Viaggio sonoro in Italia: 20 canzoni per 20 città

di
canzoni e città italiane
Photo credit: Alessandro Grussu on Visualhunt.com / CC BY-NC-ND

Indipendentemente dalla loro dimensione, le città possiedono una loro complessità intrinseca. Le città italiane non fanno eccezione, con le loro stratificazioni di culture, stili ed eventi storici che ne hanno plasmato la struttura fisica e la composizione sociale. I testi di urbanistica, sociologia urbana o geografia ci raccontano queste dinamiche, comprese le trasformazioni in atto nei contesti urbani e i cronici problemi che li affliggono.

Difficilmente però traspaiono da queste pagine le atmosfere, i dettagli e i piccoli frammenti di vita che contribuiscono a rendere unico il mosaico urbano italiano. Cinema, letteratura e musica hanno invece saputo e potuto cogliere queste sfaccettature, riservando un’attenzione particolare alle storie minori che animano e hanno animato le nostre città.

Per immergerci in queste storie e respirarne le atmosfere, tra piazze, porti, vicoli e caseggiati, proponiamo allora un itinerario accompagnato da un’italianissima colonna sonora: venti tappe, venti città, venti canzoni. Un viaggio da est a ovest attraverso paesaggi sonori e urbani che raccontano bellezze, storie, tic e storture del nostro Paese.

1. Trieste

Trieste – Sergio Endrigo

Il nostro percorso non poteva che partire da qui, da questo lembo di terra affacciato sull’Adriatico all’estremo oriente della penisola. Alle spalle di una delle piazze più suggestive d’Italia, affacciata sul mare e sontuosamente incorniciata da bianchi palazzi settecenteschi e ottocenteschi, si sviluppa la Trieste degli eleganti caffè, dei tanti teatri e delle antiche librerie.

Ad accompagnarci tra moli, osterie e ripide salite è la canzone di Sergio Endrigo, incisa nel 1981. Dietro la sua apparenza un po’ seriosa si nasconde un artista poliedrico, un raffinato interprete e un innovativo autore di canzoni per bambini.

Nato a Pola, durante l’infanzia passa qualche anno nella città giuliana e questo pezzo ne restituisce con precisi dettagli l’atmosfera al tempo stesso genuina e nobile.

Anche Trieste, come Endrigo, ha aspetti un po’ nascosti: la sua parte monumentale e quella più operosa del porto abbracciano il mare e rivelano solo parzialmente il fascino dei vicoli più interni che si spingono fin sul colle di San Giusto.

Con una melodia che volutamente strizza l’occhio al passato austroungarico, il cantautore istriano racconta per immagini (i fiori ai davanzali, le osterie, il castello di Miramare, il vento) una Trieste orgogliosa, imperiale, “perduta, cercata, ritrovata”, tratteggiandone i travagliati intrecci storici tra Oriente e Occidente e la sua annessione allo Stato italiano.

2. Grado

Scalo a Grado – Franco Battiato

Franco Battiato ci porta leggermente più a ovest, nella suggestiva città-isola di Grado, circondata dal mare e collegata al resto della provincia di Gorizia da una stretta lingua di terra. In questo caso il pezzo del 1982 non contiene precisi riferimenti alla struttura fisica della città, ma è una sarcastica e asciutta invettiva contro il cattolicesimo e i suoi riti svuotati di ogni spiritualità.

Fra disprezzo e ironia il cantautore siciliano si aggira tra le calli della cittadina lagunare nella domenica di Pasqua, osservando acido i fedeli che si dirigono a messa. Tra “gente fintamente assorta” che

si illumina d’immenso mostrando un poco la lingua al prete che dà l’ostia

Battiato scaglia il suo personale attacco alla stanca e ipocrita ritualità cattolica, forse già implicitamente abbracciando il misticismo sufi e la meditazione orientale che segneranno gran parte della sua produzione successiva.

Ci rimane un interrogativo: perché associare proprio la graziosa Grado agli aspetti meno nobili della fede? Pura casualità o studiata accusa all’imperante conformismo clerical-democristiano che proprio nel Nordest italiano ha trovato il terreno più fertile?

3. Venezia

Giudèca – Alberto d’Amico

Città citata in innumerevoli opere artistiche ed entrata già da alcuni secoli nei circuiti turistici internazionali, Venezia conserva ancora degli angoli misteriosi e risparmiati dall’afflusso di comitive.

