Addio a Pino Daniele e al suo inconfondibile sound

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Addio a Pino Daniele e al suo inconfondibile sound
@Angelo Petrozza

Pino Daniele non c’è più. Ma, come per tutti gli artisti, resta, forte e chiara, la sua musica. Un sound che era, e continua a essere, unico.

Napoli, metà anni ’70. Gran fermento. Voci nuove. Appare un gruppo di giovani musicisti, tecnicamente preparatissimi, innamorati della musica made in Usa. Alcuni di loro sono figli di militari americani, giunti in città con la guerra, e di donne napoletane. Come dire, la musica nel sangue.

Uno di questi è Pino Daniele. Bassista e chitarrista, suona un po’ con tutti i grandi della nuova scena partenopea (Tony Esposito, James Senese, Tullio De Piscopo, Enzo Avitabile). Ma l’esordio da cantautore è dietro l’angolo: ”Terra mia” (1977), ardita ma riuscita fusione tra l’immensa tradizione della canzone napoletana e le sonorità, le ritmiche, gli accordi genericamente definibili ”blues”.

Già Renato Carosone aveva mischiato napoletanità e musica nera (nella fattispecie, più specificamente jazz), ma il sound che Pino assembla è veramente singolare. La musica leggera italiana ne è conquistata. Il terzo album, ”Nero a metà” (1980), è la consacrazione. Curiosamente, il titolo non si riferisce a Pino Daniele, ma a Mario Musella, impareggiabile cantante meticcio, scomparso troppo presto.

Ma perché servirsi del blues? Come dice Gabriele Salvatores, anche lui napoletano, la difficoltà di rendere in italiano il sound dei neri nella lingua partenopea viene stemperata.
Con le sue parole tronche, i suoni scivolati, il tipico fatalismo espressivo, è perfetta per la voce acuta e particolarissima di Pino.

Che non è solo voce; anzi, a mio parere, il suo sound vive più di musica, specie nella parte armonico-ritmica, che di parole. Lo prova il numero veramente impressionante di collaborazioni che il cantautore ha intrattenuto negli anni con i migliori musicisti del globo.

Negli anni Ottanta, il cuore napoletano di Pino si espande ad abbracciare sonorità mediterranee e influenze africane. ”Musicante” (1984) e ”Bonne soirée” (1987), album lodatissimi dalla critica, sono già aperture importanti (per la poco innovativa musica italiana dell’epoca) alla world music. Aperture che diventano deciso matrimonio con l’arabeggiante ”Medina” (2001).

In mezzo, la massima popolarità del musicista, che talvolta ammorbidisce  il suo inconfondibile sound per la gioia di un più vasto pubblico. Sono gli anni di brani-icona come il trainante ”Scarrafone” o la ballad ”Quando”, entrambe del 1991. Dell’amicizia e collaborazione con Troisi, altro poeta partenopeo dal cuore grande e fragile. Di tante colonne sonore.

Fino all’altroieri. Ora Pino è nel Paradiso degli artisti, e sta sicuramente suonando, pieno di divertita cazzimma, la sua chitarra.

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Aspirante antropologo, vive da sempre in habitat lagunar-fluviale veneto, per la precisione svolazza tra Laguna di Venezia, Sile e Piave. Decisamente glocal, ama lo stivale tutto (calzini fetidi inclusi), e prova a starci dietro, spesso in bici. Così dopo frivole escursioni nella giurisprudenza e nel non profit, ha deciso che è giunta seriamente l'ora di mettere la testa a posto e scrivere su tutto quello che gli piace.

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