Adattamento climatico | Come rendere le città a prova di clima12 min read

13 Ottobre 2020 Ambiente -

Adattamento climatico | Come rendere le città a prova di clima12 min read

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Le città sono responsabili del 70% delle emissioni inquinanti in atmosfera e ospitano il 55% della popolazione mondiale, quota destinata a salire al 70% nel 2050. Da questi pochi numeri è evidente come le città giochino un ruolo fondamentale nella partita contro il riscaldamento globale. Ma cosa possono fare? Possono mettere in campo strategie di mitigazione urbana, e ne abbiamo parlato ampiamente qui, oppure di adattamento climatico, per diventare quelle che si chiamano città adattive.

adattamento climatico
All’ombra del Metropol Parasol, Siviglia | Foto: Suminch

Cos’è l’adattamento climatico, e perché è importante?

Con adattamento ai cambiamenti climatici si intendono tutte quelle azioni che mirano a ridurre i danni determinati dai cambiamenti climatici in atto e che non possiamo evitare nei prossimi decenni, ma anche a trarre beneficio da eventuali opportunità determinate dai cambiamenti stessi.

L’adattamento climatico è importante per due motivi. Primo, la mitigazione – ossia l’insieme di strategie per ridurre le emissioni inquinanti – è un processo di lungo, lunghissimo periodo. Nel frattempo occorre convivere con la situazione attuale riducendo il più possibile i danni.

Secondo, gli effetti dei cambiamenti climatici, in termini di eventi meteorologici estremi – ondate di calore, piogge torrenziali, alluvioni, siccità –, con le conseguenti ricadute sociali, economiche e ambientali, hanno conosciuto un continuo incremento negli ultimi anni, sia in termini di frequenza che di intensità, e una loro intensificazione è prevista per il futuro.

In questo scenario assumono particolare riguardo le città, rispetto alle quali sono rivolte le maggiori preoccupazioni poiché luoghi di addensamento di attività e popolazione, territori di maggiore esposizione ai rischi e allo stesso tempo di elevata vulnerabilità.

Adattarsi ai cambiamenti climatici, per una città, significa dunque tutelare la sicurezza e la salute dei propri cittadini, proteggere le infrastrutture e reti tecnologiche, diventando al tempo stesso occasione di migliorare la qualità urbana a partire dai quartieri e da parti di città.

I principali rischi per le città connessi al clima

Un processo di adattamento climatico efficace e consapevole necessita di una profonda conoscenza di come il clima sta cambiando a livello locale, e di conseguenza quali siano gli effetti e gli impatti previsti nel territorio.

Quali sono, quindi, i principali rischi che le città devono affrontare dovuti ai cambiamenti climatici? Possiamo categorizzarli in due parole chiave: rischi connessi all’acqua e al caldo.

Rischi connessi all’acqua

L’acqua ha costituito da sempre la principale ragione di insediamento umano, una fondamentale infrastruttura di trasporto e approvvigionamento della storia del paesaggio urbano, disegnandone spesso la morfologia e dettandone i sistemi insediativi.

Essa però costituisce al tempo stesso una potentissima minaccia: l’acqua precipita, allaga, inquina, inonda e scarseggia. E lo fa in maniera sempre più frequente.

L’ultimo secolo della stagione urbanistica ha guardato all’acqua come un fattore disturbante piuttosto che un valore e un’opportunità, elaborando soluzioni rigide per nasconderla, deviarla o allontanarla, accrescendo il rischio di esondazioni e agli allagamenti e rendendo le città vulnerabili all’innalzamento del livello del mare.

Tredici delle venti città più popolate al mondo sono città portuali. Nonostante non ci sia chiarezza scientifica sull’entità dell’innalzamento dei livelli dei mari dovuti alla questione climatica – in particolare allo scioglimento dei ghiacci in Antartide e Groenlandia – le stime fatte in questa direzione sono molte, tutte allarmanti.

Secondo un rapporto della Ong Christian Aid, un miliardo di persone saranno esposte a inondazioni costiere al 2060, e secondo le proiezioni dell’IPCC del 2013 l’innalzamento del livello del mare previsto è compreso tra gli 0,8 e 1,5 metri.

Le città costiere e le Delta Cities si troveranno in pochi decenni ad affrontare minacce esistenziali che ne determineranno la sopravvivenza. Città come Dhaka, Bangkok, Shanghai, Miami, Tokyo e New York, alcune delle più popolose al mondo, ma anche le nostre Venezia, Trieste, Ravenna e Oristano. L’Indonesia ha già annunciato che trasferirà la sua capitale nell’entroterra a causa dell’innalzamento dei mari. Jakarta è infatti la città che sprofonda più rapidamente a livello mondiale, con un ritmo annuale, in alcune aree di 10-20 centimetri.

A causa dell’alto tasso di impermeabilizzazione e di annullamento del rapporto con la natura nei centri urbani, le città italiane rappresentano un esempio negativo alla scala internazionale quando si parla di gestione degli eventi meteorici, testimonianza ogni anno di numerose alluvioni dai conseguenti danni economici e sociali spesso ingenti.

Dal rapporto di Legambiente scopriamo che da inizio 2010 a metà 2019, 313 comuni italiani sono stati colpiti da 504 fenomeni meteorologici di varia intensità, tutti dalle conseguenze tangibili, con 160 casi di danni alle infrastrutture causati da piogge intense, 166 allagamenti e 71 esondazioni fluviali.

