è fatta da molte persone, non da poche e quindi hai ragione. Quando ci sono grandi numeri di solito si privilegia la quantità rispetto alla qualità, ma attenzione, se non c’è nessun altra alternativa. Molto spesso l’alternativa ci sarebbe, ma si preferisce dirottare le risorse su altri progetti più redditizi per chi comanda. Per questo non dobbiamo mai assuefarci e pretendere la massima qualità possibile, perché la qualità dello stile di vita delle persone vale, perché anche i singoli hanno diritto di contare.

  2. Bellissimo articolo, la metafora della coriera é perfettamente calzante, credo però che i singoli passeggeri debbano adattarsi alla scomodità del mezzo, infondo tutti sono differenti e ciascuno potrebbe far parte di una minoranza, quello di cui spesso ci dimentichiamo è che non si ha a che fare con diversitá in senso astratto ma con persone, che poi man man che si conoscono acquistano una loro identá ai nostri occhi e smettono di farci tanta paura..

    • sì, è necessario adattarsi per rispetto nei confronti delle esigenze di tutti. Ci vuole buon senso. Ci vuole rispetto. Ci vuole orgoglio positivo di essere come si è. Se sei soddisfatto tu, renderai soddisfatti anche chi incontri. La soluzione che auspico è l’empatia. Un forte senso di condivisione che però non sacrifichi l’unicità del singolo. E’ una questione di dignità dell’essere umano.

  3. Condivido in pieno quello che dici ed è anche molto bello leggere di queste riflessioni.
    Provo a condividere con te queste mie riflessioni e conclusioni a cui giungo ogni volta che faccio la mia “attività” (=volontariato) che spesso mi lascia a bocca aperta e in cambio mi da tanto.
    Da Gennaio /Febbraio di quest’anno mi sono messa a fare la volontaria per l’ANT (www.ant.it – Assistenza socio-sanitaria domiciliare oncologica gratuita e prevenzione).
    Faccio banchetti (raccolta fondi) e vado anche nei negozi, conclusione 5 giorni su 5 sono impegnata con loro.
    Ho incontrato persone favolose, persone che a vederle esteriormente “non gli avresti dato una cicca”, ma sono state loro le prime a ridere e scherzare con me, a gratificarmi e darmi suggerimenti concreti e tangibili per provare a cercare una strada concreta “per sbarcare il lunario” (che poi, purtroppo e come al solito, quando qualcosa funziona qui da noi, l’anno dopo non venga rifinanziato, è un un altro paio di maniche…).
    Una signora durante la campagna della vendita delle uova di Pasqua quando ha sentito che non avevo i soldi per comprare l’uovo che vendevo per l’ANT a mio figlio me lo ha pagato lei…
    E poi le persone con cui ho a che fare in ANT, sono tutte meravigliose (forse voi direte, come tanti, perchè non gli costi nulla!!). Ieri la ragazza che mi coordina i banchetti quando ha sentito che avevo sbagliato a dare la disponibilità per il 2 Giugno perchè ho il bambino a casa non ha fatto nessun problema (da mamma capisce molto bene cosa vuol dire stare con i propri figli!) e quindi sarò libera.
    Gli orari si possono adattare alle mie esigenze ed i luoghi sono sempre vicino a casa (per non sprecare benzina o per utilizzare mezzi più economici compreso andare a piedi…)
    Per concludere io credo che il problema sia alla base della nostra educazione non solo familiare, ma anche scolastica.
    Penso e sostengo che sarebbe molto produttivo e bello reinserire nelle scuole fin dalla più tenera età quella bella materia chiamata “Educazione Civica”, rendendola magari un po’ più trasversale e arricchendola con un po’ di Sociologia.
    Sarebbe molto bello.

    • Mi sembra una bella attività, grazie per questa condivisione. Ci sono tanti modi di avere empatia, a volte basta anche solo uno sguardo, altre è più utile dare un aiuto concreto. Non ci sono regole. Sta alla sensibilità di ognuno. L’unica regola è non giudicare una persona solo da come appare, capire che anche l’intelligenza, la bellezza o il successo possono essere doti, ma non le cose più importanti. La scuola se la passa male e da un bel po’ ormai. Ci vorrebbero sì le materie che hai detto, ma ancor di più è l’approccio alle cose, il come si insegna: fare spazio alle persone. L’insegnante dovrebbe capire che ci sono intelligenze diverse in classe e perciò deve usare strategie comunicative miste. Gli alunni e i genitori dovrebbero portare rispetto per il ruolo difficile dell’insegnante. Le classi dovrebbero non contenere più di 20 alunni. Più qualità meno quantità. I politici dovrebbero capire che investire nella scuola è investire nel futuro.

