Ambiente a Venezia: non solo Mose

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ambiente a veneziaAmbiente a Venezia è il primo di una serie di post dedicati alla città lagunare, in cui ci occuperemo anche di turismo, casa, bellezza a partire dalla domanda: cos’è Venezia nel 2014?

Dire ambiente a Venezia significa parlare della laguna, con cui c’è un rapporto inestricabile da sempre; l’acqua non è solo fonte di bellezza per la città, che nutre e adorna come se “un gigantesco servizio da tè vibrasse su un vassoio d’argento”*, ma anche di traffici vitali, su cui la saggia Repubblica Serenissima vigilava (un tempo) con severità.

Ambiente a Venezia: tra fisica e natura

Andiamo con ordine. Tutto inizia con l’acqua alta eccezionale del 1966, una cesura traumatica che interrompe un equilibrio secolare: i veneziani cominciano a migrare in terraferma e il mondo, per la prima volta, grida “Salviamo Venezia”. È del 1969 il lucido rapporto Unesco, che individua le criticità della città e suggerisce i modi per uscirne. Sembra scritto oggi, tanto poco si è fatto nel frattempo.

La fragilità dell’ambiente a Venezia è intuitiva. Al di là di fenomeni eclatanti come l’inquinamento apportato per anni dagli insediamenti industriali di Porto Marghera, sono oscuri fenomeni fisici a metterne in pericolo la sussistenza. L'”acqua alta”, cioè le maree eccezionali, è dovuta al mix tra una componente astronomica, correlata al moto di sole e luna, e una meteorologica, connessa a particolari quadri atmosferici; due componenti naturali, sempre esistite, compagne secolari della città.

Ma l’aggravarsi del contesto ambientale è riconducibile a due altri fattori, pesantemente influenzati dall’elemento antropico: la subsidenza, cioè il progressivo abbassamento del suolo, dovuto, specie fino agli anni settanta, al prosciugamento delle falde acquifere (pozzi, pompe industriali) nell’intera, e vasta, gronda lagunare, e l’eustatismo, cioè il crescente innalzamento del livello del mare, causato dalle variazioni climatiche globali.

Alla subsidenza contribuisce non poco il moto ondoso, vale a dire il continuo, inesorabile sbattere dell’acqua contro le fondamenta e le rive, che contribuisce al loro sgretolamento. Fenomeno esiguo nei secoli delle barche a remi; devastante oggi, con l’elevatissimo traffico di imbarcazioni a motore che infesta i canali. Il tragico incidente di Rialto dell’anno scorso in cui perse la vita un turista tedesco ne è un drammatico segnale.

Ambiente a Venezia: cos’è il Mose

Torniamo al Rapporto Unesco, e all’attenzione mondiale che venne posta allora su Venezia. Nel 1973 lo Stato italiano partorisce la prima Legge speciale, finalizzata ad “interventi di salvaguardia di Venezia”, dichiarata “problema di preminente interesse nazionale”. Tra tali interventi integrati, tra cui il consolidamento dei litorali, il rialzo delle pavimentazioni, la tutela di un ambiente di altissimo valore storico ed ambientale come la laguna, vi è anche il Mose.

Il MOdulo Sperimentale Elettromeccanico consiste in una serie di paratoie mobili, disposte alle tre bocche di porto lagunari, che si alzano dal fondale all’arrivo di una marea molto alta (sopra i 110 centimetri) respingendola all’esterno del bacino. Fin qui nulla di male: il Mose era solo una delle azioni previste dalla legge del 1973, una sorta di Cassa del Mezzogiorno per la città e la sua laguna che ne ha realmente ritardato l’affondamento.

Attenzione alle date: nel 1975 il primo concorso per un progetto di difesa globale dalle maree non soddisfa i requisiti di partenza. Intanto nel 1984 si arriva alla seconda Legge speciale, che affida, in barba alle norme sulle gare per le opere pubbliche, la progettazione e l’esecuzione delle attività unitarie di salvaguardia ad un unico soggetto, il ConsorzioVeneziaNuova, che riunisce fior d’imprese per lo svolgimento delle suddette attività.