Tra questi l’isola – o meglio, l’insieme di isole – della Giudecca racchiude in sé le mille anime e storie su cui si è stratificato il capoluogo veneto. Terreno paludoso prima, bonificato poi, probabile primo insediamento della comunità ebraica e isola-giardino ricca di orti e piante, la Giudecca conosce nel XIX secolo uno sviluppo edilizio e industriale che richiama nuovi residenti.

È proprio il mix tra il nobile e artistico passato (le palladiane chiese del Redentore e delle Zitelle, la Casa dei Tre Oci, il neogotico Molino Stucky e l’Hotel Cipriani) e il più popolare novecento fatto di caseggiati e fabbriche a definire l’identità dell’isola.

Il brano del 1973 composto da un militante della canzone veneziana come Alberto d’Amico (la sua pagina Wikipedia esiste, rigorosamente, solo in veneziano) è pieno di queste dicotomie e apparenti contraddizioni, ricordandoci che Venezia non è solo calli, palazzi e hotel di lusso, ma abitazioni precarie, battaglie operaie e occupazioni.

Giudèca ha in sé la potenza dei canti di lotta novecenteschi ingentilita dal cantato dialettale: un’ottima colonna sonora per chi, nella città lagunare, cerca ancora tracce dell’animus pugnandi dei veneziani più autentici.

4. Rimini

Rimini – Fabrizio de Andrè

Originariamente, la Statale 309 Romea collegava Venezia a Rimini (oggi termina ufficialmente a Ravenna), solcando le foci di Po, Adige e Brenta e disegnando una linea quasi rettilinea da nord a sud. Per chi vuole lasciare le fascinose terre lagunari e proiettarsi nel magico litorale adriatico è la strada più diretta e suggestiva.

Rimini, per posizione e tradizione, è forse il centro più rilevante dell’alto Adriatico e da decenni la sua immagine è indissolubilmente legata alle vacanze degli italiani, agli alberghi sul lungomare, ai bagnini piacioni e ai locali notturni. Una sorta di distretto del divertimento per grandi e piccini, ma anche una fiera città di origini romane che, dismesso il vestito della festa estiva, conserva tratti e scorci pittoreschi da tranquilla città di mare.

De Andrè, nell’omonimo album del 1978, incide Rimini insieme a un giovane Massimo Bubola e racconta la storia di Teresa, una ragazza riminese messa incinta, appunto, da un bagnino. Tra arpeggi di chitarra e cori avvolgenti Teresa fa viaggiare la sua mente e si spinge lontano dalla Rimini estiva “tra i gelati e le bandiere” in cerca di nuovi spazi e nuove avventure, sognando di salpare con Cristoforo Colombo verso altre terre e dimenticarsi, almeno per un po’, della propria vita.

In questo toccante pezzo la città romagnola assume quindi i connotati di un luogo onirico sospeso nel tempo, richiamando paesaggi felliniani e restituendole quel fascino che decenni di vacanze di massa sembravano aver cancellato.

5. L’Aquila

Domani – Artisti Uniti per l’Abruzzo

Il terremoto del 6 aprile 2009 sconquassa la notte aquilana e dell’intera Marsica lasciando dietro di sé 309 morti, 1.600 feriti e incalcolabili danni infrastrutturali e sociali. Da allora il capoluogo abruzzese è automaticamente associato a questo tragico evento, con tutto il triste corollario di ricostruzioni annunciate e mai realizzate, new town, indagini, sperperi e persone dislocate un po’ qua e un po’ là.

Domani è una canzone di Mauro Pagani del 2003 che lo stesso autore ha rispolverato all’indomani del sisma per crearci attorno un’iniziativa benefica e raccogliere fondi per il Conservatorio e il Teatro Stabile d’Abruzzo a L’Aquila (le vendite del brano hanno generato più di 1,8 milioni di euro).

Il testo è stato leggermente modificato per adattarlo alle circostanze, ma la cosa più sorprendente è ascoltare le tantissime voci che si alternano e intrecciano per dare vita a un mosaico melodico coinvolgente e commovente. Guardando il video si possono vedere scorrere più di 50 personaggi di primo piano del pop-rock italiano, da Ligabue a Cremonini, da Battiato ai Sud Sound System passando per Afterhours, Jovanotti, Elio e la Nannini.

L’Aquila è una città ancora oggi ferita ed è diventata il simbolo italiano di tutti quei luoghi dilaniati dalle catastrofi naturali. Dietro a questa immagine dolente resiste lo spirito orgoglioso e tenace degli aquilani, custodi secolari delle bellezze artistiche e paesaggistiche di questa città medioevale splendidamente incorniciata dal massiccio del Gran Sasso.

