Chi è Erdogan, il sultano della Turchia

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Chi è Erdogan, il sultano della Turchia. Tra autoritarismo interno ed aggressività nello scenario internazionale, chi è il presidente turco
@spondasud

Recep Tayyip Erdoğan è il dodicesimo presidente della Turchia ed ormai da dodici anni è il protagonista assoluto della scena politica turca. Sotto la sua guida il Paese ha goduto di una crescita economica costante e le sue doti di leader lo hanno reso una figura tanto venerata quanto temuta. Ma da dove viene e chi è Erdogan?

Chi è Erdogan: gioventù, militanza politica e nascita dell’AKP

Erdogan nasce a Rize, una città turca che si affaccia sul Mar Nero, da una famiglia di umili origini. Si trasferise ad Instanbul coi genitori quando compie 13 anni. Nella vecchia capitale orientale, il giovane Tayyip frequenta la scuola islamica e comincia a vendere limonata per strada per mettersi in tasca un po’ di soldi. Una volta cresciuto, si laurea alla Marmara University in management e davanti a lui si spalanca una promettente carriera di calciatore a livello professionistico. Ma la passione per la politica ha la meglio e alla fine degli anni ’70 inizia la sua militanza nel Partito del Benessere di ispirazione islamico-conservatrice.

Nel 1994 si presenta e vince le elezioni diventando sindaco di Instanbul. Nel 1997, dall’alto della sua carica, legge in pubblico i versi del poeta Ziya Gökalp: “Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati”. Questo atto gli costa un’incriminazione per l’incitamento all’odio religioso che lo porterà ad una condanna a dieci mesi di reclusione. Nello stesso anno, i militari chiedono in via ufficiale le dimissioni del primo ministro Necmettin Erbakan in quanto vengono contestate le iniziative del governo che compromettono la laicità delle istituzioni rispetto alla religione islamica. A seguito delle dimissioni, la Corte Costituzionale turca mette al bando tutte le formazioni filo-islamiche pre-esistenti. Anche il Partito del Benessere subisce la condanna della Suprema Corte.

Erdogan nel 1998 esce di prigione dopo aver scontato solo quattro dei dieci mesi per cui era stato condannato. Nel 2001 fonda autonomamente il suo nuovo partito: il Partito per la Giustiza e lo Sviluppo (AKP). La nuova formazione politica si presenta come un partito moderato, conservatore di ispirazione religiosa, ma gli avversari lo etichettano fin da subito come una formazione anti-laica e fortemente radicata all’Islam. Le elezioni politiche del 2002 sanciscono la vittoria dell’AKP che, solo con il 34.3% dei voti ottenuti, riesce ad occupare ben il 66% del Parlamento turco grazie ai meccanismi di ripartizione dell’allora legge elettorale.

La costruzione del potere

Dal 2002 ad oggi Erdogan ha governato incontrastato grazie alla sua forte personalità e soprattutto per la costante crescita economica, possibile grazie agli ingenti capitali stranieri che sono stati immessi nell’economia turca, in particolare dalla vicina Europa. La grande liquidità attirata nel Paese dai bassi tassi di interesse ha portato ad una rapida crescita del settore privato, accelerata anche dalle politiche di privatizzazione messe in atto dai governi di Erdogan.

Il successo economico ha portato beneficio soprattutto nei territori dell’Anatolia centrale, dove il miracolo della modernizzazione ha portato nuovi stili di vita e prospettive per i cittadini turchi. Proprio in queste zone centrali il Presidente turco conta la maggior parte dei propri sostenitori. La popolazione che vive sulla costa egea invece, di tradizione più laica e filo occidentale, non vede di buon occhio l’influenza religiosa di stampo sunnita che le istituzioni stanno assumendo sotto la guida dell’AKP; i confini orientali sono in buona parte abitate dalla minoranza curda, storicamente in conflitto con Erdogan ed i suoi simpatizzanti.

Un altro fattore importante che ha contribuito alla crescita economica è stata l’apertura della Turchia verso il vicino Oriente: prima delle cosiddetta primavere arabe e della guerra in Siria, il governo turco aveva intrapreso diverse iniziative per favorire la nascita di un nuovo mercato libero con gli Stati arabi confinanti, soprattutto Iran, Siria e Libano. Il dissesto politico provocato dagli scontri nella Penisola Araba negli ultimi anni ha frenato l’iniziativa commerciale turca, ma non la crescita della popolarità di Erdogan anche fra i Paesi arabi vicini. Soprattutto le monarchie sunnite di Arabia Saudita e Qatar non hanno mai fatto mistero di apprezzare l’operato del Presidente Turco sia a livello politico che sul fronte della “lotta al terrorismo”.

