Ambrogio Fogar: l’ultimo grande esploratore italiano?

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Ambrogio_Fogar
@barchedepocaeclassiche.it

Nella storia di Ambrogio Fogar è importante partire quasi dalla fine.

“Eravamo a 4 giorni di vela da Rio de la Plata quando un branco di orche o balene ci ha attaccato affondando il Surprise in quattro minuti. Ci siamo gettati sul battello di gomma e sulla zattera autogonfiabile con pochissima roba da mangiare. Era la mattina di giovedì 19 gennaio (1978, ndr) e adesso sono 3 settimane che stiamo vagando per l’oceano senza che nessuno abbia potuto e saputo cercarci”.

Ambrogio Fogar e Mauro Mancini trascorsero 74 giorni in mare, in balia delle onde e dei venti, fino al 2 aprile 1978, quando furono raccolti da un mercantile greco di passaggio. Un lieto fine che si rivelò una beffa del destino. Mancini, il giornalista amico dell’esploratore che lo stava accompagnando nell’impresa di circumnavigare il Polo Sud, morì dopo due giorni, stremato nel fisico – aveva perso 41 chili – non superò una polmonite. Nella lettera di addio alla moglie, in cui raccontava del naufragio, Mancini faceva chiarezza su tutte le ombre che si abbatteranno poi su Fogar, da lui definito

“un uomo coraggioso, equilibrato, buono. Ci siamo fatti compagnia con grande fermezza d’animo e questo è già qualcosa”.

Ma la lettera divenne nota solo alcuni mesi dopo: nel frattempo, contro Fogar, ormai in salvo, si era scatenato un processo mediatico che lo indicava come responsabile della morte dell’amico giornalista, puntando il dito sulla smania di protagonismo dell’esploratore italiano.

Ambrogio Fogar nasce il 13 agosto del 1941. Sessantaquattro anni e un mondo da raccontare, oltre che da girare. Nemmeno la paralisi, che dal 1992 lo costringe in un letto, a seguito di un incidente automobilistico avvenuto nel deserto del Turkmenistan durante il raid Parigi-Mosca-Pechino, ferma la sua voglia di viaggiare. Respira e parla solo grazie alle macchine, ma – seppur sconsigliato da molti – manifesta il desiderio di recarsi in Cina per sottoporsi alle cure del neurochirurgo Huang Hongyun, che sperimenta l’uso delle cellule fetali.

 

Ambrogio_Fogar
@docmanhattan.blogspot.it

Ambrogio Fogar: l’ultimo grande esploratore italiano?

La passione per l’avventura e per i viaggi si era manifestata presto nella sua vita: a 18 anni attraversa due volte le Alpi con gli sci, poi si dedica al paracadutismo. Durante un lancio resta vittima di un grave incidente, però si salva. Nel 1972 attraversa in solitario l’Atlantico del Nord, per buona parte senza timone. Dal primo novembre 1973 al 7 dicembre 1974 compie il giro del mondo in barca a vela in solitario da Est a Ovest contro il senso dei venti e delle correnti. Non a caso uno dei suoi libri si intitola “Controvento”. Fino al 1978, anno del naufragio al largo delle isole Falkland, con la deriva a bordo di una zattera per 74 giorni con l’amico Mancini. E le accuse. Una delle poche voci contrarie fu quella di Oriana Fallaci, che difendendolo scrisse:

“Ti ho visto in tv e voglio dirti che se davvero un giorno ti servisse un compagno di viaggio che fuma moltissimo, nuota malissimo, soffre il mal di mare […] ti accompagno. Con la barca di legno, non di ferro, per­ché mi fido totalmente di te. E va da sé che questa sarebbe, in ogni senso, la più temeraria, la più suicida delle tue imprese”.

La verità era che i due – Fogar e Mancini – avevano fatto appena in tempo a saltare sulla zattera di salvataggio, portandosi dietro un po’ di zucchero e pancetta. Si nutrirono della carne dei cormorani, e di qualche pesce catturato con le mani, bevendo l’acqua piovana che si accumulava nella zattera. Condivisero uno spazio angusto, speranze e destini, fino al momento in cui si stagliò all’orizzonte il mercantile “Santo Stefano”.

“Un’esperienza che può servire anche a chi non naufragherà mai. Ciò che conta è la volontà di vivere, di non arrendersi e continuare. Siamo tutti su una zattera”.

Così scriveva ancora Mancini. Parole che raccontano le paure, le speranze ed il coraggio dei due navigatori, testimoniando il forte legame e la profonda amicizia che ha resistito a quei giorni drammatici.

Ambrogio_Fogar
@stpauls.it

Ricomincia il viaggio. Dopo aver passato due mesi in Alaska per imparare a guidare i cani da slitta, si trasferisce in Himalaya e in Groenlandia: per preparare il tentativo di raggiungere il Polo Nord a piedi e in solitario, in compagnia del suo cane Armaduk. Poi comincia la sua esperienza televisiva. Per sette anni Fogar gira il mondo con la sua troupe, realizzando immagini rare e mozzafiato. In seguito si lascia sedurre dalla bellezza del deserto.

Nell’estate del 1997 torna in mare e fa il giro d’Italia in barca a vela, definito “Operazione Speranza” per ricordare i problemi delle persone che il destino ha costretto all’immobilità.

“Ai giovani l’esortazione a non mollare mai e a voler considerare la vita come un dono prezioso
da prendere nelle proprie mani con amore, da proteggere con la certezza che ogni fatica e ogni sforzo sarà ripagato”.

Ambrogio_Fogar
@barchedepocaeclassiche.it

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Viaggiatrice, sognatrice, lettrice. Una tesi in storia contemporanea e un corso in Gestione dell'Immigrazione sintetizzano la sua vita universitaria. Girasoli e asini le sue passioni. Nello zaino non mancano mai i libri, la macchina fotografica, la passione per i viaggi e un paio di scarpe da ginnastica con cui segnare la strada.

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