6. Foggia

Foggia – Eugenio Bennato

Il Tratturo Magno è un percorso di oltre 240 chilometri con origini pre-romane: era una delle principali vie utilizzate dai pastori per la transumanza delle pecore e collegava L’Aquila a Foggia, sede della “dogana delle pecore”. Percorriamo idealmente questo incantevole tracciato e dai monti abruzzesi arriviamo nel Tavoliere delle Puglie, in quella che è forse la più bistrattata delle città pugliesi.

Fulcro di un mondo agreste che fu e simbolo di un sud che non decolla (spesso la provincia occupa le ultime posizioni nelle annuali classifiche sulla qualità della vita), Foggia vanta un nobile passato federiciano e monumenti e palazzi di valore storico e architettonico.

Il “Maestro” Eugenio Bennato, fratello di Edoardo, sapiente esploratore delle musiche mediterranee e sublime chitarrista, fonda nel 1998 il Taranta Power, un movimento artistico finalizzato a ridare dignità alla Taranta recuperandone la ritualità e la creatività. Foggia e tutto il suo territorio sono i luoghi d’elezione per questo genere di antica tradizione.

Imbracciando la chitarra battente Bennato manifesta il suo amore per questa terra battuta da sole e vento e scossa dalle ritmiche vibrazioni della Taranta. Il brano è del 1999 ma l’interesse del musicista napoletano verso queste sonorità risale ad almeno trent’anni prima, quando rimase affascinato dalle tarantelle del Gargano e dalle loro melodie cicliche e stordenti.

7. Guardia Piemontese

Guardia ’82 – Brunori SAS

Il nostro viaggio prosegue verso sud-ovest ritornando sul mare, questa volta il Tirreno. La tappa è probabilmente meno scintillante delle altre, ma ha fin dal nome quel gusto retrò che incuriosisce. Guardia Piemontese è un piccolo comune della provincia di Cosenza che, come molti paesi calabresi, ha nell’entroterra il proprio nucleo storico e sul litorale la propria propaggine marina.

Deve il suo nome all’unica comunità occitana valdese piemontese rifugiatasi in sud Italia per sfuggire a persecuzioni e miseria tra il XII e il XIII secolo. Di questa origine sono visibili ancora oggi molti segni, tra cui un’installazione in roccia alpina proveniente dalla Val Pellice in Piemonte e il Carnevale Occitano.

Di questa insolita storia non vi è traccia in Guardia ’82 del cantautore cosentino Brunori, ma il brano genera ugualmente un fascino senza tempo. È il fascino delle spiagge italiane e delle piccole grandi storie d’amore estive. Quella di Brunori (che passò parte della sua infanzia proprio qui) comincia inconsciamente nel 1982 sul rovente bagnasciuga di Guardia Piemontese Marina, tra braccioli, secchielli e castelli di sabbia.

Stessa spiaggia stesso mare ma dieci anni dopo: la storia finalmente si consuma tra falò, chitarre e Peroni, quasi a chiudere un cerchio e a ricordarci con un velo di malinconia che l’estate finisce.

8. Reggio Calabria

I treni per Reggio Calabria – Giovanna Marini

Non è una vera e propria canzone su Reggio Calabria, ma verso Reggio Calabria. È il racconto in musica di ciò che avvenne nella notte tra il 21 e il 22 ottobre 1972 lungo i binari che da ogni angolo d’Italia portavano alla città reggina.

I treni per Reggio Calabria sono quelli che da Torino, Bologna, Milano, Roma, Bari permettono a migliaia di metalmeccanici di partecipare a una delle più grandi manifestazioni sindacali e operaie del Sud Italia. L’intento è di esprimere solidarietà e vicinanza a un’intera città scossa da due anni di violenze e attentati.

Nati nel 1970 come una sommossa popolare contro la decisione del Governo di collocare il capoluogo regionale a Catanzaro, i “moti di Reggio Calabria” assunsero presto sfumature ben più tetre. Gruppi neofascisti e il MSI (Movimento Sociale Italiano) si posero alla testa di questo movimento cavalcando la protesta e tenendo sotto scacco la città per lunghi mesi, con scioperi e sparatorie.

