Perché abbiamo bisogno di città resilienti e cosa sono

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Come molti dei vocaboli scientifici, la parola resilienza ha un’origine latina: resilire significa “saltare indietro, rimbalzare”, un verbo altre volte associato all’azione di “saltare su una barca alla ricerca della salvezza”. Per molto tempo in uno stato latente, sospeso nell’ambiguità del suo significato e del suo utilizzo, assume una nuova accezione nei secoli della progressione scientifica, indicando la capacità di un materiale di resistere agli urti senza rompersi, con un uso però limitato ai mestieri tecnici e fisici.

Mentre nei paesi anglofoni l’espressione viene nel tempo meno timidamente scardinata dalle sue radici, in Italia si dovrà aspettare l’arrivo del nuovo millennio: l’esplosione e la popolarità del termine sono infatti di data estremamente recente, collocabile intorno al 2010. Da allora sono molti i campi in cui la resilienza è saputa entrare nel lessico comune: dalla psicologia all’informatica, dall’ecologia all’economia.

La fisica, dicevamo, descrive la resilienza come la capacità di un materiale di contrastare gli urti deformandosi. In psicologia si dice resiliente chi riesce a superare un evento traumatico e da questo reinventarsi, diventando più forte. L’ecologia associa il termine alla rapidità di ripristino della stabilità di una comunità biotica in seguito a perturbazioni.

Da un punto di vista globale, la resilienza è dunque oggi “la scienza di adattarsi al cambiamento” come definita da Andrew Zolli nel suo libro Resilience: Why Things Bounce Back, partendo dal presupposto che “tutti i sistemi si guastano: alcuni si riprendono, altri no“: la resilienza ci spiega il perché.

In questo articolo ci occupiamo di uno specifico ambito: la resilienza urbana, ossia all’interno delle città, contesti che, frutto dell’azione umana e del progresso tecnologico-scientifico, sono diventati l’emblema della complessità della gestione dei fenomeni esterni. Ci occupiamo, un’espressione che forse avrete sentito, di città resilienti.

città resilienti
Wujin, Cina | Foto: Ronit Bhattacharjee

Perché dobbiamo occuparci di resilienza urbana

Il termine resilienza è ormai diventato comune quando si parla di rigenerazione, riqualificazione e progettazione dei contesti territoriali, costieri, fluviali e soprattutto urbani. Le problematiche sociali, ambientali ed economiche, che in modo sempre più perturbante affliggono la città contemporanea sono infatti da qualche tempo il principale tema di confronto e di discussione del dibattito internazionale. Entra quindi in gioco lo studio della resilienza urbana, definita come:

la capacità degli individui, delle comunità, delle istituzioni, delle imprese e dei sistemi all’interno di una città di sopravvivere, adattarsi e crescere indipendentemente dal tipo di stress cronico e di shock acuti che subiscono

da 100 Resilient Cities, il network promosso nel 2013 da Fondazione Rockefeller, che raccoglie oggi cento città del mondo, tra cui le nostre Roma e Milano, per supportarle nella definizione di una propria Strategia di Resilienza.

Perché è tanto importante fare riferimento alle città quando si parla di resilienza? Dagli anni cinquanta viviamo in quella che il premio Nobel Paul Crutzen ha definito Antropocene, ovvero l’era geologica dell’uomo, nella quale alla specie umana è attribuita la causa delle più importanti modifiche territoriali, biologiche e climatiche del pianeta.

In questo scenario le città rappresentano il più denso e complesso prodotto di tale agire umano, e sono la casa del nostro presente e sempre più del nostro futuro: più del 50% di persone infatti vive oggi in conglomerati urbani, e stando alle previsioni del 2018 del World Urbanization Prospects quasi il 70% è atteso per il 2050.

Da un punto di vista ambientale, un dato è illuminante: le città occupano meno del 3% della superficie mondiale, ma sono responsabili del 75% dell’emissione dei gas serra. Più che di città peraltro si parla ormai di sistemi urbani, organismi complessi di relazioni economiche, sociali ed infrastrutturali in stretto legame tra loro e con il territorio su cui insistono.

La sfida della nostra epoca è dunque in prima istanza una questione urbana: la crescita, in termini di dimensione, e lo sviluppo, in termini di evoluzione, delle città devono tornare a considerare orizzonti di vivibilità, opportunità, eguaglianza e, soprattutto, sostenibilità.

