La protesta Black Bloc a Milano ha un senso, che ci piaccia o no

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Black Bloc a MilanoNon scherziamo dai, l’intervista al giovane lobotomizzato che sembra appena uscito da uno sketch dei Soliti Idioti, non può essere considerato un documento significativo:

“Cioè se non do fuoco alla banca sono un coglione, minchia, secondo me. Boh”.

Sarebbe un po’ come dire che la famosa intervista ad Antonio Razzi, in cui il senatore con un italiano alquanto sbilenco arriva a definire i suoi colleghi parlamentari come “malviventi che pensano solo ai cazzi loro e che se ti possono inculare, ti inculano senza vaselina nemmeno”, è rappresentativa della classe politica.

Cos’è il Black Bloc

Questo primo maggio non verrà raccontato per quello che dovrebbe essere in sé: la festa che celebra i traguardi raggiunti dai lavoratori in campo economico e sociale, che ricorda le battaglie operaie e l’impegno del movimento sindacale – oggi, imbarazzante nella sua autoreferenzialità e incapacità di intercettare i veri bisogni del mondo del (non) lavoro. Dico “non” perché è notizia di pochi giorni fa che la disoccupazione è risalita al 13% e quella giovanile a un terrificante 43%.

Sono passati in secondo piano sia il discorso del presidente della Repubblica, sia il classico concertone di Piazza San Giovanni a Roma, organizzato dalla triade dei principali sindacati e che qualcuno aveva già definito come una puntata riesumata del Festivalbar, se paragonata al concerto “gemello” previsto a Taranto. E non è stata protagonista nemmeno la tanta attesa inaugurazione di Expo Milano 2015, o almeno non direttamente.

La scena se la sono presa i cosiddetti Black Bloc, nome che in realtà si riferisce a specifiche tecniche e tattiche di protesta, simili alla disobbedienza civile, per muoversi nel caos dei cortei. Il Blocco Nero, infatti, non è un’organizzazione, è una tattica che ha lo scopo di procurare danni al potere economico delle multinazionali, attaccando i simboli del capitalismo e della globalizzazione economica liberista.

Per chi non lo sapesse, è una tattica che si proclama anche non-violenta; come spiega molto bene Franz Gustincich in Anatomia del Black Bloc:

“La parola «violenza» assume, per il Blocco Nero, un significato elastico ed è riferita sempre e solo alla violenza contro altri esseri umani o, come sostengono i vegan, contro ogni forma di vita”.

Nel Blocco Nero le lingue e i dialetti si mescolano a testimonianza delle più disparate provenienze: Francia, Germania, Spagna, Veneto, Campania, Lazio etc.

Black Bloc a Milano: fatti e interpretazioni

Tornando ai fatti di cronaca, qualche centinaia di individui del Blocco Nero si è unita al corteo dei manifestanti May Day-No Expo di Milano. Nella pancia della manifestazione, dietro la banda degli ottoni, ha aspettato il momento giusto per dare avvio all’azione devastatrice. Il caos è iniziato poco dopo la partenza della marcia, appena girato l’angolo delle colonne di San Lorenzo. Non c’è stato un elemento scatenante, non ce n’era bisogno per mettere a ferro e fuoco la città. Nei circuiti degli antagonisti si sapeva da tempo quello che sarebbe successo.

Tuttavia, come afferma Saviano, la parte violenta del corteo che ha aggredito Milano ha segnato un cambiamento radicale nella gestione dell’ordine pubblico. Dall’atteggiamento squadristico, dalle modalità di procedere paramilitari, dall’utilizzo delle tute nere con un rito di vestizione, poi abbandonate per non farsi riconoscere, fino ai modi di tenere le mazze e le altre armi, si è capito che qualcosa è cambiato in questi movimenti. L’operazione comunicativa che i Black Bloc hanno organizzato non è più in continuità alle forme di guerriglia urbana che trovano origine negli anni Settanta.

Anche la strategia delle forze dell’ordine italiane è stata una novità, probabilmente si è rifatta a quella vincente utilizzata dalla polizia britannica nel 2011, durante l’anti-cuts protest di Londra, grande manifestazione di protesta contro il piano di austerity deciso dal premier Cameron. Come in quel caso, a Milano le forze dell’ordine non sono cascate nella trappola degli antagonisti: cercare lo scontro per far degenerare la situazione, aggredire per far caricare anche la parte pacifica del corteo e quindi con la carica portare tutti agli scontri. Una strategia adottata per mutare le intenzioni pacifiche, della maggioranza dei manifestanti, in guerriglia urbana.

Ma a differenza di quello che sostiene Saviano, credo che l’azione dei Black Bloc non si è resa svuotata di ogni significato politico grazie alla strategia di contenimento della polizia, che in qualche modo li avrebbe “fatti mostrare per quello che sono”. Questo perché i Black Bloc sono altro, sono “contro” e si spendono per sviluppare la guerriglia urbana, non nella definizione di proposte o posizioni politiche.

Qualcuno ha detto: “Voi vi preoccupate dei vetri rotti, noi della rabbia che li rompe”. Possiamo essere tutti uniti nella condanna rispetto alla devastazione per le vie del centro di Milano, ma forse non ci stiamo interrogando abbastanza sul perché di questa rabbia. Rabbia che appartiene anche ad altre migliaia e migliaia di giovani, che sono scesi in piazza per urlarla al mondo, senza farla esplodere in atti vandalici. Quello che è successo, purtroppo, ha spostato i riflettori mediatici dai veri e condivisibili temi della contestazione: critica alla corruzione, lavoro (che non c’è), cittadinanza, precarietà, sfruttamento dei lavoratori più giovani nei cantieri dell’esposizione, uguaglianza nell’accesso alle risorse, critica al mondo finanziario.

Di tutto questo quando parliamo?

Immagine | ilgazzettino.it

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Sociologo, è co-fondatore di ProfessionalDreamers, casa editrice che promuove ricerca sulle relazioni tra spazio e società. Lavora nel non profit e collabora con la casa di produzione indipendente Jump Cut. Non si capacita che Rimbaud abbia smesso di scrivere a diciannove anni.

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