Come leggere i dati sul coronavirus?

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La scienza medica non è mai stata chiamata in causa come in questi tempi di coronavirus. Tra decaloghi e ammonimenti spuntano valanghe di dati aggiornati in tempo reale: i contagiati, i ricoverati, gli isolati, i guariti, il tasso di propagazione, la letalità, la mortalità.

Tra tutti questi dati sentiamo il bisogno di fare chiarezza e più che darne altri ci chiediamo: cosa dobbiamo sapere per leggere bene questi dati? Come va interpretato quello che dice la scienza? Che validità hanno i dati?

L’epidemiologia è un ambito privilegiato per rispondere a queste domande. L’epidemiologo/a infatti studia le malattie o gli eventi che hanno a che fare con la salute a livello di una comunità, più che del singolo paziente, e maneggiare questo tipo di dati è parte integrante del suo lavoro.

Abbiamo perciò chiesto ad Antonio Clavenna, farmacologo ed epidemiologo dell’Istituto Mario Negri di Milano, di darci delle indicazioni su come leggere i dati diffusi sul coronavirus, esercizio di interpretazione della scienza che può tornare utile anche per altre situazioni.

Con il dott. Clavenna abbiamo costruito un glossario delle parole utilizzate per dare i dati sul coronavirus, cercando di capire i concetti che ci stanno dietro, e il loro senso e utilità per capire quanto sta accadendo. Lo ringraziamo per la disponibilità e la chiarezza.

Se avete altri dubbi a cui questo articolo non risponde potete chiederli nei commenti, oppure scriverci via messaggio su Facebook o Instagram, o ancora via mail a info@lenius.it. Li prenderemo in considerazione.

Come leggere i dati sul coronavirus: un glossario

Contagiati

I contagiati sono le persone che sono state infettate dal virus. Alcune di queste non sviluppano sintomi, altre li manifestano in modo sfumato e non si rivolgono al medico. Il numero reale di persone che hanno avuto l’infezione non è, perciò, conosciuto.

Positivi

I positivi sono le persone a cui è stato effettuato il tampone (è stato prelevato del materiale biologico dalla gola e dalle tonsille) e l’esame successivo ha riscontrato la presenza del coronavirus SARS-CoV-2 nel materiale prelevato. I positivi rappresentano, quindi, una parte delle persone con infezione.

Anche se con il passare dei giorni i dati si stanno uniformando, a volte si possono trovare dati discordanti sul numero dei positivi. Nella fase iniziale infatti alcune regioni hanno ritenuto utile sottoporre a tampone anche persone senza sintomi, nel tentativo di limitare il più possibile la possibilità di ulteriori contagi.

Questa strategia è poco sostenibile e di efficacia molto limitata e ha comportato un elevato carico di lavoro per i laboratori che dovevano effettuare gli esami, con la conseguenza che i tempi per potere avere gli esiti erano eccessivamente lunghi. Attualmente l’indicazione all’effettuazione del tampone è limitata ai pazienti che presentano sintomi simil-influenzali.

Inoltre, le raccomandazioni fornite dalle agenzie sanitarie internazionali (l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’European Centre for Disease Prevention and Control, ECDC) prevedono una conferma diagnostica da parte di un laboratorio centrale (in Italia l’Istituto Superiore di Sanità) per ridurre la possibile variabilità negli esiti dei test tra laboratori locali. Per questo i dati dell’ISS divergono da quelli dati da governo e media, perché prendono in considerazione solo i casi confermati da questo secondo test.

Morti

Il conteggio dei morti, come per altre malattie infettive, è complicato: nelle statistiche attuali si fa riferimento a persone positive al virus e decedute. Non sempre è possibile stabilire se il virus ha causato direttamente la morte, se ha aggravato delle condizioni di salute già fragili oppure se il virus non ha niente a che vedere con il decesso (per esempio un’infezione molto recente che non si è ancora manifestata).

Guariti

I guariti sono le persone in cui i sintomi (quelli principali sono febbre, tosse secca e mancanza di fiato) e i segni (per esempio le alterazioni a livello del polmone) dell’infezione sono scomparsi. Inoltre, per essere sicuri che il virus sia stato eliminato, occorre che due tamponi, eseguiti a distanza di 24 ore uno dall’altro, siano negativi.

Letalità e mortalità

Il tasso di letalità indica la percentuale di persone che muoiono sul totale delle persone ammalate (nel caso delle statistiche su COVID-19, sul totale dei casi positivi). Stima il rischio di morire per una persona che ha una determinata infezione.

Nel tasso di mortalità il denominatore non sono più gli ammalati, ma è tutta la popolazione che vive in un’area geografica ed è esposta al rischio di ammalarsi. Questo secondo indicatore stima l’impatto di una malattia sulla collettività o, in altri termini, il rischio di morire di quella malattia per chi vive in una determinata zona.

A parità di letalità (rischio per il singolo individuo che si ammala), una malattia molto contagiosa ha una maggiore mortalità. Un esempio concreto è rappresentato dal confronto tra la SARS e COVID-19: nel primo caso (letalità stimata intorno al 10%) il numero assoluto di morti nel mondo è stato di 774, per COVID-19 (letalità stimata sui casi positivi intorno al 3%) al 6 marzo le vittime in tutto il mondo hanno superato le 3,4 mila unità.

In questo momento, è la letalità l’indicatore maggiormente utilizzato per stimare la “pericolosità” dell’infezione, insieme alla percentuale di persone che sviluppano sintomi considerati gravi o molto gravi, tali da richiedere il ricovero in unità di terapia intensiva.

