Chi era George Best

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chi era george best
@succedeoggi.it

 Avrei giocato sette giorni su sette, se me l’avessero concesso. […] Quando scendevo in campo non avrei mai voluto sentire il fischio finale.

Questa è una di quelle frasi che avrebbe potuto dire un calciatore qualsiasi. Una frase banale per chiunque abbia calciato un pallone almeno una volta nella vita. Se si parla di George Best, tuttavia, anche l’affermazione apparentemente più banale si trasforma nel più interessante degli spunti di discussione. L’uomo delle frasi ad effetto ha esploso il colpo più incisivo con la dichiarazione d’amore più semplice del mondo.

Il calcio ha salvato Best almeno quanto l’ha ucciso. Dal quadro della sua vita, folle e anarchica, emerge il ritratto di un uomo fragile, sensibile e generoso, capace di essere solo anche se attorniato da un figlio, duemila donne ed un mondo ai suoi piedi. Il calcio era evasione e divertimento, per sé e per chi lo amava. All’interno di un rettangolo di gioco, Best si trasformava, pur essendo semplicemente se stesso. In campo riusciva ad essere pienamente libero senza andare incontro a tragiche conseguenze.

Vita sportiva e vita privata sono legate indissolubilmente, senza soluzione di rottura. Non esistono un dottor Jekyll ed un mister Hyde. Non esiste George senza Best. Non esiste Best senza George. Best era Best. Punto. Ovunque. In ogni momento della sua vita.

Un quesito, a questo, sorge spontaneo: chi è George Best? O meglio: chi era George Best?

George Best era un genio 

Bob Bishop, osservatore capo del Manchester United nell’Irlanda del Nord, trovò una buona risposta fin dal 1961, quando Best aveva 15 anni:

Penso di aver scoperto un genio.

Il messaggio, destinato a Matt Busby, storico tecnico dei Red Devils, colpì nel segno: quell’ala destra dal fisico gracile, capace di umiliare avversari più grandi di lui di diversi anni, era effettivamente un genio.

La definizione non è legata unicamente ad una sfera tecnica. Il genio non è solo una questione d’abilità con il pallone, ma anche, se non sopratutto, mentale. Best vedeva il mondo da altre prospettive e tracciava di conseguenza nuove traiettorie.

Un po’ come Michelangelo, Andy Warhol, Stanley Kubrick o George Orwell.

Un po’ come un’ala, ruolo che incarna la follia dei dribblatori alla Garrincha e lo spirito di sacrificio del più arcigno dei mediani.

Best ha rivoluzionato il gioco del calcio, ancora fermo negli anni Sessanta a dettami più classici. Dal basso del suo metro e settantacinque riuscì ad essere un ottimo colpitore di testa, abile con entrambi i piedi e dotato di una visione di gioco da deliziosissimo dieci. In campo, e solo in campo, aveva un pieno controllo delle proprie potenzialità, soggiogando il gioco del calcio ad esigenze esistenziali personali.

George Best era un uomo generoso 

 Non devi solo battere l’avversario, devi impressionarlo a tal punto che non avrà più voglia di vederti.

Seconda risposta al quesito: Best, alla faccia di chi ne parla con superficialità, era un uomo estremamente generoso, dentro e fuori dal campo. Best faceva di tutto per valere sempre il prezzo del biglietto, e ci riuscivaImpossibile amarlo senza odiarlo, e viceversa. Il nordirlandese era uno che giocava sempre per la squadra, dimostrandosi abile nella fase difensiva quasi quanto in quella offensiva. Un’ala moderna, si direbbe. Contemporanea, forse, è il termine più adeguato.

Se Best avesse fatto per sé quanto ha fatto per gli altri, probabilmente non sarebbe stato Best. Ha vissuto così, nel bene e nel male.

Chi era George Best: un uomo solo e dannato

Se Matt Busby fosse stato più duro con me forse le cose sarebbero andate meglio. L’avevo sempre fatta franca, pensavo di poter fare tutto ciò che volevo. Le regole della squadra non valevano per me. Loro non dovevano convivere con il fatto di essere George Best.

Terza risposta, la più importante: era un uomo solo. Il destino dei geni è spesso comune: non avere una guida. L’anarchia, arma a doppio taglio, ne ha fatto un divo, trascinando il suo talento in un vortice autodistruttivo. Busby non riusciva a non assecondarlo, e si può capire: nessuno è mai riuscito nell’impresa.

Inutile domandarsi ora se Best avrebbe potuto fare di più di quanto ha fatto. Se si parla di uno dei migliori calciatori della storia del calcio, la storiella del talento sprecato si trasforma in sterile retorica e si continua a perdere di vista il focus generale: il fenomeno calcistico non sarebbe esistito senza l’uomo fragile.

Best ha fatto quello che ha voluto e ne ha pagato le conseguenze. A noi non resta altro che il ritratto di un artista, massima espressione di un ’68 calcistico che ha cambiato la storia. Rivoluzionario, a modo suo. Vincente, nonostante tutto. Perdente, di fronte alla vita, ma non sarebbe potuto essere altrimenti.

Se la vita di un uomo fosse fatta unicamente di momenti in cui potersi esprimere al meglio, non esisterebbe il genio. Un fischio finale c’è sempre, e in quel momento resta in piedi solo la leggenda.

Da questo punto di vista, il quesito su Best assume nuovi significati. Domandarsi chi era George Best è solo un passaggio per capire chi è Best. Capire chi è stato George serve solo a tracciare un quadro sincero di Best, il migliore. Lui sì, non morirà mai, e non lascerà mai spazio per una lacrima.

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Guspinese. Cagliaritano. Sardo. Italiano. Europeo. Cittadino del mondo. Ventisei anni. Figlio. Fratello. Coinquilino. Blogger. Scrittore. Laureando in Lettere. Cinema. Serie Tv. Politica italiana. Politica estera. Calcio. Ciclismo. Barba. Sigarette. Il buon vino. Gianni Brera. La buona birra. Amo le virgole quanto i punti.

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