  4. Si devono seguire od evitare le convenzioni sociali? Nella società si sono andate radicando alcune usanze che a volte stridono con altrettante convenzioni opposte in diversi ambiti.
    Nella società odierna penso che le convenzioni siano per lo più ignorate, anche perché tutti sono presi dai loro problemi e non hanno nemmeno il tempo di osservare quello che avviene intorno a loro.
    Inoltre, come dice Clod, non esiste più nemmeno l’insegnamento dell’educazione civica che potrebbe dare qualche indicazione utile.

    • Viviamo in una società che è diventata sempre più complessa, nel senso di composta da diverse parti, e anche più sfuggente, questo in parte anche come risultato del rapporto tutto nuovo che si è instaurato tra la dimensione locale e quella globale, dovuto al recente processo di globalizzazione. A volte un fortissimo individualismo dei singoli provoca un’ “ignoranza” di tutto e tutti e anche di alcune convenzioni. Però la sempre maggiore velocità a cui siamo sottoposti provoca molta dispersione di attenzione e a volte diventa difficile capire dove stiamo andando e la stanchezza ci fa seguire semplicemente il flusso, quello che va per la maggiore. A volte facendo questo in modo disattento potremmo calpestare qualcuno che neanche vediamo. A essere ignorati sono spesso dei veri valori di rispetto e tolleranza, sacrificati a quello che sembra far comodo ai più, ma in realtà fa comodo solo a una ristretta cerchia che detiene il potere e che i più vorrebbero squallidamente emulare. E non è e non può essere questa la democrazia.

  5. Ci vuole anche un po’ di autocritica, una forte capacità di ascolto verso il prossimo e l’umiltà di accettare suggerimenti e proposte ed anche molto di più.
    Inoltre sarebbe di aiuto per tutti non proprio farsi delle passeggiate da uno psicologo, ma dei bei corsi di comunicazione che magari spazino anche un po’ nella psicologia e nella sociologia.
    Noi genitori in particolare abbiamo bisogno anche di aiuti e sostegni più forti, anche a livello di psicologi, perchè credo che gli insegnati siano arrivati a certe “soluzioni” anche a causa di genitori molto aggressivi e maleducati (e quello che mi rattrista di più e che sono proprio dei miei coetanei…). Poi anche tra gli insegnanti può esserci chi…
    Comunque spesso i genitori peccano di presunzione… Mi ricordo i primi mesi di mio figlio, sentire le mie amiche i loro figli erano tutti fenomeni, il mio invece… Invece ero io, che se fossi stata più furba avrei dovuto mettere “qualche ricamo in più” sulle capacità, ecc. del mio pargolo.
    Presunzione, invidia, che brutte parole, queste fanno dei grossi danni!!!

    • sì autocritica, infatti parlare della società in modo critico serve proprio a questo: a fare della sana auto-critica, perché la società siamo noi. Sì, qualunque forma di apprendimento aiuta e di allenamento alla comunicazione è utile. Nessuno nasce imparato.

  6. Leggete questo antico proverbio cinese, penso che possa spiegare molto delle nostre riflessioni, anche se viene più da piangere che da ridere…
    “NON E’ COMPITO MIO”
    Questa è la storia di quattro persone chiamate:
    Ognuno, Qualcuno, Ciascuno, Nessuno.
    C’era un lavoro da fare e Ognuno era sicuro che Qualcuno
    l’avrebbe fatto.
    Ciascuno avrebbe potuto farlo, ma Nessuno lo fece.
    Qualcuno si arrabbiò perché era un lavoro di Ognuno.
    Ognuno pensò che Ciascuno poteva farlo, ma Nessuno
    capì che Ognuno non l’avrebbe fatto.
    Finì che Ognuno incolpò Qualcuno perché Nessuno fece
    ciò che Ciascuno avrebbe potuto fare.

    • bellissimo e verissimo questo proverbio. La responsabilità di ciò che avviene o non avviene nella società riguarda tutta la società, cioè tutti noi.