Le città resilienti come risposta all’emergenza climatica

resilienza urbana
Shangai, via Unsplash

Questa capacità di mutare gli eventi negativi in fattori positivi, su cui ricamare opportunità e possibilità di sviluppo, sottende la vera sfida che la resilienza implica: resiliente non è una condizione, ma un processo da costruire.

Gli shock e stress rappresentano in questo scenario il cambiamento atteso, minaccia e allo stesso tempo opportunità. E di cambiamenti – in atto e futuri – le città della nostra epoca ne vedono molti, ed estremamente rapidi.

Così, i sistemi urbani si trovano a lottare non solo con le dinamiche interne, inevitabili nei sistemi complessi e in continua transizione, ma anche con altri e più sfidanti mutamenti esterni: dai boom demografici alle ondate migratorie, dagli attacchi terroristici e digitali ai cambiamenti climatici.

In quest’ultima accezione la resilienza urbana può giocare un ruolo decisivo, se utilizzata come strumento e fine al quale devono tendere la governance e le policies della città per affrontare in maniera proattiva le questioni connesse al cambiamento climatico.

La resilienza climatica, definita come la capacità di ridurre i rischi e i danni derivanti dagli impatti negativi, presenti e futuri, dei cambiamenti climatici, sfruttandone i potenziali benefici per riadattarsi, deve quindi avere una stretta connessione con la resilienza urbana, visto che l’urbanizzazione incontrollata è una delle principali cause dell’emergenza climatica.

Gli effetti di questa emergenza climatica sono invece di differente natura ed entità in ogni parte del globo: il destino delle città italiane, comune alle altre aree del bacino del Mediterraneo, sarà legato alla loro capacità di adattarsi ad una temperatura che cresce a ritmi più veloci rispetto alla media globale (un incremento attuale di 1,4°C rispetto all’era pre-industriale, con una media mondiale di + 1°C) e ad un aumento dei periodi di siccità.

Gli effetti sono proporzionalmente più ingenti nei conglomerati urbani, causa la loro configurazione morfologica: le temperature di Milano, ad esempio, sono aumentate di 2°C nel solo periodo dal 1951-2017, e si prevede un incremento al 2050 di ulteriori 2°C. Un totale di +4°C, ampiamente oltre il famoso punto di non ritorno di 1,5°C dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) oltre il quale si rischia di innescare irreversibili danni a gran parte dell’ecosistema e delle attività umane.

La sfida delle città italiane, se associata ad una continua tendenza all’urbanizzazione, alla dipendenza da automobile, ad un comparto edilizio energivoro, nonché ad un generale invecchiamento della popolazione e alla natura stessa delle nostre città storiche, è particolarmente complessa.

Proprio per questo abbiamo bisogno di città resilienti.

Ma cosa vuol dire in concreto progettare città resilienti?

Al di là di qualsiasi virtuosismo letterario, sono due i pilastri che permettono ad una città di impiegare un approccio resiliente nei confronti del clima che cambia: adattamento e mitigazione, in virtù della loro complementarietà.

Città resilienti: politiche e progetti di adattamento

Gli effetti del riscaldamento globale sono già riconoscibili in un incremento di eventi estremi – shock – e fenomeni logoranti di natura costante – stress – che nei contesti urbani si concretizzano in ondate e isole di calore, inondazioni, periodi di siccità alternati da precipitazioni intense, inquinamento, perdita di biodiversità, le cui conseguenze si ripercuotono anche sulla salute pubblica.

Adattamento significa attivare processi, politiche e progettualità per adeguarsi al clima che cambia, che consentano di moderare o evitare i danni e gli impatti ormai inevitabili. Appreso questo concetto è importante tenere a mente che tali ripercussioni si manifestano in misura e tipologia differente per ogni contesto geografico e morfologico: la costruzione della propria capacità di adattamento non può perciò prescindere dalla conoscenza puntuale e scientifica del rischio e della vulnerabilità del territorio di riferimento che, come hanno fatto Bologna (pdf), Milano e altre realtà, parte dall’elaborare il proprio Profilo Climatico Locale – per conoscerne il mutamento climatico – e prosegue con l’analisi delle vulnerabilità sociali e spaziali.

Nell’aprile del 2013 la Commissione Europea ha pubblicato la sua prima Strategia di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, con l’obiettivo di promuovere un percorso condiviso tra gli stati membri e condividere le migliori pratiche e misure “a prova di clima” (nella piattaforma ClimateADAPT). Già nel 2011, invece, la città di Bologna prima in Italia, con il progetto BlueAp ha avviato un processo partecipativo e incrementale per definire il proprio Piano Locale di Adattamento, adottato nel 2015.

