Analisi post referendum Grecia: ora che succede?

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Analisi post referendum Grecia: ora che succede?
@giornalettismo

Tsipras ha vinto la sua scommessa, almeno quella con il popolo greco. La schiacciante vittoria del NO al referendum di ieri ne è prova inequivocabile. Ora però, dovrà dimostrare al mondo che non si tratta di una vittoria di Pirro e che lui non è un Masaniello, bensì un leader europeo di visione.

La magnifica notizia giunta ieri dalle piazze di Atene è che le nuove generazioni di greci (fra le cui fila si annida la grande maggioranza di coloro che hanno votato NO) non hanno intenzione di sottostare a condizioni che li terranno sotto scacco per tutta la vita e oltre, per errori di cui non hanno alcuna responsabilità. E questo è quanto, con buona pace di chi, da una parte o dall’altra, ha causato questa situazione drammatica. Si tratta della esemplificazione plastica della teoria economica dell’intergenerational debt, il debito intergenerazionale.

Se da un lato è pacifico che i debiti devono essere pagati, dall’altro nessuno può essere obbligato a soccombere sotto il peso troppo pesante di debiti contratti per errori (o crimini) altrui, anche nello stesso paese, anche dalle generazioni precedenti. Questa logica fu applicata per cancellare la quasi totalità del debito tedesco dopo il secondo conflitto mondiale. In quest’ottica, il voto dei giovani greci è una speranza per il mondo intero e un gesto di enorme dignità, di cui essere grati e orgogliosi. È inoltre, la base filosofica, economica e politica su cui il sogno europeo è stato costruito e su cui va ricostruito.

Esiste però un duplice profilo di rischio. Da un lato le stupide strumentalizzazioni populiste del voto che lo definiscono anti-europeo e anti-euro (vero Salvini, Grillo, Meloni e strilloni vari?), quando invece il significato è l’esatto opposto.

Dall’altro, proprio per questa ragione, il Governo ellenico dovrà ora imprimere un cambio di marcia al modo in cui ha condotto le trattative, sia internamente che mediaticamente, altrimenti metterà a serio repentaglio la propria permanenza nell’Euro e darà ragione a chi, non senza qualche fondamento, sostiene che normalmente non si mette a voto popolare l’approvazione di misure economiche perché è ovvio, da che mondo è mondo, che fra pagare di più e pagare di meno la gente sceglierà la seconda opzione. Atene deve dimostrare che non si è trattato di questo, ma di un alto momento di democrazia, una riaffermazione dei principi fondanti dell’Unione Europea, in un momento nodale della storia del Paese e dell’Europa.

Nell’ottica del puro negoziato, infatti, Tsipras deve ora riuscire a convincere l’Europa che la sua non è stata una mossa furba, per quanto del tutto legittima e rispettabile. Il lancio del referendum, la successiva proposta di accordo in cui accettava quasi tutte le condizioni dei creditori, salvo poi trovare la porta chiusa e tornare a invocare consultazione popolare, il tutto nel giro di una settimana, sono mosse nelle quali il leader di Syriza non ha brillato. Così facendo, ha mostrato che forse l’intenzione originaria era quella di usare lo strumento del referendum in pura chiave negoziale per strappare un accordo il più possibile vicino ai propri desiderata. In ogni caso, la realtà ha poi preso il sopravvento, e la netta affermazione del NO di domenica spazza via ogni altra considerazione. Su questa buona base, che si è ritrovato quasi rocambolescamente a disposizione, il Governo greco deve costruire con responsabilità e credibilità. È tutto quello che gli si chiede, perché di frecce al suo arco ne ha di sicuro. Ampliando il discorso, cerchiamo di dare uno sguardo al passato e uno, più importante, al futuro.