  7. Non potrebbe essere che le convenzioni sociali (già la parola stessa lo dice) siano nate proprio dalla società? non solo da una piccola cerchia? Convenzione sociale può essere anche l’orario stabilito per i pasti, l’abbigliamento da cerimonia,le frasi da scrivere in alcune circostanze ecc. Cosa dire o cosa fare in caso di situazioni imbarazzanti certo può essere predefinito da una convenzione sociale ma poi, come nel caso di sedersi o meno a fianco di una persona goffa o poco rassicurante, devono entrare in gioco altri fattori come la sensibilità, l’altruismo, l’empatia, come si dice nella bella conclusione di questo articolo. A me in spiaggia l’altro giorno è capitato di vedere davanti a me una signora da sola, decisamente sovrappeso, prendere il sole in pantaloncini e canottiera. Era una giornata di sole favolosa ed io ho provato compassione non per il fatto che fosse grassa ma per il fatto che non avesse il coraggio di mettersi in costume. Se lo avesse fatto, probabilmente nessuno ci avrebbe fatto caso.Questo per ribadire che nessuno dovrebbe farsi condizionare dal giudizio degli altri, ognuno dovrebbe trovare la forza ed autostima per essere ciò che è. Dipende da noi in prima persona rompere quegli schemi che fanno sentire l’altro un diverso. Ognuno di noi può farlo, a cominciare col rivolgere la parola a chi è emarginato o forse semplicemente solo.

    • splendide parole, pienamente condivisibili. Che cos’è la società? Domanda difficile. Si potrebbe dire la società è quello che noi ci rappresentiamo come società. Oppure la società siamo noi, ma questo noi è molto grande e forse è impossibile da rappresentare del tutto. Si riesce a parlare della società solo operando delle semplificazioni, come ho fatto per comodità parlando delle due tendenze più diffuse nell’uomo: la ricerca di punti di riferimento sicuri e l’ambizione al potere, che nascono dalla fragilità e dalla paura. Il fatto che siano più diffuse non significa che nell’uomo ci sia solo questo. Io spero ci sia spazio anche per altro, come per l’empatia.

  8. Condivido in pieno!
    Ho appena letto una piccola intervista realizzata ad un selezionatore (lavora per una banca mi pare) e ovviamente non poteva non dire che la gente che si presenta non in orario o vestita sportiva si scava la fossa da sola!
    Queste sono solo stupide convenzioni: certi lavori si possono iniziare alle 8 come alle 12, l’importante è farli, o no???
    Del vestito poi meglio non parlarne, cavolata totale, ma serve per creare un gruppo omogeneo (come il grembiule all’asilo ed elementari!), in modo tale che il nuovo arrivato non si senta diverso e che anzi senta di avere gli stessi obblighi degli altri, inoltre con la camicia al posto della tshirt, si evitano scritte che possono essere politiche e piene di polemiche o provocazioni.
    Una mandria di schiavi, vogliono solo questo, in modo tale da fare sempre profitti ogni dannato giorno senza troppi problemi!
    Ma si sa che il lavoro dipendente è sempre stato così e Bob Black, anarco-primitivista, l’ha ben descritto in un saggio che trovate liberamente in Rete (L’abolizione del lavoro)!

    • il mondo del lavoro è potenzialmente uno dei luoghi principe delle convenzioni sociali, soprattutto certi ambienti legati a un’idea di professionalità un po’ vecchio stampo. Siccome è difficile in pochi minuti selezionare un individuo realmente adatto spesso si premia semplicemente il più obbediente. Nei colloqui di lavoro di solito non è apprezzata la sincerità e questo non induce sempre a fare affari, anzi, è una comunicazione falsata che a lungo termine produce delusioni per entrambe le parti. Tra le due parti (tra chi cerca lavoro e chi assume) dovrebbe esserci parità. Non una situazione in cui chi vuole essere assunto fa qualunque cosa perché ha bisogno di lavorare. Anche l’aspirante lavoratore dovrebbe valutare se il potenziale datore di lavoro è idoneo rispetto a quello che sta cercando. Certo, naturalmente se hai immediato e assoluto bisogno di soldi è difficile farlo. Però tra avere semplicemente meno soldi e calare le braghe sceglierei di avere meno soldi.

