Bruce Chatwin: “piccolo capitalista” diventato icona dei viaggiatori

di
Bruce-Chatwin
@ilmiolibro.kataweb.it

Perché divento irrequieto dopo un mese nello stesso posto, insopportabile dopo due?

Insieme alle scarpe da ginnastica, alla macchina fotografica e a un buon libro, è da sempre una delle mie migliori e più fidate compagne di viaggio. La stessa cosa pensava Bruce Chatwin. La Moleskine, un mito e un simbolo per tanti giovani, ha una storia leggendaria come erede del taccuino utilizzato da artisti e intellettuali negli ultimi due secoli, da Vincent Van Gogh a Pablo Picasso, da Ernest Hemingway a Bruce Chatwin. Un rettangolo nero, con gli angoli arrotondati, i fogli trattenuti da un elastico, la tasca interna: un oggetto semplice e perfetto nella sua essenzialità, tascabile e fidato, capace di custodire tra le sue pagine appunti, storie e suggestioni.

Nel suo libro Le vie dei canti (1987), Bruce Chatwin ne racconta la storia: nel 1986 il suo produttore, un’azienda familiare di Tours, chiuse i battenti. Le vrai moleskine n’est plus. Così gli avrebbe annunciato teatralmente la proprietaria della cartoleria di Rue de l’Ancienne Comédie dove era solito rifornirsi.

Chatwin comprò tutti i taccuini che riuscì a trovare prima di partire per l’Australia, ma non furono abbastanza. Lo scrittore inglese utilizzava i quaderni sin dal 1974 quando, abbandonando l’impiego di collaboratore delle pagine culturali del prestigioso Sunday Times con un telegramma, decise di partire per la Patagonia, nell’immenso sud dell’Argentina, dove trascorse sei mesi. Già prima aveva lasciato Sotheby’s per trasferirsi a Edimburgo e seguire un corso di laurea in Archeologia, lasciato poi a metà.

La mia carriera ha seguito un percorso inverso rispetto alla norma – raccontò – in quanto ho iniziato come sgradevole piccolo capitalista in una grossa azienda in cui mi sono egregiamente affermato, facendo il leccapiedi, e d’un tratto, arrivato ai venticinque anni, mi sono accorto che odiavo ogni attimo di quella vita. Dovevo trovare un’altra strada.

Bruce Chatwin: “piccolo capitalista” diventato icona dei viaggiatori

Viaggiatore coraggioso, amante del nomadismo, Bruce Chatwin si muove tra Afghanistan, Africa, Russia, Perù ed Europa.

La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi.

I luoghi visti sono i soggetti delle sue opere, da Il Viceré di Ouidah, studio sulla tratta degli schiavi per il quale visitò Ouidah, un vecchio villaggio di schiavi in Africa, e poi Bahia, in Brasile, per poi giungere fino in Australia per inseguire le Le vie dei canti. In Anatomia dell’irrequietezza scrive:

Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma

Scrittore di libri di viaggio: così l’hanno definito giornalisti ed editori privi di fantasia. Viaggio sì, ma dell’anima. Bruce Chatwin è stato un moderno cantastorie che ha fatto degli incontri e delle leggende popolari il suo pane quotidiano, un dilettante di genio con la passione dell’insolito. “Perdere il passaporto era l’ultima delle mie preoccupazioni, perdere un taccuino era una catastrofe“, scrisse una volta.

Siamo nel febbraio del 1969: Bruce Chatwin ha rassegnato da tre anni le dimissioni da Sotheby’s e ha appena deciso di abbandonare gli studi di Archeologia. Nonostante l’iniziale entusiasmo e il talento dimostrato in entrambi i campi, si è convinto che «cambiare» sia «l’unica cosa per cui vale la pena di vivere»; per questo scrive una lettera all’editore Tom Maschler in cui abbozza le sue idee per una storia del nomadismo, argomento che sente quanto mai affine. Il titolo è già pronto: L’alternativa nomade. Da questo momento in poi Chatwin si consacrerà al viaggio e alla scrittura, e se il libro che aveva progettato si rivelerà impubblicabile, l’alternativa nomade diventerà la stella polare della sua vita. Una vita in perpetuo movimento.

Come racconta la scrittrice Susan Sontag:

Ci sono poche persone al mondo con una presenza che incanta ed ammalia. Se non ci si è preparati è come un pugno allo stomaco, il cuore manca in colpo. Non si tratta solo di bellezza, è un’aura che incanta ed ammalia, una luce negli occhi. E funziona con entrambi i sessi.

Nel 1989 si spegne, malato d’AIDS, quello che Salman Rushdie definì l’intelligenza più brillante mai incontrata nei miei viaggi. Fotografo per talento estetico, scrittore per passione. Lui stesso distingueva gli scrittori in due categorie: gli “stanziali” e gli “itineranti”, inserendosi a pieno titolo in questi ultimi:

Ci sono quelli come me – dice Chatwin – che sono paralizzati dal domicilio, quelli per cui il domicilio fa tutt’uno con il proverbiale blocco dello scrittore.

Nei suoi scatti ci sono tutti i luoghi che hanno ispirato i suoi libri e i suoi personaggi, tutti i suoi viaggi. I suoi luoghi sono immersi in spazi enormi e in silenzi che emergono assordanti. Lo stesso silenzio assordante che gli fece tenere nascosta la sua malattia, facendo credere che i sintomi dell’HIV fossero provocati da un’infezione provocata da un fungo della pelle o dal morso di un pipistrello cinese. Non rispose positivamente alla terapia con l’AZT, così Bruce e la moglie andarono a vivere nel sud della Francia, dove trascorse gli ultimi mesi della sua vita su una sedia a rotelle. Morì a Nizza nel 1989, all’età di 48 anni.

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Viaggiatrice, sognatrice, lettrice. Una tesi in storia contemporanea e un corso in Gestione dell'Immigrazione sintetizzano la sua vita universitaria. Girasoli e asini le sue passioni. Nello zaino non mancano mai i libri, la macchina fotografica, la passione per i viaggi e un paio di scarpe da ginnastica con cui segnare la strada.

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