Le colpe della Grecia

La Grecia, come altri paesi fra cui l’Italia, si è trovata nelle sabbie mobili nel mezzo dalla crisi per colpe proprie. Conti truccati, bilancio statale colabrodo, sistema clientelare, evasione fiscale alle stelle, settore pubblico ipertrofico, produttività non pervenuta, il tutto finanziato solo grazie al debito. Ma il debito, si sa, deve essere sostenibile, cioè ripagabile. Appena la crisi ha colpito, nel 2010, si è invece squarciato il velo. Se in quel momento non fosse stato per l’Europa, la Grecia sarebbe fallita e le conseguenze sarebbero state ben più gravi in termini di disoccupazione e disastro sociale di quanto visto fin ora. Questo sarebbe successo anche se la Grecia avesse avuto la propria moneta. Certo, inizialmente avrebbe svalutato per poter attrarre imprese straniere, ma questo si sarebbe tradotto in una sorta di colonialismo su richiesta, con relativo collasso dei risparmi dei greci. Le analogie fra crisi greca e fallimento argentino, sono molteplici. E non pare di ricordare che l’Argentina avesse l’Euro. Bisogna quindi essere molto chiari su questo punto. Il vittimismo greco, oggi non ha spazio. Syriza deve stare molto attenta a non tramutare in questo il voto di ieri. Su queste basi non si può stare in Europa né in qualsivoglia comunità. Perché se la disoccupazione è alta e la gente letteralmente non può mangiare, la responsabilità è in primo luogo della Grecia stessa. Le altre seguono. Guai a puntare il dito verso nemici cattivoni esterni in una situazione del genere, sarebbe l’errore più grande e nella maniera più assoluta. Ovviamente, però, a questi errori se ne sono aggiunti altri, più gravi.

Le colpe dei creditori

Come la democrazia non si esporta con le bombe, allo stesso modo la disciplina di bilancio non si esporta con misure che affamano le persone. La Troika è un groviglio di clamorosi errori, di atteggiamenti umilianti, di misure neocoloniali. In primo luogo, la decisione della Germania di coinvolgere il FMI, soggetto non europeo, al fine di far mostrare a quest’ultimo la faccia del cattivo e godere della linea dura che ne deriva.

La Germania, invece, se davvero è leader del continente, deve esprimere questa leadership in modo illuminato, non nascondendosi e stritolando i paesi in difficoltà. Altrimenti distrugge l’Europa. Il mix di misure imposto alla Grecia, è stato letale, per stessa ammissione del FMI. Il debito pubblico è esploso e la disoccupazione salita al 25%. Perché, è legittimo chiedersi, tutto ciò non è successo in Irlanda e Portogallo?

Questi ultimi, applicando il programma della Troika in cambio degli aiuti, hanno evitato il fallimento, sono tornati sui mercati, hanno disoccupazione in calo e sono tornati a crescere. La ragione è che da una parte la Grecia aveva una situazione strutturale ben più grave (in Irlanda, infatti, si è trattato “solo” di una crisi bancaria trasferita alle finanze pubbliche, ma l’organizzazione dello stato e l’economia erano ben strutturate) e, dall’altra parte, la grande esposizione delle banche tedesche e francesi verso la Grecia ha causato l’imposizione di un programma predatorio con lo scopo esplicito di spremere ogni possibile euro greco per recuperare il denaro delle banche. Per fare ciò, l’errore più grande – commesso anche in Irlanda e Portogallo – è rappresentato da un diluvio di misure di austerità che invece di aiutare la Grecia a riprendersi, l’hanno massacrata e affossata. Se questo lo si chiama aiuto, non si è capito nulla. Questo è il punto fondamentale che deve portare al mea culpa dei creditori e a un passo indietro. Questo è il motivo del referendum di ieri e della grandezza del suo risultato. Questa cecità (o forse lucida volontà), quest’ottica punitiva e assassina, questa imposizione di misure draconiane che non mirano all’aiuto bensì all’affossamento di ogni dignità. Questa è la vergogna che giustifica ogni ribellione. Questo è il contrario dell’Europa. Avete sbagliato, tutto, enormemente e ne portate la colpa. A nulla vale invocare a giustificazione le colpe pre-esistenti in casa greca, perché la Grecia ha affossato se stessa, voi avete affossato l’intera costruzione dell’unità europea e, come diceva un saggio

