Carlos Tevez: l’uomo della differenza

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Carlos TevezPare che Carlos Tevez fosse nel mirino del Milan da parecchio tempo prima di approdare in bianconero la scorsa estate. Forse poi lo hanno considerato troppo poco fighetto per i loro standard. Così ora ci ritroviamo tra le mani un giocatore devastante per la serie A.

Un giocatore con una media voto (esclusa la partita con il Torino) di 6,77 e di 8,5 per i patiti di Fantacalcio. Capocannoniere della serie A (purtroppo causa infortunio di Giuseppe Rossi), è uno che anche quando non segna lascia il segno.

Perché Carlos Tevez lotta, corre, difende la palla e trascina la squadra come nessuno in Italia. È lui che sta facendo la differenza tra la Juve straordinaria dell’anno scorso e quella mostruosa di quest’anno. Certo, con l’aiuto di gente come Llorente, Pogba, Vidal, Pirlo, Rizzoli è tutto più facile, ma è Carlos Tevez il giocatore che più noti quando è assente. I puristi di Alessandro Del Piero dovranno ritirare le loro perplessità di fronte alle prestazioni dell’argentino: il numero 10 se lo merita eccome.

A proposito di argentino, Carlos Tevez continua a essere scandalosamente escluso dall’Argentina di Sabella. È vero che la concorrenza è spietata (Messi, Higuain, Aguero, Palacio) ma non portare al mondiale un Tevez così è da pazzi.

Quello che non capisco di Tevez è perché lo chiamino Carlitos: va bene che è bassetto ma avete visto che razza di collo ha? Credo sia grande almeno quanto una mia coscia. Altro mistero riguarda i barrios di Buenos Aires che sfoggia sulle magliette dopo i gol: ma in quanti quartieri ha vissuto Carlos Tevez? Ha cominciato con un barrio per ogni gol, poi si è accorto che cominciava a fare più gol di quanti fossero i quartieri di Buenos Aires così ha scelto di conservare più volte la maglietta con Fuerte Apache (da cui il suo soprannome, l’Apache appunto) o di dedicarsi ad altre esultanze più ermetiche (tipo la trombetta di ieri, forse in omaggio al carnevale?).

In ogni caso, ciò che conta è che siano quartieri poveri e malfamati. Carlos Tevez ci tiene alla sua reputazione. Basta guardare quello sbrego sul collo, che secondo la leggenda è il risultato di una coltellata presa da ragazzo proprio in uno di quei barrios a cui oggi dedica gol e vittorie (una versione più prosaica vuole che gli abbiano rovesciato addosso, ma non si sa chi, una pentola di acqua calda). E in fondo credo ci tenga veramente, e che un certo modo di affrontare la vita gli sia rimasto nel modo in cui affronta le partite: con ardore e coraggio ma anche lealtà.

E poi, non so perché, ma Carlos Tevez a me mette una gran tenerezza. Non lo so, sarà che è uno dei calciatori più brutti in circolazione, sarà che è un po’ rozzo, sarà che dà l’anima, ma io mi ritrovo a dispiacermi umanamente quando sbaglia un gol o quando non riesce a incidere, come in Champions League.

Sono contento anche che abbia segnato al Torino, dopo le polemiche legate alla foto su Twitter che aveva pubblicato dopo la partita di andata per mostrare al mondo gli sfaceli che l’intervento assassino di Immobile gli aveva procurato sulla caviglia. Il numero 9 granata ha anche avuto il coraggio di ritirare fuori l’argomento, invece di chiudersi in un ben più degno silenzio.

Sono contento quindi della magia di ieri di Carlos Tevez, anche perché mi ha dato l’opportunità di sorvolare sul piedino di Pirlo che accarezza amichevolmente quello di El Kaddouri. È proprio vero: è un inverno mite, senza rigori. Neanche nella fredda Torino.

Immagine | quellichelapremierleague.com

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Conduce una vita raminga, spostandosi spesso, in sogno, tra la natia Lisbona e l’adottiva provincia italiana, di cui ammira soprattutto i bar di paese. Appassionato di pallone perché fonte di innumerevoli metafore, non riesce a non sentire, non riesce a non scrivere.

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