Click #1 – In viaggio con Journey

di

journey
Click.

Schiacci il pulsante, si crea un collegamento.

Un collegamento casuale, non cercato né voluto, ma dettato dall’entropica connessione globale, per cui la realtà è un aggrovigliato insieme di cavi elettrici, lungo i quali gli impulsi viaggiano secondo percorsi imprevedibili. Schiacciamo il primo pulsante e si accende Journey.

Journey. Di questo videogioco indipendente (nel senso che non è stato sviluppato da una delle principali software house in circolazione) se ne è già parlato tanto, anzi, tantissimo, e gli sviluppatori di Thatgamecompany si sono portati a casa un buon numero di premi. Insomma, qui non stiamo rivelando chissà che segreto, né ha senso prolungarsi più di tanto. Ma due righe di introduzione ci stanno.

Journey si differenzia da tanti altri videogiochi perché non richiede di combattere nemici, oppure di sfidare avversari in prove di abilità. Journey richiede soltanto di vivere un’esperienza. Un’esperienza di viaggio, per la precisione. Nei panni di un pellegrino incappucciato, il giocatore vaga per un deserto apparentemente sconfinato e attraversa differenti scenari, all’interno dei quali apprende brandelli di una storia più ampia.

In Journey il conflitto è quasi assente, ma al contrario è possibile cooperare con gli altri giocatori. Oltre che in solitaria, l’esperienza di viaggio può essere affrontata anche in multiplayer, con la possibilità di incontrare per il deserto altri pellegrini (ovvero altri giocatori connessi in quel momento, di cui non si sa niente), con i quali condividere parte del cammino.

Il fascino di Journey, insomma, sta nel cammino in sé, nella contemplazione degli scenari e nelle emozioni provate durante il percorso. In questo senso il titolo racchiude lo stesso senso del gioco, poiché Journey è a tutti gli effetti un viaggio. Click. In che modo Journey può modificare la nostra esperienza di viaggio?

Prima di partire per una vacanza in un posto più o meno lontano, compiamo delle ricerche per assicurarci che la meta incontri i nostri gusti. Non andiamo a caccia di sole informazioni, ma pure di immagini sui cataloghi e in rete, poiché la conoscenza è anche visiva. Nelle foto cerchiamo anticipazioni, ma per forza di cose queste sono limitate: dall’inquadratura, prima di tutto, che incornicia una porzione insoddisfacente di realtà.

E se ci affidassimo a Journey, per conoscere in anticipo i luoghi dove desideriamo viaggiare? Gli scenari potrebbero essere ricreati all’interno del gioco e attraversati dai giocatori-viaggiatori, che riuscirebbero in questo modo a farsi un’idea di quel che li aspetta. Ho il sospetto che al di là dei quattro lati di quella foto da catalogo, in cui è rappresentata una spiaggia bellissima e deserta, si celi un albergo di ottantasei piani? Con Journey posso procedere nell’esplorazione e scoprire cosa c’è oltre.

Ma attenzione: la contraffazione è dietro l’angolo. Proprio come le immagini possono essere ritoccate, lo stesso può avvenire con una riproduzione digitale. Avete presente quei cataloghi delle vacanze dove il mare è di un azzurro così brillante da sembrare irreale, poi vai sul posto e scopri che l’acqua è di un verde putrido? Ecco, lo stesso può avvenire nel nostro caso. Ma come, in Journey il Manneken Pis sembrava una statua imponente, mentre in realtà non è altro che un botolo di bronzo!

E non è tutto. Già adesso, usi a trangugiare senza sosta immagini e filmati di situazioni e posti lontani, ci siamo abituati a tutto. Ci ritroviamo davanti alla piramide di Chichen Itza, ma non ci scomponiamo, perché dai, tutto sommato l’abbiamo già vista in tutte le salse. Con il nostro nuovo Journey, decreteremmo la definitiva scomparsa della meraviglia, già anticipata da tanti filosofi dei decenni passati. Mio Dio, che noia la Muraglia Cinese, è così… scontata!

Andiamo oltre. E se ipotizzassimo di sostituire integralmente il viaggio? Pensiamoci: con lo sviluppo di nuovi strumenti immersivi, sia sonori che visivi che, ipoteticamente, tattili e olfattivi, quella di Journey potrebbe diventare un’esperienza davvero totalizzante. E invece di decidere di partire per la Nuova Guinea, potremmo visitarla senza nemmeno arrivarci.

I vantaggi? Non solo l’economicità, ma anche la comodità: potremmo attraversare la foresta pluviale – l’umida e afosa foresta pluviale, piena di insetti grossi come bignè! – standocene seduti sul divano di casa e senza aver prima affrontato uno scomodo volo transoceanico. E vuoi mettere non doversi preoccupare della dissenteria del viaggiatore, o delle fregature che appioppano regolarmente ai turisti? Nessun problema per gadget e piatti tipici: si potrebbero ordinare entrambi tramite lo stesso Journey e ci arriverebbero a casa in tempo reale.

Ad alcuni, questi sproloqui potranno sembrare agghiaccianti. Non solo ai backpacker, ma soprattutto alle agenzie di viaggio e a chi di turismo ci vive. Ad altri – sì, sto parlando proprio di te, lumacone da divano che hai paura anche a prendere la metropolitana! – appariranno come un sogno. Forse, però, ciò che è più interessante è constatare come alcune esperienze di gioco si configurino come reali, quanto meno da un punto di vista emozionale, e come tante esperienze di viaggio, di contro, possano risultare drammaticamente artificiali.

Click. Il secondo pulsante accende

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Ciao a tutti, mi chiamo Agu e ho un problema con l’alce. E pure con i correttori automatici. Sono giornalista freelance. Pubblico racconti e disegnetti sul mio blog, Come un dinosauro in un bicchier d’acqua. Se ne avete voglia, dateci un occhio. Prima o poi ve lo restituiremo.

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