Casa de’ Nialtri: storia di un’occupazione abitativa

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Casa de’ Nialtri: la storia

Il 22 dicembre 2013 nasce ad Ancona Casa de’ Nialtri. È una data storica per le Marche: per la prima volta un gruppo organizzato di persone reclama il diritto alla propria dignità e lo fa attraverso un’occupazione abitativa. Sessanta persone provenienti da oltre dieci paesi si uniscono per mettere in pratica il proprio diritto alla città, la possibilità di avere un’abitazione dignitosa sulla propria testa e di godere delle interazioni proprie dell’ambiente urbano.

L’esperienza di Casa de’ Nialtri si avvia grazie al lavoro di associazioni di volontariato, movimenti sociali e parte della società civile. Si vede all’opera una sinistra diffusa, in grado di superare le separazioni che da sempre la caratterizzano, e al tempo stesso capace di costruire uno spazio di solidarietà ed autorganizzazione in cui convivono culture molto diverse tra di loro.

Tutto nasce da un’esigenza materiale. Alle porte dell’inverno 2013 la città di Ancona, come buona parte delle Marche, risulta fortemente colpita dall’esclusione abitativa. L’avanzare della crisi economica, una nuova domanda insoddisfatta di abitazioni, politiche sociali inadeguate e l’assenza di serie politiche di accoglienza ed integrazione dei migranti hanno generato un mix di fattori negativi e di sfiducia verso il sistema politico-istituzionale.

La stazione della città diventa luogo di rifugio di senza casa dalle più svariate esperienze personali: chi è appena sbarcato dalla Siria in fuga dalla guerra, chi ha perso casa e lavoro, chi è stato sfrattato dagli alloggi popolari, chi ha un lavoro precario e non può permettersi di pagare un affitto. Il lavoro di attivisti di diverse origini politiche trasforma questa situazione in un’esperienza di autorganizzazione. Riunioni, iniziative, dibattiti ed assemblee pubbliche precedono l’occupazione di una scuola materna di proprietà comunale abbandonata da anni.

La città si sveglia dal suo profondo letargo. L’emergenza abitativa diviene argomento di discussione pubblica e le tematiche sociali balzano agli occhi dei cittadini. In questo contesto si scopre una città solidale, che quotidianamente porta generi alimentari e di prima necessità ai nuovi abitanti dell’ex scuola. Gli anconetani si rendono conto del distacco esistente tra intervento pubblico e soddisfacimento dei bisogni, cominciando a supportare materialmente l’occupazione. Per un mese e mezzo, nel pieno dell’inverno, persone costrette a vivere al freddo e senza diritti sembrano essere riuscite a riappropriarsi della propria dignità. Un’esperienza, quella di Casa de’ Nialtri, qualificante anche dal punto di vista della convivenza interculturale e della ricerca di una dimensione comune dell’abitare.

La vita alla Casa de’ Nialtri viene autorganizzata attraverso assemblee quotidiane. Si decidono i lavori di riqualificazione da apportare allo stabile, si dividono le mansioni, si mangia e si dorme assieme. Al tempo stesso si discute anche di come rapportarsi con il Comune e con il sindaco, infastiditi dal consenso raccolto da questa esperienza. Per le istituzioni non solo sembra inaccettabile l’occupazione come pratica di lotta, ma ancora più grave pare essere l’autorganizzazione per il soddisfacimento dei bisogni primari. Casa de’ Nialtri diviene oggetto di quotidiano discredito e del tentativo di dividere gli occupanti.

Il muro eretto dall’amministrazione (di stampo PD) impedisce qualsiasi dialogo e il 5 febbraio 2014 arriva lo sgombero. L’intero quartiere del Piano viene militarizzato da un numero ingente di forze dell’ordine e alle prime luci dell’alba i sessanta occupanti vengono caricati su un pulmann e di fatto deportati in una struttura ricettiva nelle campagne marchigiane. Qua vengono identificati, denunciati ed in alcuni casi rimpatriati. Ad alcuni viene data la possibilità di soggiornare in questa struttura per alcuni mesi, a spese del Comune, altri vengono rispediti per strada o immessi in progetti di inserimento lavorativo che si rivelano, secondo le versioni raccolte dagli attivisti di Casa de’ Nialtri, canali di sfruttamento disumani.

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Casa de’ Nialtri: quali politiche per la casa?

