Teatro Valle, Macao, Cinema Palazzo: città ribelli e la rivoluzione dei beni comuni

di
Beni comuni
@em_diesus

Uno spettro si aggira per l’Italia, lo spettro dei beni-comunismo. Da un paio di anni spuntano come funghi nelle città italiane spazi occupati da studenti, lavoratori o semplici cittadini. Non sono i centri sociali degli anni ‘90, ma luoghi, spesso dalla primaria destinazione culturale, che, mal gestiti, finiti in disuso o in rovina, un movimento spontaneo sorto dal basso reclama in quanto beni comuni, da salvare e restituire all’uso collettivo. Le occupazioni di teatri, cinema, auditori, biblioteche, palestre popolari, o semplicemente liberi spazi per iniziative di musica, arte, letteratura, educazione o ambiente, hanno ampliato sensibilmente l’offerta culturale per chi vive in città, ma soprattutto hanno posto all’attenzione di tutti un concetto semplice, disarmante nella sua esattezza e potenzialmente rivoluzionario: il diritto alla città.

Teatro Valle Occupato

A cominciare è stato il Teatro Valle, il 14 giugno del 2011, a Roma. I lavoratori dello spettacolo, esasperati da una gestione comunale miope, in parte corrotta e comunque lontana dai bisogni della comunità, hanno occupato un teatro del 1727 che sorge nel cuore della città. Da quel giorno il Teatro Valle Occupato è aperto 24 ore su 24 e ospita spettacoli, conferenze, artisti e intellettuali di prestigio registrando la partecipazione e la solidarietà di decine di migliaia di spettatori. Oggi è uno spazio vivo, dinamico, ricettivo, che si autogoverna tramite una fondazione con tanto di statuto, impegnata a dare fondamento giuridico, qui e altrove, alla rivendicazione dei beni comuni.

La lotta per l’acqua pubblica ha aperto gli occhi a molti su cosa sia un “bene comune”. E’ apparso improvvisamente urgente definire una nuova categoria di proprietà – quella comune – nel campo delle risorse naturali o dei servizi di pubblica utilità. Nel 2007 è stata così istituita una commissione ministeriale, presieduta da Stefano Rodotà, incaricata di modificare le norme del codice civile in materia di beni pubblici: ci si è accorti, in sostanza, di come nella società attuale il progresso tecnologico (che consuma risorse naturali), ma soprattutto le politiche di gestione del pubblico, dominate da necessità finanziarie, procedano troppo spesso in direzione contraria all’interesse comune e rischino alla lunga di compromettere diritti inalienabili, come quello all’acqua.

Effettivamente l’argomento merita una riflessione. Un bene comune a chi appartiene di fatto? Chi può decidere della sua gestione o della sua esistenza? E se chi oggi ne detiene il controllo lo gestisce male, lo mercifica o addirittura lo nega alla collettività, come fare a garantire a quella stessa collettività le risorse cui ha diritto? Ci hanno abituato a pensare che l’unica risposta alla negligenza o alle omissioni dello Stato sia la privatizzazione. Oppure il lamento: finché lo Stato paternalista ti dà, lo tolleri, quando ti toglie, ti lamenti. I movimenti dei beni comuni, invece, ci invitano oggi a scardinare il paradigma dell’alternativa pubblico-privato: se non è pubblico e non è privato, può essere comune. Anzi, deve essere comune.

Si tratta di un principio rivoluzionario, se non altro nel senso che spinge a rivoluzionare la visione tradizionale della società basata sull’individuo e la proprietà. Ruotando il punto di vista, infatti, le risorse naturali, il territorio, il paesaggio, ma anche i beni culturali e il patrimonio della conoscenza (questa la conquista del Teatro Valle!), appaiono campi d’azione che obbligano ad una gestione partecipata, ad un tentativo di democrazia reale. Si tratta, del resto, di risorse materiali e immateriali che riguardano la vita di tutti e la condizionano talmente nel profondo che non è tollerabile in esse il vincolo della proprietà privata o l’autoritario intervento dello Stato, a maggior ragione se si tratta di un intervento insufficiente o di un non-intervento.

beni comuni
@Giuseppe Savo

Le città diventano così lo scenario di sempre più frequenti esperimenti di rivendicazione del bene comune. Nella pratica funziona così: se una proprietà, un territorio, un edificio o uno spazio che riveste un interesse collettivo viene lasciato abbandonato per anni, per mala gestione pubblica o per logiche speculative private, i movimenti dei beni comuni rivendicano il diritto della cittadinanza di appropriarsene, occuparlo per autogovernarlo e restituirlo alla sua primaria funzione sociale. Un’azione radicale, potente, insurrezionale, che nelle intenzioni dei movimenti, tuttavia, mira ad un riconoscimento di diritto, a farsi regola e non eccezione. E’ così che il popolo degli occupanti del Teatro Valle, ad esempio, guidato da giuristi di chiara fama (come lo stesso Rodotà e Mattei), si riunisce periodicamente in un’assemblea costituente che trovi la via giuridica per trasformare una rivendicazione oggi illegale (le occupazioni) in una rivendicazione domani legittima.