La scia di agguati, anche dinamitardi, si allungò a tutta la penisola nel tentativo di impedire ai treni carichi di manifestanti di raggiungere Reggio: otto bombe rallentarono la corsa notturna verso sud dei convogli, ma il 22 ottobre tutti arrivarono e sfilarono pacificamente per la città, resistendo alle sassaiole dei neofascisti.

Testo, voce e chitarra sono di Giovanna Marini, la cantante e ricercatrice musicale che viaggiò proprio su uno di quei treni e salì sul palco al termine del corteo imbracciando la sua chitarra. Il brano lo scrisse dopo quella esperienza ed è un piccolo compendio di quanto accadde fuori e dentro i vagoni, tra la paura di saltare in aria e la voglia di sostenere i compagni calabresi. L’epilogo è da happy ending, con Nord e Sud che si fondono in unico solidale abbraccio e le strade di Reggio in cui “nelle pause si sentiva il mare”.

9. Palermo

Esercito silente – Carmen Consoli

Della bellissima e misteriosa Palermo, artisticamente e architettonicamente stratificata dal passaggio di molteplici civiltà, siamo tutti un po’ innamorati. Perdersi nei suoi quartieri più autentici o rimanere abbagliati dallo sfarzo orientaleggiante di alcuni palazzi sono solo alcune delle piacevoli sorprese che il capoluogo siciliano regala al visitatore.

Ma la Palermo che emerge dalla voce delicata di Carmen Consoli è un’altra. È quella piegata dalla mafia e dalle stragi, ma desiderosa di riscatto. L’esercito silente di “questa città baciata da sole e mare” è il silenzioso corteo di gente comune, indignata e allo stesso tempo inerme, senza voce e forse senza speranza di fronte alle nefandezze compiute dalla criminalità organizzata.

La canzone, incisa nel 2015, è un invito a non dimenticare il sangue versato e le terribili faide che hanno segnato le strade di Palermo e di tutta l’isola. Nel testo troviamo riferimenti al “Generale” e al suo commosso corteo funebre (Dalla Chiesa), a chi ha cercato di combattere la mafia con poesia e creatività (Peppino Impastato) e con gli strumenti giudiziari (Falcone e Borsellino), tutti indistintamente caduti.

Esercito silente si chiude con ben poche certezze e un retrogusto amaro, perché “pace e speranza no non vivono, da queste parti è un immenso deserto”.

10. Alghero

Alghero – Giuni Russo

Giuni Russo, elegante interprete di vari generi (elettronica, jazz, pop, blues, lirica) ha avuto una carriera artistica che definire bizzarra sarebbe riduttivo. Chi altri può vantare collaborazioni sia con Malgioglio che con Battiato? Chi altri ha calcato con la medesima sicurezza e signorilità palchi tanto diversi come il Festivalbar e i teatri lirici?

Tra un recital sui testi di Borges e una canzonetta easy listening Giuni Russo mette in cantiere almeno due hit estive passate alla storia della musica leggera nostrana. Una è la memorabile Un’estate al mare, firmata dall’amico Battiato, mentre la seconda è quella che ci accompagna nel nostro volo tirrenico per raggiungere la Sardegna.

Ad Alghero, città murata nel nordovest dell’isola, affacciata sul mare e con radici catalane, Giuni ci atterrò spesso per stare al capezzale della madre della sua partner artistica dell’epoca. Nel testo non ci sono però riferimenti a questo episodio, ma alle follie estive che, come ogni tormentone stagionale che si rispetti, vengono cantate su melodie super orecchiabili. E allora Alghero diventa lo scenario perfetto e spensierato per languide occhiate, sfrenate corse su moto cromate, caldi tramonti e misteriosi stranieri con cui flirtare. Nel 1986 fu il successo dell’estate.

11. Napoli

Napule è – Pino Daniele

Si ritorna sulla terraferma, e il ritorno è con un pezzo da novanta. Napoli è la città dai cento volti e dalle mille sfumature, del sacro che va a braccetto con il profano, dei quartieri nobili accanto a quelli più umili. È un coro all’apparenza disordinato e stonato che gradualmente prende forma fino a generare una sinfonia perfetta.

Ogni pezzettino dentro la cornice disegnata dal Vesuvio e dal Golfo ha una sua collocazione e una sua funzione, dall’ariosa piazza Plebiscito all’incasinata Forcella, dall’elegante Vomero alla vibrante Sanità: tutto contribuisce a creare quell’atmosfera vitale che si respira solamente qui.

