Ashraf Fayadh nelle prigioni dell’Arabia Saudita

di

Ashraf Fayadh, il poeta palestinese condannato per apostasia in Arabia Saudita

8 anni ed 800 frustate per Ashraf Fayadh, il poeta di origini palestinesi

Un ragazzo di 35 anni, poeta e curatore di mostre d’arte contemporanea, impegnato nel tentativo di allargare e far emergere la piccola ma importante scena artistica anglo-saudita chiamata Edge of Arabia: Ashraf Fayadh non è così diverso da migliaia di giovani che in tutto il mondo cercano di trasformare la loro più grande passione in un lavoro. Ma le attività del poeta -che aveva partecipato anche alla Biennale di Venezia nel 2013- non sono state gradite dalla polizia religiosa saudita, che lo ha incarcerato a più riprese sin dall’agosto del 2013.

Ashraf, autore di Instructions Within, pubblicato in Libano nel 2008, era nato in territorio saudita da una famiglia palestinese, e fu arrestato per la prima volta dopo una discussione avuta in un caffè di Abha, città situata nel sud-ovest dell’Arabia Saudita. Accusato di diffondere scritti promuoventi l’ateismo e di insultare la religione islamica, il giovane fu inizialmente trattenuto per un giorno. Ma il 1 gennaio del 2014 era nuovamente nelle braccia della mutaween, ovvero la polizia religiosa saudita, e 27 giorni dopo iniziava la sua detenzione nella prigione di Abha sotto l’accusa di apostasia, definibile reato di rinuncia alla propria religione. Nel novembre del 2015, le alte autorità giuridiche saudite (spesso afferenti alla stessa sfera del rigido clero musulmano) hanno condannato Fayadh alla pena di morte per decapitazione, provocando una vasta reazione di sdegno in numerosissime parti del mondo. Gruppi di lettura ed associazioni culturali si sono impegnate per sensibilizzare i governi occidentali sulla questione dei diritti umani in Arabia Saudita; a Berlino una campagna è stata organizzata dall’International Literature Festival, con più di 120 diversi appuntamenti in 44 diverse nazioni.

La condanna di Fayadh: Arabia Saudita come ISIS?

L’indignazione per la condanna a morte di Fayadh è rimbalzata anche sui social network, dove per mano di uno scrittore ed avvocato saudita è apparsa una comparazione tra le modalità di giudizio e di punizione dell’Arabia con quelle del cosiddetto Stato Islamico; in seguito alla reazione del Ministro di Giustizia saudita, che ha espresso la volontà di denunciare l’utente che aveva lanciato questa provocazione, è stato lanciato l’hashtag Sue me Saudis, simbolo della realistica e terribile similarità tra il potente alleato occidentale e l’ISIS.

Il 2 febbraio 2016 la condanna di Fayadh è stata nuovamente modificata: mancanti numerosi elementi ai fini della verifica delle accuse, la pena di morte è stata eliminata in cambio di 8 anni di prigione, 800 frustate, e un annuncio di pentimento e di rinuncia alla sua poesia da svolgersi attraverso i mezzi di comunicazione ufficiali. Il seguente cambiamento non ha fatto altro che inasprire ulteriormente la sequela di paragoni tra Arabia Saudita e Stato Islamico: Adam Coogle, ricercatore mediorientale per Human Rights Watch ha espresso sostegno al giovane poeta sostenendo che

nessuno dovrebbe essere arrestato per aver espresso in modo pacifico la sua opinione, e men che meno dovrebbe subire incarcerazione o le punizioni corporali.

La storia di Ahraf Fayadh è solo una delle moltitudini di ingiustizie e violazione dei basilari diritti umani compiuti dal regno mediorientale alleato con l’Occidente. Secondo il report 2014/2015 di Amnesty International, in maggio il blogger Raif Badawi è stato condannato a 10 anni di prigione e 1000 frustate per l’apertura del portale Saudi Arabian Liberals, promotore di dibattito politico e sociale; nel paese non è permessa la partecipazione e nemmeno l’esistenza ufficiale e registrata di partiti politici, trade unions e gruppi indipendenti per i diritti umani.

Secondo il World Report 2015 di Human Rights Watch, le nuove regole anti-terrorismo applicate dal 2014 sono state sfruttate per criminalizzare praticamente ogni forma di protesta pacifica. La Sharia (legge islamica) è la legge vigente in Arabia Saudita, ed in mancanza di un vero e proprio codice penale formale, i giudici possono usufruire di numerose libertà, come accusare e detenere a loro discrezione adulti e bambini, non informare i sospetti del crimine di cui sono accusati, non consentono agli avvocati di presenziare agli interrogatori e di poter presentare prove di innocenza.

Per quanto riguarda i diritti delle donne, esse non possono ottenere il passaporto, sposarsi, viaggiare o avere accesso all’istruzione superiore senza l’approvazione del proprio male guardian, solitamente marito, padre, fratello o figlio. Alle donne non è permesso guidare, sostenere visite mediche con un dottore uomo se non accompagnate dal male guardian, e non possono mostrare parti del corpo se non per emergenza medica. Per quanto riguarda la pena di morte, secondo Amnesty sono state 102 le vittime dei primi sei mesi del 2015; quasi la metà delle vittime uccise dal 1985 al 2015 erano straniere. Le esecuzioni, svolte principalmente tramite decapitazione, possono essere pubbliche e, in alcuni casi, prevedere l’affissione dei corpi martoriati nelle strade delle città, come monito per i passanti.

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23 anni, ho studiato Scienze Linguistiche a Milano. Eternamente indecisa. Ho vissuto un mese a Valencia e forse ne passerò un altro in Inghilterra; dopo aver partecipato come volontaria in un'associazione culturale ed in un festival di fotografia, ho iniziato a scrivere, l'unica passione sulla quale non ho mai cambiato idea.

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