I direttori del quotidiano di opposizione Cumhuriyet, arrestati e rilasciati per un reportage sul traffico di armi tra Siria e Turchia
@voanews

Il controllo delle libertà

Malgrado la popolarità in patria e la simpatie sunnite della regione araba, Erdogan ha evidenziato di fatto la volontà di controllo personale assoluto sulle istituzioni e sugli organi d’informazione del proprio Paese. A partire dal 2011 il governo dell’AKP ha introdotto una serie di riforme che hanno portato restrizioni nella libertà di parola e di stampa sui diversi media, incluso Internet. Queste sono spesso costate il carcere a diversi giornalisti scomodi per il governo.

Recentemente, Can Dundar ed Erdem Gul, direttori del quotidiano di opposizione Cumhuriyet, sono stati arrestati a causa di un’inchiesta che ha portato alla luce un traffico di armi dalla Turchia al territorio siriano. I due sono stati poi scarcerati solo grazie all’intervento della Corte Costituzionale che ha invalidato la loro condanna. Altri pacchetti normativi sono invece intervenuti per deviare verso i precetti islamici l’assetto delle istituzioni e la società civile. Fra queste serie di norme vi è anche la reintroduzione del reato di blasfemia. Tutte queste iniziative hanno assunto via via un carattere fortemente autoritario ed hanno provocato la reazione dei cittadini legati alla visone laica dello Stato. Il culmine delle proteste viene raggiunto nel giugno 2013 quando la protesta contro la rimozione del parco Gezi di Instanbul per la costruzione della nuova piazza Taksim si trasforma in una manifestazione contro la repressione del governo turco: dopo lo sgombero violento perpetuato dalle forze di polizia contro gli occupanti del parco, migliaia di cittadini vengono chiamati e si riuniscono nelle strade di diverse città turche per denunciare le violenze.

Le proteste proseguono fino ad agosto e vedono ripetersi scontri violenti fra manifestanti e forze dell’ordine, sostenute dal governo stesso. Erdogan usa il pugno duro e riesce a mantenere il controllo delle opposizioni chiudendo ogni possibilità al dialogo con i cittadini scesi in piazza. Il bilancio finale dei tre mesi di violenze comprende cinque morti, ottomila feriti e oltre duemila arresti. Dopo gli eventi di piazza Taksim, le contraddizioni di Erdogan diventano evidenti anche per la stampa internazionale ma questo non ferma le ambizioni del Presidente turco e anche la sua perdita di popolarità risulta molto limitata. Alle successive elezioni politiche del 2015, Erdogan viene confermato alla guida del Paese nelle prime elezioni presidenziali dirette della storia turca. I numeri raggiunti non sono comunque sufficienti per attuare la riforma costituzionale tanto auspicata dall’AKP e completare la trasformazione della Repubblica Parlamentare in una Repubblica Presidenziale.

L’ambiguità del governo turco nello scenario internazionale

Pur rimanendo ufficialmente un Paese della Nato ed alleato degli USA nella lotta allo Stato Islamico, ci sono molti dubbi sugli effettivi sforzi del governo di Erdogan nell’ostacolare l’avanzata dell’Isis: i controlli inefficaci sul confine siriano permettono continuamente l’infiltrazione di foreign fighters ed è stato più volte evidenziato come i blitz aerei contro gli obiettivi dell’Isis siano in realtà azioni per colpire gli avamposti del Pkk, il partito d’azione curdo da sempre in lotta contro Erdogan.

Gli organi di controllo dell’UE hanno più volte evidenziato il doppio gioco del presidente turco ma né loro né gli USA hanno preso provvedimenti seri nei confronti della Turchia visto il suo posizionamento strategico e i delicati rapporti di forza in gioco in Siria. Anzi, mentre gli Stati Uniti continuano ad ignorare le bombe turche sui curdi, alleati sul campo dei nord americani nella guerra contro Isis, l’Europa riempie di soldi Erdogan per frenare il flusso dei migranti diretti a nord: politiche a dir poco miopi.

Uno scontro durissimo -almeno a parole- è invece in atto con la Russia, soprattutto per quanto riguarda il futuro della Siria: da una parte Putin che vorrebbe far tornare l’amico Assad al potere, mentre dall’altra Erdogan vuole destituire in maniera definitiva il dittatore sciita. I rapporti diplomatici fra i due Paesi sono più tesi che mai, soprattutto dopo l’abbattimento del jet russo nello spazio aereo turco.

Se in passato l’entrata della Turchia nell’Unione Europea era uno scenario scontato per molti, le iniziative politiche di Erdogan hanno ribaltato questa prospettiva. Il presidente turco non sembra neanche interessato all’ipotesi europea e sta facendo muro contro le potenze occidentali, aprendosi invece alle forze sunnite della Penisola Araba. Le manie di grandezza del presidente crescono e il conflitto siriano rappresenta il palcoscenico perfetto per mettersi in mostra e mostrare i muscoli.

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Fiorentino di nascita, Web Marketing Specialist per diletto e Nerd di professione. Si nutre di cultura pop e vive la sua vita perennemente in direzione ostinata e contraria. Per Le Nius supporta l'area editoriale, in ambito politica, e l'area social. matteo@lenius.it

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