Pino Daniele, nato e cresciuto nei quartieri più poveri di Napoli, queste sensazioni le vive sulla propria pelle e a soli diciotto anni compone questo capolavoro. Napule è esce anni dopo, nel 1977, in un album destinato a riscrivere la storia della musica napoletana grazie alle sue venature blues.

Dentro il pezzo ci sono tutte le contraddizioni di Napoli e dei suoi abitanti, costantemente sospesi tra genialità e indolenza. C’è la carta sporca che non importa a nessuno, c’è il fatalismo che ogni giorno fa sperare in un destino migliore, c’è l’odore del mare che promette viaggi e orizzonti liberi, ci sono i vicoli ricolmi di piccoli e grandi drammi quotidiani, ci sono le voci pulite dei bambini che salgono dalla strada e che rappresentano l’eterna speranza di rinascita di una città continuamente in movimento.

È senza ombra di dubbio il brano giusto per gustarsi una passeggiata al tramonto sul lungomare Caracciolo o per osservare dall’alto della Certosa di San Martino la tumultuosa metropoli sottostante. Il perfetto connubio tra città, canzone e cultura popolare si compie in maniera pressoché definitiva nel 2015: Napule è diventa l’inno ufficiale del Napoli Calcio e da allora accompagna l’ingresso della squadra sul prato del San Paolo.

12. Roma

Il cielo su Roma – Colle der Fomento

Il nostro itinerario volge inesorabile verso nord, e la Capitale è una tappa che non si può proprio saltare. Posto che la più completa e definitiva composizione su Roma rimane la surreale Grande Raccordo Anulare con Corrado Guzzanti nei panni di Antonello Venditti, qualche anno prima, nel 1998, il Colle der Fomento sfodera una canzone che ha tutte le caratteristiche per diventare il manifesto della Città Eterna.

Non a caso il sindaco Veltroni la sceglie per rappresentare la cultura capitolina in incontri promozionali e, pur con ritmi e sound che oggi ci appaiono un po’ datati, mantiene intatta la sua capacità di ritrarre Roma ripulendola dalle immagini stereotipate. Quindi niente Cupolone, Colosseo o Campo de’ Fiori: in questo genuino pezzo hip-hop ci troviamo i Ciao truccati che sfrecciano per le strade, i pischelli che hanno fatto sega a scuola e i coltelli che spuntano fuori per le vendette private.

Il gruppo romano, tuttavia, sa cogliere anche la struggente bellezza della città, quella che si può respirare di notte magari in sella a un motorino o alzando lo sguardo tra i palazzi per catturare “le mejo stelle, sole le mejo che dà”. In questi ultimi anni, tra indagini giudiziarie e amministrazioni non proprio trasparenti, Roma sembra vivere un declino difficile da arrestare.

Ne Il cielo su Roma già si intravede questo scenario a tinte fosche:

n’adà passà d’acqua sotto ‘sti ponti prima che si risolvano e ritornino i conti

ma è la città stessa a offrire ai suoi figli le strategie di sopravvivenza, quelle spinte resilienti che, nonostante scazzi e storture, permettono a Roma di reinventarsi mattina dopo mattina.

13. Follonica

Follonica – Baustelle

Sembra che il nome della cittadina costiera grossetana sia capitato lì un po’ per caso, in mezzo al traffico di parole con cui i Baustelle hanno riempito questo cupo brano del 2010. Forse per ragioni metriche, magari per qualche ricordo d’infanzia degli autori.

Fatto sta che la spiaggia di Follonica è, almeno per i cinque minuti di durata della canzone, il teatro un po’ lugubre di un amore alla deriva:

Facciamo un po’ di sesso, facciamolo lo stesso, verifichiamo di esser vivi sulla spiaggia di Follonica.

I due protagonisti ciondolano sul bagnasciuga e svogliatamente si accingono a consumare il loro (ultimo?) amplesso, ma dopo l’ascolto la sensazione più forte che ci rimane addosso è la decadenza, dei corpi e dell’ambiente circostante.

La spiaggia puntellata di siringhe, barattoli, lische e collant è lo sfondo per la fine di questa storia e gli oggetti abbandonati sulla sabbia sono metafore nemmeno troppo velate per descrivere le nostre esistenze e la caducità dei rapporti. Già, tutto vero ed estremamente poetico, ma andatelo a spiegare al sindaco di Follonica.

Quando il pezzo uscì non la prese proprio bene e chiese al gruppo una canzone di rettifica, che ovviamente non arrivò mai. Al di là di questa piccola polemica locale Follonica rimane un brano capace di creare un’atmosfera tetra, da gustare appieno quando la spiaggia si svuota e il mare torna a essere una grande indistinta massa oscura.