Nuovo Cinema Palazzo

Dopo il Teatro Valle, a Roma, è stata la volta del Cinema Palazzo, un cine-teatro dei primi del ‘900 che la proprietà aveva destinato a divenire un Casinò, con slot machine e video poker. Il quartiere di S. Lorenzo si è ribellato e lo ha rivendicato. Del resto, cos’altro, se non lo sfacciato scopo di lucro, spingeva a costruire un’enorme sala da giochi al posto di un teatro, in un quartiere storico, popolare e da sempre culturalmente vivace? E quale miope visione del benessere dei cittadini spingeva l’amministrazione comunale a consentire una simile trasformazione? Chi ne avrebbe giovato, oltre al privato? E quanto in peggio sarebbe cambiato il quartiere di S. Lorenzo?

Cinema America Occupato

Un anno fa, poi, è toccato al Cinema America Occupato, storico cinema degli anni ’50 nel cuore di Trastevere. In un quartiere in cui i prezzi delle case sono alle stelle e puoi girare per ore senza trovare un buco per parcheggiare la macchina, la proprietà intendeva trasformare il cinema in un condominio con mini appartamenti di lusso e parcheggi sotterranei. Oggi, invece, lo autogestisce un gruppo di studenti, che se ne prende cura come nessuno aveva fatto nei precedenti 14 anni: c’è una sala studio aperta ogni giorno e ogni sera c’è un film da vedere, un documentario o una partita di calcio. E’ uno spazio aperto, vivo, che il quartiere vuole e difende come fosse suo, perché ha scoperto che è suo.
Cineteatro Gerini, Garage Zero o Angelo Mai sono anch’essi a Roma, ma il contagio è in corso: a Palermo c’è il Teatro Garibaldi, a Catania il Teatro Coppola, a Milano Macao, a Napoli l’Ex-Asilo Filangieri, a Ostia il Teatro Del Lido, a Pisa il Teatro Rossi Aperto, Sale Docks a Venezia, e molti altri.

macao milano
@eman866

Le occupazioni di questi luoghi – liberazioni secondo i movimenti – denunciano la necessità di ritagliare e preservare all’interno della città spazi di cultura e creatività non soggetti alle logiche della concorrenza o del guadagno. E già questa sarebbe un’intenzione più che nobile. Eppure, a chi ha osservato con attenzione questo fenomeno – leggere Città ribelli di D. Harvey mi ha aperto un mondo – la portata dei movimenti dei beni comuni appare ben più vasta e profonda.

I cittadini si ribellano perché le città non rappresentano o ignorano i bisogni e i desideri di chi le vive e di chi le ha costruite con il proprio lavoro. Al contrario, il paesaggio fisico della città esprime sempre più, oggi, le disparità economiche e i conflitti interni alla società, e fa da sfondo alla frustrazione crescente del suo popolo: non più i proletari, forse piuttosto i precari e gli immigrati. Sono loro i protagonisti delle città, sono loro che sostengono e animano la vita urbana e che reclamano, occupando spazio con i loro corpi, il diritto inalienabile a creare una città a misura delle loro esigenze quotidiane. “Diritto alla città”, per i movimenti dei beni comuni, non è solo il diritto di accedere a spazi e servizi pubblici, ma anche il diritto di crearne di nuovi e di diversi.

Qualcuno ha detto che “la città è il tentativo più coerente e nel complesso più riuscito da parte dell’uomo di plasmare il mondo in cui vive in funzione dei propri desideri” (R. Park). Chiedersi che tipo di città vogliamo, allora – scrive Harvey – equivale a chiedersi che tipo di persone vogliamo essere, che tipo di legami sociali vogliamo stabilire, che tipo di rapporto con l’ambiente vogliamo avere e, in generale, quali valori estetici e etici perseguiamo. Ecco perché la lotta per la città espressa oggi dai movimenti per i beni comuni, a ben guardare, racchiude il senso di molte altre battaglie e si delinea come un efficace rivoluzionario primo passo verso la costruzione di un altro mondo possibile.

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Archeologa, con mani e piedi nella terra per deformazione professionale. Tragicamente ottimista, un po’ troppo razionale e cinica, ma perennemente sorridente. Mi piacerebbe che la mia vita fosse (più) facile, sperimentale e progressiva, ma soprattutto etica, empatica, cooperativa. Due cose riempiono il mio animo di commozione: il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me...ma evidentemente non sono parole mie. Scrivo per caso, ma mi sa che mi piace.

1 Comment

  1. Bello! Peccato che non c’è nessuno in Parlamento si sia fatto carico di un discorso serio sui beni comuni e la loro tutela.

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