In termini generali, sono due le macro-famiglie di azioni di resilienza urbana che lavorano in chiave adattiva: le infrastrutture blu e le infrastrutture verdi.

Le infrastrutture blu designano un complesso di soluzioni tecnologiche e naturali in grado di gestire la componente idrica in ambito urbano, da molti decenni rilegata ad una questione di sottosuolo, capace di migliorare la qualità stessa delle acque, aumentare la biodiversità e favorire il raffrescamento urbano, oltre a gestire le acque in eccesso (si pensi alle ormai famose piazze inondabili di Rotterdam).

Le infrastrutture verdi sono un sistema di elementi naturali puntuali e lineari, che in città tenta di ricucire l’insieme degli spazi verdi esistenti frammentati, e restituire una continuità ecologica dal verde periurbano sino alle aree più densificate, rinaturalizzando spazi cementificati e impermeabili. I benefici del verde sono noti da tempo, da quelli ambientali, a quelli economici e perfino sociali, ma si è spesso faticato negli scorsi decenni a superare gli approcci tradizionali che rilegavano al verde la sola funzione riempitiva e numerica per il raggiungimento dei valori minimi previsti da normativa.

Città resilienti: politiche e progetti di mitigazione

città resilienti
Oslo citybike | Michael Fludkov

È però vero che l’adattamento è una sfida persa sul lungo termine in assenza di azioni volte a contrastarne la causa. Il 75% dell’emissione dei gas serra, dicevamo, è dovuto alle città: timide politiche restrittive, incentivanti e propagandistiche non bastano più.

Entra dunque in gioco la mitigazione, intesa come l’insieme degli interventi volti a ridurre le emissioni e la concentrazione di gas clima alteranti in atmosfera, sia riducendo le fonti di rilascio, che incrementandone le fonti di assorbimento.

La transizione verso energie rinnovabili, l’efficientamento dei sistemi agricoli, residenziali e produttivi, la mobilità sostenibile, ma anche la forestazione e lo stoccaggio della CO2, sono misure di mitigazione, la cui diffusione per la loro efficacia deve coesistere alla scala globale.

Gli effetti di tali misure sono, per i naturali processi chimici e atmosferici, riconducibili al lungo periodo: è perciò di fondamentale importanza agire ora.

Intendiamo dunque la mitigazione come l’interruttore che può, se non spegnere, per lo meno smorzare il processo di cambiamento in atto. Per questo motivo è da anni al centro di politiche di scala territoriale e internazionale, ma anche locale: sono già molte le città che si sono date l’obiettivo di diventare carbon neutral al 2050 – alcune anche al 2025, come Copenaghen – ovvero con un’impronta netta di carbonio pari a zero.

La sfida globale che le città sono chiamate a raccogliere è dimostrare che, grazie all’integrazione nei tradizionali strumenti urbanistici dell’approccio resiliente – una combinazione di azioni trasversali di mitigazione e adattamento – saranno in grado di ristabilire l’equilibrio uomo-artificio-natura da tempo trascurato.

Un orizzonte resiliente

Se ad ogni obiettivo corrispondono misure concrete, capiremo dall’esplorazione di alcune best practice e ponendoci alcuni interrogativi, i fattori determinanti per la costruzione di città resilienti: la complicità tra piani e azioni, tra attori pubblici e privati, la trasversalità tra i settori coinvolti, l’attivazione della cittadinanza, nella consapevolezza che la risposta non è mai unica, ma sempre plurale e tarata sulle diverse caratteristiche di realtà urbane diverse fra loro.

La corsa alla resilienza urbana è e sarà, per volontà o necessità, estremamente rapida: in pochi anni si è passati dall’inconsapevolezza (o noncuranza), alle parole, ai fatti. Ancora una volta le città, intese nella loro accezione sistemica, hanno dato mostra del loro estremo dinamismo e della loro crescente volontà trasformativa. I cittadini in questo processo non sono mai stati tanto consapevoli.

Insomma, il terreno pare sia fertile per questa sfida che non possiamo permetterci di perdere.

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Emiliana d’origine, torinese per studio e milanese per scelta, ama conoscere storie e mondi. Laureata in Architettura Sostenibile parla e ascolta di resilienza, e ama scoprire cosa rende vivibili le città. Nella sua vita la sostenibilità è un’ossessione, i tortelli un’istituzione.

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