14. Firenze

Firenze (Canzone triste) – Ivan Graziani

La tenerezza espressiva e lo sguardo dolce, uniti al grande talento per la chitarra elettrica, fanno di Ivan Graziani un artista di culto con una ristretta ma fedele cerchia di estimatori. Scomparso prematuramente nel 1997, lega alcuni dei suoi pezzi di maggiore successo a nomi di donne e di due città, Lugano (1977) e Firenze (1980).

Il capoluogo toscano è la nostra quattordicesima tappa ed è l’occasione per immergerci nello struggente triangolo amoroso ambientato sulle rive fiorentine dell’Arno. I protagonisti sono tre studenti universitari fuori sede: l’io narrante, l’aspirante filosofo irlandese e la ragazza che ha fatto perder la testa a entrambi. È proprio lei ad abbandonare Firenze, gettando i suoi disegni giù da Ponte Vecchio con l’intenzione di tornarsene a casa e lasciando i due contendenti

fottuti di malinconia e di lei.

Firenze è una canzone arrangiata magistralmente e capace di dar vita a dei piccoli affreschi di vita universitaria che, forse, chi è o è stato studente fuori sede, riesce a cogliere appieno. La città, con la sua atmosfera sospesa nel tempo, è il perfetto scenario per questo inno malinconico e disperato come solo certe storie d’amore sanno esserlo. Sembra che alla fine anche l’irlandese faccia ritorno a casa, lasciando il Nostro a vagare per le vie di Firenze senza nessuno con cui poter parlare di lei.

15. Bologna

Bologna – Francesco Guccini

Valichiamo l’Appennino e ci imbattiamo nel – forse – miglior esempio di canzone dedicata a una città. Francesco Guccini, modenese, abita per qualche decennio a Bologna, al 43 di via Paolo Fabbri, come ci insegna il titolo di un suo leggendario album.

Sono gli anni (sessanta e settanta) in cui il capoluogo emiliano è attraversato e scosso da molte delle correnti artistiche, politiche e sociali che hanno cambiato l’Italia. Proprio al termine di quel vibrante periodo, in cui la città ha assaporato gli ideali libertari e la feroce repressione, Guccini scrive Bologna immortalando le tante anime di questa

vecchia signora dai fianchi un po’ molli.

A differenza di altri pezzi che hanno la città sullo sfondo o ne rievocano solo alcuni elementi, questo tiene dentro tutto: la geografia e la politica, la storia e la cronaca, le note biografiche e quelle sociali, come i riferimenti al ’68 e alla strage neofascista del 2 agosto 1980. Ci sono persino accenni alla sua struttura urbanistica, ai portici, ai colli, a San Petronio, alle ville, ai mercati. Insomma un Bignami della Bologna che fu e delle sue trasformazioni.

Ma è lo spirito della città a emergere forse con più forza, strofa dopo strofa, ed è uno spirito composito e sfaccettato: già nel 1981 Guccini ne tratteggia la profonda eterogeneità del paesaggio umano:

e i tuoi bolognesi, se esistono, ci sono od ormai si son persi, confusi e legati a migliaia di mondi diversi?

Mentre girovaghiamo tra piazze e vicoli lasciamoci allora cullare dai versi di questo pezzo, provando anche noi, come il giovane e provinciale Guccini, a immaginare di essere in una “Parigi minore”, tra l’odore di “rive gauche” e i bistrot. O a rintracciare, oggi, quella spiccata propensione alla sperimentazione artistica e al gusto della dialettica (“a ogni bicchiere rimbalzano le filosofie…Oh quanto eravamo poetici […] Oh quanto eravamo tutti artistici”) che hanno fatto di questa città la più aperta e innovativa esperienza urbana italiana.

16. Modena

Modena – Antonello Venditti

Percorrendo in direzione nordovest la Via Emilia facciamo tappa a Modena, comodamente adagiata nella Pianura Padana e strategicamente circondata dai distretti produttivi tra i più famosi d’Italia. Ma di Ferrari, Maserati, Bugatti, grana, ceramiche e insaccati non si trova traccia nella malinconica Modena di Antonello Venditti. Né vi sono riferimenti ai simboli cittadini, il Palazzo Ducale, il Duomo o la Torre Ghirlandina.