      • Vero, anche l’aspirante dipendente (aiuto, che aspirazione è???) dovrebbe scegliere in base all’ambiente e alla persona che vede dinnanzi a sé. Se io sono X, perché dovrei accettare di dovermi far accettare da quello lì che è Y (ovvero diametralmente opposto a me), per poi passare qui una vita d’inferno? Eppure molti sanno ben mascherarsi, desiderosi come sono di prostituirsi per una vita per ricevere in cambio delle noccioline.
        La invito comunque a leggere Bob Black cara bellissima signora 🙂

        • darò un’occhiata, grazie. Però non credo che esista x opposto a y. Quello che fa la selezione del personale per diventarlo prima è stato al posto di x. Ma ci sono buone probabilità che sia stato assunto perché ha dimostrato la necessaria obbedienza alle convenzioni sociali, che infatti continua ad applicare come parametro di selezione del personale semplicemente perché si fa così. Basta non farsi troppe domande e sembra tutto normale e rassicurante, che sembra l’unica cosa realmente importante. E’ chiaro che questa situazione porta a escludere una buona fetta di personalità brillanti, che potrebbero fare la differenza sul posto di lavoro come nella vita privata.

  9. “Incontro tanta gente che, alla prima occasione, tenta di mostrare il lato peggiore di sè. Cela la forza interiore con l’aggressività…; dissimula la paura della solitudine con un’aria di indipendenza. Non crede nelle proprie capacità…, ma vive proclamando ai quattro venti i propri pregi.”

    Manuale del Guerriero della Luce
    Paulo Coelho

    • provare a ostentare quello che non si è è un classico per auto-convincersi di corrispondere a un proprio (o della società?) ipotetico ideale di come dovrebbe essere una persona vincente. Sono come gli uomini con l’auto troppo lunga, sai si dice auto lunga pene piccolo.

  10. Quanti bei discorsi interessanti!… Mi toccano in particolare le parole di Clod perchè anch’io mi occupo di volontariato e so che quando cominci a farne, entri in una dimensione dove le “convenzioni socali”, le regole imposte, i “si fa così..”, i “si dice questo…” perdono il loro peso: esistono solo uomini, donne, bambini da INCONTRARE… persone da guardare con gli occhi del cuore. Sono insegnante in pensione e, nella mia vita, ho fatto un lungo, complesso percorso,un lavoro che ancora continua: un periodo di psicanalisi, un ex marito psicanalista, 14 anni all’estero… tutto per riuscire a liberarmi da quelle benedette convenzioni che sentivo imposte. Oggi sono tornata nell’ambiente dove sono nata di cui un tempo mi sentivo prigioniera. Mi sento assolutamente libera in tutte le mie scelte, se faccio una cosa, se frequento delle persone, se dedico il mio tempo a qualcuno o a qualcosa è perchè ho riflettuto ed ho scelto… Credo di essere uno strano intreccio di razionalità, isinto e creatività con molto senso civico, molta onestà culturale… Così sono e… mi accetto, ma soprattutto accetto gli altri così come sono, anche se, a volte, mi costa fatica…

  11. e se invece cominciassimo a riflettere su come DA SEMPRE siamo STATI INDOTTRINATI E e quindi che tutte le regole esistenti che ci hanno insegnato sul bene e sul male su cosa è giusto e sbagliato , sui vari tipi di rapporti etc etc etc………………… sono SOLO una forma di grave plagio che rende le persone schiave ,prive di autonomia ed ignoranti, anche quelle cosiddette INTELLIGENTI e COLTE che pur rendendosi conto di questo dannoso meccanismo non riescono a liberarsene ,a tal punto da continuare ad alimentare il sistema che le fagocita-
    E se invece cominciassimo a prendere coscienza di questo mostruoso meccanismo a valutarne attentamente tutti gli aspetti e nel prenderne coscienza ci accorgessimo di essere diversi da quello che ci hanno insegnato a credere di noi stessi ,che c’è un’alternativa e che non ha nulla di dogmatico ,che ci impone solo di risvegliare quella curiosità ,ORMAI SOFFOCATA, che è in ognuno di noi e che ci spinge a sperimentarci in nuove esperienze –

