Andrea Pirlo: Maestro senza traduzione

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pirloNon ho mai pagato un canale tv per guardare una partita di pallone.

Mi piaceva quando c’era la Rai che faceva vedere la Coppa dei Campioni e Juventus – Real Madrid diventava una sfida tra “la vecchia signora” e “le merengues” raccontata dalla voce di Bruno Pizzul.

Ma non voglio essere nostalgico. Apprezzo anche alcuni aspetti di oggi e, nelle serate di indolenza, alla partita al bar preferisco solitari viaggi interstellari captando segnali dalle più lontane galassie calcistiche del pianeta.

Ed è così le due nostre ultime incoraggianti partite, Juve-Real e Juve-Napoli, diventano movimenti di calciatori con innestate telecronache in arabo e in russo. Cantilene molto diverse ma ugualmente incomprensibili.

Cantilene che non si interrompono mai, dove si riconoscono di quando in quando i nomi dei calciatori, pronunciati però sempre nel flusso, quasi fossero parte di un racconto senza tregua.Vale per tutti, tranne uno. Quando prende palla Andrea Pirlo la cantilena si interrompe, ha come un riflusso, come un vuoto che isola l’azione di Pirlo dal resto della partita, dal resto del mondo.

“Il Maestro” tocca la palla. Dirige la sinfonia, o forse la crea. Tutto è più vellutato, calibrato, leggero e profondo allo stesso tempo. I telecronisti dell’etere hanno imparato questa espressione, per usarla ogni volta che devono nominare Pirlo. Il Maestro. Intorno a lui l’impossibilità della traduzione.

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Conduce una vita raminga, spostandosi spesso, in sogno, tra la natia Lisbona e l’adottiva provincia italiana, di cui ammira soprattutto i bar di paese. Appassionato di pallone perché fonte di innumerevoli metafore, non riesce a non sentire, non riesce a non scrivere.

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