Cosa racconta, allora, di questa elegante e ricca città, un cantautore che neppure è di quelle parti e anzi ha legato la propria carriera a una romanità esibita e rivendicata? Accompagnate dal suadente sax di Gato Barbieri si succedono le immagini un po’ sbiadite di un sogno collettivo infrantosi sul più bello.

Lo scenario è il Festival dell’Unità del 1977, tenutosi all’ex autodromo di Modena e conclusosi con oltre mezzo milione di persone che ascoltano il comizio finale di Berlinguer. Venditti, con le “bandiere dritte in faccia al sole”, è testimone di un cambiamento epocale: il compromesso storico tra DC e PCI, la consapevolezza di un mondo che cambia e di un partito che non sarà mai più lo stesso, da allora costantemente in viaggio alla ricerca di una nuova identità.

Modena assiste al consumarsi di una passione e al senso di straniamento dei militanti, sospesi tra speranze e ricordi di piazza:

Ma cos’è questo strano rumore di piazza lontana, sarà forse tenerezza o un dubbio che rimane?

Il brano esce nel 1979, quando ormai l’accordo tra i due partiti è naufragato ed è costato la vita a Moro. Indimenticabili gli assoli di sax e “La nostra vita è Coca-Cola, fredda nella gola di un padre troppo tempo amato”.

17. Milano

Milano – Lucio Dalla

Milano ogni volta che mi tocca di venire mi prendi allo stomaco, mi fai morire

canta un vulcanico Lucio Dalla nel 1979. Non è proprio un bel biglietto da visita per la città che, forse oggi più di ieri, aspira a diventare una metropoli smart, sostenibile e inclusiva.

Ma non fermiamoci alle apparenze: Milano è un affresco ricco di ironia e disincanto che si adatta alla perfezione al capoluogo lombardo. Tutto il pezzo è giocato sulle duplicità di Milano. Alla fine degli anni settanta la città, non ancora la “Milano da bere” del rampantismo arrivista e degli yuppies, è già una solidissima realtà economica e finanziaria che guarda verso nord più che al resto del Paese: “Milano vicino all’Europa, Milano che banche, che cambi”.

Ma è una città allo stesso tempo sensibile e fragile, che “quando piange, piange davvero”, capace di accogliere e mescolare le sue molte anime in unico grande respiro:

Milano a portata di mano, ti fa una domanda in tedesco e ti risponde in siciliano.

È una Milano dolce e amara insieme, “zucchero e catrame”, in grado di riprendersi anche dopo le batoste e di divertirsi. “Nessuno come Lucio Dalla, che pure milanese non era, è riuscito a cogliere con così tanta precisione e descrivere con così lirico affetto le contraddizioni, la forza e la fragilità di una città cosmopolita, ma ricca di anime e di sensibilità diverse, come Milano”, dirà l’ex assessore alla cultura di Milano Stefano Boeri commentando l’uscita di scena del grande artista bolognese.

18. Torino

Il cielo su Torino – Subsonica

Anche Torino, l’altra grande metropoli padana, suscita sensazioni contrapposte. Nel loro secondo album, il perfetto e fortunato Microchip emozionale, i Subsonica tributano alla loro città un appassionato pezzo con intro ipnotica e venature techno, dance e funk.

Il cielo su Torino ci rimanda al 1999 e a una Torino non ancora ingentilita e riqualificata dai lavori pre-Olimpiadi invernali del 2006. È una metropoli dall’”aria sporca”, dal cielo grigio e nebbioso che nei versi della canzone sembra quasi avere vita propria e insinuarsi silenzioso tra lui e lei, come uno spettrale testimone dei loro movimenti e dei loro discorsi:

il cielo su Torino sembra muoversi al tuo fianco.

Dal testo traspare anche una certa sensualità e carnalità, apparentemente in contraddizione con la plumbea atmosfera circostante, ma del resto il capoluogo piemontese è noto per la sua ambivalenza e i suoi misteri, nonché per la riservatezza dei suoi abitanti, che di certo concorrono a creare quell’immagine urbana così austera e maestosa. È molto delicato l’accenno a queste “vite vissute piano sullo sfondo”, quasi a non voler disturbare, che fanno un po’ a pugni con il tormento interiore cantato da Samuel.

19. Genova

Genova per noi – Paolo Conte

Nei testi scolastici di geografia c’è sempre almeno un capitoletto sul famigerato “triangolo industriale Milano-Torino-Genova”: se le prime due città stanno, pur con spinte e stili differenti, trasformando la loro tradizionale struttura economica, Genova ha tuttora un travagliato presente contraddistinto da siderurgia, raffineria e cantieristica navale.