    • sì, tutti noi abbiamo molto da riflettere sui condizionamenti ricevuti, anche se può essere molto doloroso ne vale la pena: non si ottiene niente di valore senza mettere in discussione se stessi e le proprie figure di riferimento, specialmente i propri cari, con tutta l’amareggiante disillusione che questo comporta. Scontrarsi con i limiti propri e altrui è doloroso, soprattutto per i più idealisti.
      Diventare se stesso, cercare vie alternative, coltivare la propria curiosità è un diritto della persona a cui non credo si debba rinunciare per nessun motivo. Ma un dato di fatto crudele e difficile da digerire è che la maggior parte delle persone non trova il coraggio per essere libera. Questo di fragilità rende impossibile la felicità, ma risparmia anche certe vette di dolore. E’ come se i più non nascessero con la vocazione alla libertà, alla creazione di qualcosa di nuovo e stimolante, ma alla conservazione, anche perché il più delle volte è la secondo attitudine a essere premiata.

  12. Argomento interessante ed argomentazioni condivisibili e ben motivate. Giungo in questa pagina sopraffatto dal Natale, che si porta dietro una mole per me insostenibile di modelli, di convenzioni, di buonismo a scadenza. Ma anche di senso della famiglia, che fatico a cogliere in interminabili abbuffate o in scambi di oggetti pure loro regolamentati da rigide convenzioni. Non ho la presunzione di considerarmi “sano” di fronte a una intera società che sostiene e comprende questi rituali, forse c’è qualcosa in me che non va. Ma il vero problema é che col passare degli anni ho sempre meno voglia di fingere che queste cose le capisca, che voglia preservarle o anche solo prendervi parte. Con grande imbarazzo mio e del prossimo. Forse l’imbarazzo é la forza repulsiva che incanala le azioni del singolo per orientarle nel flusso seguito dai più, quindi nel rispetto delle convenzioni. É un’arma molto efficace, ma é sfuggente individuare chi la brandisca.

  13. Credo che dietro a rituali ormai banalizzati e omologati si nascondano dei simboli indeboliti e impoveriti, che rischiano di essere ormai involucri come gusci vuoti e questo appare eclatante a chi, specie in occasioni come il Natale, questo vuoto di senso vero e pulsante lo sente ancora di più, perché percepisce il contrasto tra ciò che è e ciò che dovrebbe o potrebbe essere. In un regalo vero decorazione e contenuto coincidono, perché in esso tutto esprime.
    L’imbarazzo è un senso di inadeguatezza, di vergogna, se non di colpa, che deriva dalla paura di non soddisfare le aspettative di qualcuno, in questo caso della società. Ma se qualcuno ha il potere di farti sentire inadeguato quando non lo sei, significa che quella fragilità che hai dentro di te dà potere a qualcun altro di decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato per te, e quindi ti condanna all’infelicità.

  14. Molto molto interessante! Lo leggo a distanza di sei anni dalla pubblicazione spero comunque di essere ancora in tempo per scambiare qualche impressione.
    Non so perché esistano le convenzioni sociali, davvero non potremmo farne a meno?
    Esiste davvero un motivo evolutivo alla base della convenzione sociale? Non credo.
    E’ un po come chiedersi perché esiste l’inquinamento, di solito la risposta è per via del progresso tecnologico/industriale. Ma anche in questo caso non potremmo farne a meno, davvero è necessario?
    Davvero per stare bene dobbiamo distruggere il nostro pianeta?
    Penso che le convenzioni sociali ci vengano insegnate fin da piccoli, siamo costantemente bombardati da modelli socialmente accettabili, da modelli che se realizzati ci promettono felicità eterna. Se disattesi ci fanno rientrare in quella minoranza discriminata e perennemente infelice, da bollino rosso.
    Siamo talmente condizionati dal giudizio sociale che nemmeno più ce ne rendiamo conto. Agiamo molte volte non pensando a quello che desideriamo, ma a quello che si aspettano “gli altri”.
    Viviamo in una società che non ha alcuna convenienza ad adeguarsi al singolo, è piuttosto il singolo che si deve adeguare alla società.
    L’individuo deve essere consumatore e per diventarlo in modo cronico devo fornirgli dei sogni da realizzare, pena l’esclusione dalla società. Sei felice se hai un’auto di lusso, se hai tanti amici, se hai un aspetto “accettabile” se hai un lavoro prestigioso, una famiglia modello mulino bianco.
    Ci convincono che è giusto essere disposti a tutto per essere socialmente “arrivati”.
    Il calpestare e discriminare la minoranza out è funzionale all’intero meccanismo

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