two wrongs don’t make a right

Analisi post referendum Grecia: il futuro

È necessaria una netta inversione di tendenza, deve cambiare la logica di fondo. Il miracolo economico tedesco dal dopoguerra alla riunificazione e oltre non sarebbe mai potuto avvenire solo con l’applicazione di stringenti regole sui bilanci pubblici. Mai. È invece il frutto di un netto taglio del debito e di un aiuto europeo alla ricostruzione e riunificazione della due Germanie. Si utilizzò, in quel caso, visione strategica prima ancora che solidarietà. La Germania, che non ha mai ripagato i debiti nella sua storia, né dopo la prima né dopo la seconda guerra mondiale, non può dare lezioni a nessuno.

Inoltre, le generazioni presenti e future non possono sopportare il fardello del debito accumulato dalle generazioni passate. Siano esse responsabilità del proprio paese o esterne. Questo non può avvenire in nessuna parte del mondo, tanto meno all’interno di un’Unione. Allo stesso tempo, le nuove generazioni non devono accumulare nuovo debito. Se infatti da un lato si invoca la fine dell’austerità, dall’altro non va dimenticato che il contrario di austerità è debito. Se il debito però diventa insostenibile, porta nuovamente all’austerità, in un circolo vizioso.

Per evitare tutto ciò, l’Europa deve convocare una conferenza per la ristrutturazione del debito di tutti i Paesi in difficoltà, non solo per la Grecia. Come avvenuto per la Germania dopo la seconda guerra mondiale, è necessario liberare gli Stati da un fardello insopportabile che mai e poi mai, come ammesso dal FMI stesso, sarebbe possibile ripagare mediante l’applicazione di misure durissime a livello sociale nemmeno in 50 anni. Le riforme strutturali sono necessarie, ma da sole non solo non servono a nulla, ma fanno perfino danno e non portano alcun risultato di lunga durata, se non l’impoverimento collettivo e la distruzione del tessuto sociale.

È necessario dunque ristrutturare il debito, promuovere investimenti, attuare riforme sensate accompagnate da reti di protezione sociale (come fatto in Germania dopo la riunificazione) e al contempo dotare l’Unione europea di una vera unità economica e fiscale, non solo monetaria. La risposta è una vera Europa unita, in cui solidarietà non significa prestare soldi a chi non potrà mai restituirli, creando così gelosie e tensioni, ma ripartire insieme da una base comune. Naturalmente, questo significa che le regole di una unione economica devono essere rispettate da tutti. Altrimenti la fine dell’austerità significherebbe solo debito incontrollato e, in questo caso, sono comprensibili le paure tedesche di dover pagare all’infinito la gozzoviglie altrui e i fastidi della Lettonia il cui PIL è ampiamente inferiore a quello greco (ma che non per questo ha ricevuto fiumi di denaro in aiuti), per citare solo due esempi.

Bisogna sperare che il voto del referendum di Atene serve a questo, cioè a ripartire insieme con piena coscienza di interdipendenza e destino comune, che passa dal rispetto integrale di regole giuste, ma anche e soprattutto dalla parità di trattamento e dall’ambizione a giustizia sociale e unità fra popoli. Come nota Thomas Piketty, autore del successo economico dell’anno “Il capitale nel ventunesimo secolo”,

l’Europa è stata fondata sulla remissione del debito (vedi l’esempio tedesco) e sull’investimento nel futuro. Non sull’idea di una punizione senza fine per chi sgarra.

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Milano, Dublino, Londra e Bruxelles. Specializzato in diritto bancario, dei mercati finanziari e dell'Unione europea, collaboro con le facoltà di Economia e Diritto di alcune università europee.

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