Il mare è un elemento imprescindibile in questa città, sia che si salga sul colle del Castelletto per ammirarlo adagiarsi nel golfo sia che si imbocchino oscuri caruggi per scorgerlo furtivamente tra un muro e l’altro. E il mare è proprio ciò che attrae i “campagnoli” piemontesi di Paolo Conte che, lui compreso, per raggiungerlo valicano l’Appennino ligure e piombano circospetti e disorientati nel dedalo di viuzze che conducono al porto, annusando l’aria come cani randagi.

Con briosi passaggi di piano il cantautore astigiano esprime lo straniamento misto a timore che il provinciale avverte arrivando a Genova, quella

paura che ci fa quel mare scuro e che si muove anche di notte e non sta fermo mai.

La canzone, scritta da Conte ma pubblicata inizialmente da Bruno Lauzi nel 1975, oscilla costantemente tra i pensieri rivolti alla campagna lasciata di là dai monti e la curiosità per le nuove attrazioni e tentazioni vacanziere.

Genova per noi è infatti la canzone perfetta per tutti quei viaggiatori che dopo essersi lasciati ammaliare dalle sirene della grande città ripensano un po’ delusi e nostalgici al proprio paesello. Nonostante la pioggia e l’immobilità della campagna non è così male, sembra dirci Paolo Conte quando il ritmo incespica e il tono si fa più grave, quasi a invocare una liberazione:

Lasciaci tornare ai nostri temporali, Genova, ai giorni tutti uguali.

20. Sanremo

Festival – Francesco de Gregori

Da Sanremo la Francia dista circa 25 chilometri, ancora qualche curva lungo l’Aurelia e l’Italia finisce. A differenza di altre zone di confine, in cui le influenze e le ibridazioni tra due entità etniche, linguistiche e culturali si cominciano a percepire ben prima della frontiera, quest’ultimo tratto di Liguria è compiutamente e convintamente italiano.

Non a caso è qui che ogni anno prende vita il carrozzone nazionalpopolare del Festival della canzone italiana, simbolo assieme ai fiori e al casinò della città rivierasca. Ed è qui che si conclude il nostro itinerario attraverso i paesaggi sonori tratteggiati dal cantautorato nostrano.

Con questo commovente pezzo del 1976 Francesco de Gregori ci porta in una Sanremo ammantata dall’ipocrisia dello show business incapace di fermarsi dinnanzi alla fragilità e al dramma di un

piccolo principe che non credeva nella morte.

Luigi Tenco, forse il più promettente e cerebrale figlio di quella scuola genovese che negli anni sessanta cambiò la scena musicale italiana, viene ritrovato suicida nella sua camera d’hotel il 27 gennaio 1967 poche ore dopo essersi esibito sul palco del Casinò con la sua Ciao amore, ciao (scartata al primo turno).

Con la consueta poesia, e con riferimenti simbolici più o meno decrittabili (il vino che lava le strade, il giovane angelo senza spada, La vie en rose…), de Gregori dipinge quelle ore convulse tra le vie e i locali della città dei fiori, in cui lo shock per la morte lascia presto il campo al cinismo e all’opportunismo di chi deve mandare avanti lo spettacolo, vendere dischi o magari insabbiare qualcosa.

Festival mette a nudo tutte quelle reazioni un po’ ipocrite e un po’ disorientate che spesso si palesano di fronte alla morte, e pare quasi di vederli, colleghi cantanti e uomini della TV “dietro il palco, con gli occhi sudati e le mani in tasca” a contendersi la paternità artistica della star scomparsa a suon di dichiarazioni e di celebrazioni

per dimenticare un po’ più in fretta.

Sanremo assiste imperturbabile al circo mediatico che ogni anno la travolge per poi abbandonarla nel mezzo del suo inverno mite e Tenco, dal posto in cui ha deciso di stare, osserva silenzioso – e magari pure un po’ divertito – l’annuale rincorsa alla fama e l’arrabattarsi di vecchie glorie e giovani speranze, metafora di un paese perennemente illuso e pericolosamente rinchiuso su se stesso.

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Sociologo, collabora con le Università di Trento e di Padova ed è ricercatore libero professionista. Si occupa di sociologia urbana, sviluppo locale e politiche sociali. Ama la musica rock e i cantautori e ne scrive mescolando ricordi, sensazioni e aneddoti.

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