Nel 1988 iniziano le sperimentazioni del progetto che va sotto il nome di Mose. Nel 2002 (!) viene approvato in via definitiva, e il suo finanziamento viene assegnato alla legge obiettivo nazionale. Nel 2003 si aprono i cantieri. Allo stato l’avanzamento dell’opera è superiore all’80%.

Arriva quindi in città un fiume impressionante di denaro, cui si abbeverano le imprese consorziate, diluendolo in una moltitudine di progetti, sottoprogetti, studi di fattibilità, consulenze. Ci hanno guadagnato molti, col Mose, e credo fossero dispiaciuti che l’opera fosse realmente quasi finita. Avevano completamente perso il senso della realtà, come in molti casi simili.

Il finanziamento di quello che solo in seguito è divenuto un MOstro Semplicemente Evitabile drenava soldi alla restante parte di interventi di tutela dell’ambiente a Venezia, che quindi restavano all’asciutto; quando, al contrario, la laguna è un sistema integrato e complesso, in cui ogni azione si deve coordinare con le altre. Era questa una delle accuse principali che si rimproveravano al Mose; le altre, di essere, dopo tanti anni, tecnologicamente superato, e di richiedere troppo denaro per la sua realizzazione e, soprattutto, la sua manutenzione nel tempo.

Purtroppo i contestatori, almeno su questo punto, avevano ragione. Ora si deciderà cosa fare del Mose: il comune di Venezia è commissariato ma la gestione delle opere previste dalle leggi speciali è comunque di competenza mista Stato/enti locali. E intanto si è aperto il fronte del passaggio delle grandi navi, l’ennesima violenza al delicato ecosistema lagunare, che vorrebbe invece canali bassi e curati, navigazione controllata, turismo regolato.

Ed è proprio del turismo che parleremo nel prossimo post.

*Brodskij, Josip (1991) Fondamenta degli incurabili, Adelphi, Milano.

Immagini | Lorenzo Vitali

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Aspirante antropologo, vive da sempre in habitat lagunar-fluviale veneto, per la precisione svolazza tra Laguna di Venezia, Sile e Piave. Decisamente glocal, ama lo stivale tutto (calzini fetidi inclusi), e prova a starci dietro, spesso in bici. Così dopo frivole escursioni nella giurisprudenza e nel non profit, ha deciso che è giunta seriamente l'ora di mettere la testa a posto e scrivere su tutto quello che gli piace.

4 Comments

  1. Dal punto di vista fotografico si assiste in questo periodo ad una vera epidemia di foto “mostruose” di grandi navi in Bacino. Facile “schiacciare” con il teleobiettivo su S Marco. Anche un noto fotografo è stato coinvolto nel battage. Fa un po’ ridere ma alla fine ben venga anche questo purchè serva a fare qualcosa di buono. La complessità del problema tuttavia necessiterebbe di una gestione politica ed economica SERIA. Il che appare in Italia una Mission Impossible.

  2. Già, fotografare Venezia poi non è facile, è dai futuristi che si rischia di finire nel banale o nel pittoresco sdolcinato.

  3. Il futuro di Venezia è legato al fragile equilibrio del suo ecosistema: la subsidenza e l’eustatismo, come tu ben dici, sono fattori che possono compromettere tale equilibrio. Poi, aggiungi, l’elevato numero di imbarcazioni a motore ed inoltre l’ingresso e il sostare in Bacino di pesanti navi, scuotono Venezia dalle fondamenta.
    Il Mose, opera che è costata miliardi di lire, non potrebbe certo difendere Venezia da un evento come quello del 4 novembre del 1966, quando alle 18, le seconde ondate che dovevano iniziare il deflusso continuavano a gonfiarsi: la marea, ricordiamo, raggiunse 1 metro e 94 cm.: il Mose certo non sarebbe servito a nulla. All’improvviso le acque cominciarono a scemare con una violenza pari a quella del suo accesso. Ma Venezia, oltre ai gravi danni materiali, subì altri gravi danni irreversibili che consistono nell’impatto negativo sullo sviluppo sociale ed economico.

  4. Infatti l”’acqua granda” del ’66 è un vero e proprio sparti…acque, una data/reset dopo la quale l’emorragia di cittadini dalla città storica non si è più arrestata.

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