Incidenza e prevalenza

L’incidenza stima il numero di nuovi casi di una malattia nell’arco del tempo in una popolazione, mentre la prevalenza riguarda il totale dei casi (nuovi e persone già ammalate). Un esempio: se stimo che la prevalenza di diabete nei bambini italiani è di 60 per 10.000 abitanti significa che oggi in una popolazione di 10.000 bambini, 60 hanno questa malattia. Un’incidenza annuale di diabete nei bambini di 1 per 10.000 significa che ogni anno c’è un nuovo caso di diabete ogni 10.000 bambini. Un bambino si è ammalato di diabete, gli altri 59 erano già ammalati.

In genere per una malattia infettiva acuta, di durata limitata nel tempo, si utilizza solo l’incidenza. Per le malattie croniche, invece, è utile misurare entrambi gli indicatori.

Che senso hanno tutti questi dati? Sono davvero utili?

Sono utili per chi deve valutare la situazione e operare delle scelte. Per esempio, comprendere se un’infezione si sta diffondendo, con quale velocità, così da mettere in atto le misure più opportune e successivamente valutare se le misure attuate si stanno rivelando efficaci e sufficienti. Non hanno, invece, una grande utilità per i cittadini, se non la necessaria e doverosa trasparenza.

Sono dati che presentano delle limitazioni: per esempio, non sappiamo quante sono realmente le persone infettate dal virus. È molto probabile che i dati dei casi positivi siano sottostimati, ma è difficile oggi stabilire di quanto. Questa possibile sottostima implica che la reale “gravità” del virus potrebbe essere minore rispetto a quanto siamo in grado di ipotizzare oggi.

Inoltre, occorre considerare che il tempo di osservazione dei casi positivi non è omogeneo: dalle conoscenze disponibili sull’andamento della malattia, sappiamo che nei soggetti con forme più gravi l’aggravamento può avvenire 5-7 giorni dopo l’esordio dei sintomi e che ci sono casi in cui il decesso si verifica a distanza di tempo (anche due settimane) dall’aggravarsi delle condizioni di salute. Il conteggio dei casi e dei morti è “sfasato”. Per poter avere un quadro più chiaro della situazione dovremo attendere la fine dell’epidemia.

Inoltre sarà importante poter avere a disposizione e analizzare molte variabili sia dei casi che di chi ha avuto bisogno di cure intensive o è morto: per esempio età, sesso, condizioni di salute prima dell’infezione, abitudini di vita.

come leggere i dati sul coronavirus

I dati sul coronavirus sono paragonabili a quelli sull’influenza?

Vengono fatti dei confronti che veicolano l’informazione che, per quanto ne sappiamo ora, COVID-19 ha una letalità superiore a quella dell’influenza e minore rispetto alla SARS. È però solo un’informazione parziale. Non possiamo fare a meno di considerare la contagiosità di una malattia e la disponibilità di interventi di prevenzione (per esempio il vaccino) o che si tratta di un virus nuovo, per cui la popolazione non ha ancora sviluppato una risposta immunitaria.

I dati riguardanti l’influenza sono stime basate sui dati raccolti da una rete di medici sentinella (medici di medicina generale, pediatri di libera scelta) con una distribuzione rappresentativa nelle diverse regioni italiane.

I dati raccolti e diffusi ogni settimana dall’Istituto Superiore di Sanità riguardano le sindromi simil-influenzali (Influenza-like illness, ILI), vale a dire la diagnosi è effettuata sulla base di alcuni sintomi (febbre, malessere, dolori muscolari associati a tosse, mal di gola o respiro corto). Solo una parte delle sindromi simil-influenzali è dovuta al virus dell’influenza, la maggior parte è da altri virus (tra cui anche coronavirus noti da tempo e che frequentemente danno infezioni delle vie aeree superiori).

È estremamente difficile conoscere il numero dei morti attribuibili almeno potenzialmente alle sindromi influenzali. Sulla base di modelli matematici i ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità hanno stimato che negli ultimi anni sono tra 7 mila e 24 mila le morti in eccesso che potrebbero essere dovute a ILI (direttamente o più spesso per aggravamento di malattie già presenti).

È giusto basarsi su questi dati per gestire la vita pubblica?

Sì, chi prende decisioni pubbliche deve considerare questi dati anche se, come abbiamo visto, presentano dei limiti. Inoltre, bisogna sempre tenere a mente che le epidemie sono eventi che riguardano una comunità, non i cittadini presi singolarmente, ed è necessario avere uno sguardo ampio sulla popolazione e che vada al di là dell’oggi, ipotizzando quello che potrebbe succedere nel prossimo futuro.

Al di là della sua percezione immediata, i comportamenti di un singolo possono avere un impatto sugli altri. Un esempio: se vado al lavoro o vivo la mia vita sociale mentre ho sintomi influenzali come febbre e mal di gola, rischio di trasmettere ad altri un’infezione. Questo vale anche per l’influenza, che comporta comunque dei rischi.

Se la diffusione del virus avviene troppo rapidamente, il numero elevato di ammalati potrebbe sovraccaricare i servizi sanitari. Questo potrebbe avere un impatto negativo non solo su chi ha la malattia COVID-19, ma su tutte le persone che potrebbero avere bisogno di cure.

Insomma, anche se la percezione del singolo può essere di una malattia non grave (e il rischio individuale può essere considerato basso) bisogna considerare i rischi per la collettività. Occorre, però, che nel valutare le strategie di intervento le istituzioni tengano in dovuta considerazione anche l’impatto di queste nella quotidianità dei singoli.

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