Non viene data alcuna risposta strutturale alla questione abitativa. I problemi sociali vengono mistificati e trattati come problemi di ordine pubblico. Questo atteggiamento mette in luce il distacco esistente nella nostra società duale. Da una parte i garantiti ed integrati nel sistema socio-produttivo, dall’altra gli esclusi ed emarginati. Ciò che desta preoccupazione non è tanto la macrodivisione tra quelle che potremmo definire classi sociali, pur nell’eterogeneità delle loro composizioni, quanto il totale disinteresse dei primi a coniugarsi con i secondi. Se un atteggiamento di questo tipo non può che sancire l’avanzato sgretolamento dello stato sociale e delle politiche keynesiane dal punto di vista sia materiale che culturale, credo che una riflessione a parte vada riservata all’attuale panorama politico.

Il PD, soprattutto dopo la svolta renziana, si rivela sempre più il partito della medio-borghesia (passatemi il termine ottocentesco). Raccoglie i voti dei cosidetti moderati, dei benestanti, dei grandi proprietari immobiliari, così come della classe media che si sta impoverendo e sente minacciato il suo status sociale. Questo partito, pur collocandosi oggi in un contesto centrale, è divenuto il contenitore delle ansie di cambiamento del paese e sta adottando politiche neoliberiste che portano alla crescita delle disuguaglianze. Il piano casa del governo Renzi e gli ultimi emendamenti approvati sono un segnale evidente di questa tendenza: lotta alle occupazioni, cancellazione dei diritti di cittadinanza degli occupanti, soldi pubblici per comprare immobili da imprese private, liquidazione del patrimonio pubblico ed una serie di interventi volti più al lato della domanda che a quello dell’offerta. Il piano casa non solo risulta inefficace nel fornire risposte alla questione abitativa del nostro paese, ma diviene uno strumento repressivo il cui scopo non dichiarato è quello di impedire le occupazioni e le pratiche di lotta.

Ma come si possono impedire le occupazioni se nel nostro paese oltre due milioni di persone si trovano in uno stato di disagio abitativo a cui non si pone rimedio? Probabilmente in nessun modo. Il dogma della legalità non sembra essere percepito da chi vede nella legalità una fonte di ingiustizie e le sperimenta sulla propria persona. Andare oltre la legge in questo caso non può significare essere dei criminali dato che si reclama il proprio diritto ad una degna esistenza.

A conferma di come la criminalizzazione dei movimenti e delle loro pratiche sia del tutto inutile una nuova buona notizia ci giunge da Ancona. Da qualche settimana è nato il movimento per il diritto all’abitare che conta sempre più partecipanti. L’obiettivo è ricercare il dialogo con le istituzioni per far fronte all’emergenza abitativa, senza rinunciare all’idea di rimettere in campo le stesse pratiche che hanno portato alla costruzione di Casa de’ Nialtri. Questo dipenderà dal livello di confronto che l’amministrazione cittadina vorrà dimostrare. Le risposte che darà il PD sembrano già scontate, ma la politica locale farebbe bene a non scordarsi che Ancona è una città piena di edifici vuoti e le pratiche repressive non costituiscono alcuna risposta ai bisogni sociali.

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Classe 1986 si laurea a Bologna in geografia, proprio mentre questo sapere rischia di scomparire dai programmi di insegnamento. Si avvicina quasi per caso alla sociologia ed attualmente frequenta un dottorato presso l'Università di Urbino. Si occupa di trasformazioni urbane e del loro impatto sociale, prediligendo un'idea di osservazione che parta "dal basso" e dalle classi meno abbienti. Vive in una cittadina in corso di deindustrializzazione nelle Marche e ne studia i mutamenti sociali. Appassionato di politica, cucina ed agricoltura, dedica il suo tempo ad un centro sociale in cui tiene un corso di orticoltura, organizza pranzi ed ogni tanto distribuisce volantini. Ama gli animali a tal punto da decidere di non mangiarli, tuttavia non prova lo stesso sentimento per molte espressioni dell'agire umano. Ha dei problemi incredibili nella scelta del vestiario, ma prova comunque a coniugare il suo background punk con delle camicie vagamente eleganti. Tenta di fuggire il più possibile dai meccanismi di mercato prediligendo, ove possibile, il mondo delle autoproduzioni.

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