L’America tra disarmo e sicurezza

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@Steve Snodgrass

Un recente studio di un’organizzazione messicana ha mostrato che 46 delle 50 città con i tassi di omicidio più alti al mondo si trovano nel continente americano. Guerre per il controllo dei traffici di droga, casi di giustizia privata, povertà, diseguaglianza e instabilità politica sono fattori che possono spiegare numeri così alti.

Alcune analisi del fenomeno però guardano alla facilità con cui in tutta l’America è possibile acquistare armi da fuoco per la difesa personale. A essere messa in discussione è la sottile ma fondamentale relazione che esiste tra forze dell’ordine e società civile soprattutto se qualcosa sembra non funzionare nelle politiche di sicurezza cittadina.

Il dibattito negli Stati Uniti ferve più che mai. La strage nella scuola di Newtown, dove persero la vita 26 persone tra cui 20 bambini, ha da poco compiuto un anno ma lo shock popolare continua ad essere profondo perché il fenomeno si ripete ciclicamente. L’amministrazione Obama ha messo in discussione l’equazione – armi uguale sicurezza – ma, secondo la CNN, la maggioranza degli statunitensi ancora non crede che la riduzione della diffusione delle armi da fuoco possa ridurre gli indici di violenza. Al contrario, metterebbe a repentaglio la sicurezza personale.

Confronti tra paesi possono aiutare a capire meglio la questione, posto che i casi di eccellenza rappresentano modelli difficilmente replicabili. Nel Giappone, dove la vendita di armi è vietata, non stupisce che nel 2013 ci siano stati solo quattro casi di morte per arma da fuoco. Pochissimi omicidi si registrano anche in Svizzera che ha però livelli di vendita pro-capite di armi vicini a quelli USA.

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@Radio Cápsula

L’esperienza australiana appare invece più vicina a quella statunitense. Qui, dopo la strage di Port Arthur, l’ex Primo Ministro Howard ha approvato leggi più severe per il porto d’armi e ha implementato politiche per contenerne la vendita. Il risultato sono stati importanti riduzioni dei tassi di omicidio.

In America Latina, Bogotá, la capitale colombiana, è spesso citata come un caso di successo per la sua lenta ma costante pacificazione. Qui la riduzione dei livelli di omicidio, oggi evidente in tutte le statistiche, è il risultato di un lungo lavoro di formazione, sensibilizzazione e controllo che diverse amministrazioni hanno portato avanti negli ultimi anni nella città andina.

Certamente innovativa, secondo molti critici, è stata però la politica di disarmo adottata dal suo attuale e discusso non-sindaco, Gustavo Petro, all’interno di un più ampio progetto cittadino chiamato “Bogotá Humana”.

La sua idea cardine è stata quella di attaccare un certo machismo sociale che considera le “armi da fuoco come sinonimi di sicurezza e coraggio”. Di qui ha lavorato per formare una maggiore responsabilità civica con cui affinare e accompagnare la Polizia Nazionale nel suo ruolo di controllore del pericolo.

disarmo bogotà
@antenamutante

Una maggiore attenzione contro il porto e la vendita d’armi illegali si è così mossa affianco ad interventi mirati alla rivalutazione degli spazi pubblici nelle zone a più ampio rischio di violenza. Qui, si è dato impulso a una cultura della sicurezza costruita attraverso il miglioramento della vivibilità e il potenziamento delle opportunità lavorative.

Nel 2013, i tassi di omicidio a Bogotá sono effettivamente diminuiti ancora raggiungendo il nuovo minimo negli ultimi trenta anni e posizionandola ampiamente al di sotto di quelli di città americane come Detroit e New Orleans. Questo dimostra che politiche di disarmo ben calibrate e innovative pratiche di convivenza nei quartieri possono ridurre gli indici di violenza.

Tuttavia, negli Stati Uniti e in molti altri Stati del continente americano la cosiddetta “mano dura” delle forze dell’ordine e l’autodifesa sono ancora gli strumenti preferiti per gestire il pericolo. Qui solo un più radicale cambiamento culturale permetterà alle politiche di disarmo di essere percepite come colonne portanti della sicurezza cittadina e non come una resa dello Stato nei confronti del crimine.

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Una laurea in economia mi ha permesso di viaggiare, un dottorato sfiorato in antropologia ha dato significato ai miei movimenti. Da 12 anni mi muovo senza fissa dimora tra Asia e America Latina, con tappe intermedie in Inghilterra. In questo momento scrivo dalla Colombia, dove sono arrivato per la prima volta nel 2009 per lavorare con comunità afro-discendenti nella costa pacifica e a Bogotá. Mi interessano i conflitti, le discontinuità, le eccezioni perché raccontano come siamo. In questo spazio scriverò di resistenze e sovversioni quotidiane, di sciamani per un giorno e di eroi improbabili.

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