Rischi connessi al caldo

Uno dei modi più evidenti con cui si manifesta il riscaldamento globale a livello meteorologico, cioè nel breve periodo, sono le ondate di calore, ovvero più giornate consecutive in cui la temperatura non scende al di sotto di una soglia limite. Numerose evidenze testimoniano gli effetti negativi che queste hanno sulla salute della popolazione, soprattutto di quella più fragile come bambini e anziani.

I fattori che incidono sul surriscaldamento urbano sono molteplici. Oltre agli elementi esterni legati alla climatologia e meteorologia, si aggiungono fattori interni quali la forma urbana, le tipologie di materiali, la presenza di verde e l’utilizzo dei sistemi energetici (condizionatori, automobili) che possono contribuire ad accentuare il processo di surriscaldamento.

Quali sono gli effetti di questi fenomeni? In primo luogo, il pericolo per la salute umana. Basti pensare che secondo uno studio di Legambiente dal 2005 al 2016 in Italia le morti dovute al caldo estremo sono state 24 mila.

Se ciò non bastasse, possiamo ricordare come le temperature elevate influiscano negativamente sui servizi alla persona: dal rallentamento del trasporto pubblico su rotaia a causa della dilatazione termica dei binari, alla distribuzione energetica, che a causa del sovraccarico della domanda legata ai sistemi di condizionamento, perde di efficienza e può determinare blackout diffusi.

Ad oggi sappiamo bene, quindi, che non è possibile fermare il clima che cambia, ma rallentarlo e adattarvisi sì. Popolazione, infrastrutture, reti tecnologiche e salute umana, questi i sistemi da coinvolgere nei processi di adattamento climatico. E molte città hanno già iniziato a farlo.

Come rendere adattive le città

Nella storia delle città, il clima ha da sempre costituito un fattore di genesi urbana: ha determinato forme e luoghi degli spazi dell’abitare, delineato tipologie architettoniche e determinato i cicli vitali. Il Novecento ha costituito un tragico punto di rottura: omologazione, indifferenza rispetto al contesto ed economicità hanno pervaso la stagione edilizia del secondo dopoguerra, in cui nulla si è potuto contro il boom edilizio che stava gettando le basi delle periferie per come oggi le conosciamo.

Oggi il tema della mutazione climatica sta riscrivendo le regole dell’urbanistica del XX secolo secondo i principi dell’adattamento e della mitigazione. Per trovare i migliori esempi dobbiamo guardare a nord: Copenaghen, Rotterdam, Malmo, Parigi, ma anche Barcellona, New York e Toronto.

Pianificare il cambiamento

Risale al 2007 il primo piano strategico sostenibile di New York, il PlaNYC, che ha costituito il primo grande sforzo per preparare la città a migliorare la qualità della vita dei suoi abitanti e contrastare i cambiamenti climatici.

Da allora per il governo newyorkese il cambiamento climatico è stata una cosa seria: due nuovi strumenti pianificatori, il primo nel 2013, dopo il drammatico passaggio dell’uragano Sandy, il secondo nel 2015 con l’ambizioso obiettivo di rendere quartieri, economia e servizi pubblici della città pronti a resistere e trarre vantaggio dagli impatti del cambiamento climatico del XXI secolo.

Grande capacità strategica, visioni multilivello e interscalari costituiscono i punti di forza del vasto piano della città di New York, dotato della capacità di divenire progetto concreto a scale anche puntuali.

Copenaghen ha elaborato il suo primo Piano per il clima nel 2009, ma a seguito della tragica alluvione che ha colpito la città nel 2011, si è resa testimonianza degli errori di valutazione commessi nell’affrontare una questione più grave delle previsioni.

Nel 2013 esce quindi la prima versione del Copenaghen Climate Adaptation Plan che fa propria un’analisi accurata e geolocalizzata delle vulnerabilità territoriali e individua differenti gradi di rischio, cui fanno risposta misure operative organizzate in tre livelli di adattamento: ridurre la probabilità che l’evento si verifichi; ridurre la portata dell’evento; e ridurre la vulnerabilità all’evento.

Il plauso alla capitale danese va però, soprattutto, per aver saputo dare seguito al livello della pianificazione climatica con interventi progettuali alla scala di quartiere e dello spazio pubblico. A Copenaghen, così come un po’ in tutta la Danimarca, si sta assistendo a un ribaltamento di visione: il cambiamento climatico è un’opportunità per migliorare la città, puntando al verde e al blu per aumentare notevolmente la qualità della città e della vita dei suoi abitanti.

Nello scenario italiano le città più attive sono Padova, Bologna, Torino e Reggio Emilia, ma anche Milano, tutte con un Piano di Adattamento climatico già pubblicato o in fase di sviluppo.

Adattamento climatico: Governare le acque

La città di Barcellona ha fatto un po’ da apripista per le politiche climatiche nello scenario internazionale, attraverso strategie coerenti con le direttive nazionali. Nel 2013 le Nazioni Unite hanno riconosciuto a Barcellona il titolo di World leading resilient city model per aver prima di altre realizzato interventi di gestione e adattamento delle sempre più frequenti alluvioni e contestualmente al fenomeno della siccità previsto.

Un grande deposito per la raccolta delle acque piovane sotterraneo in grado di contenere circa 70 mila metri cubi di acqua, un impianto di dissalazione e un efficiente sistema di gestione delle acque urbane integrato di una serie di strumenti tecnologici in grado di individuare e valutare i rischi, hanno reso la città di Barcellona in grado di resistere a tempeste di alta densità senza subire inondazioni.

Nella città di Rotterdam, per l’80% al di sotto del livello del mare e già dal 2008 dotata del suo primo piano di adattamento – Rotterdam Climate Proof – l’approccio all’acqua è stato completamente ribaltato. L’acqua, da minaccia, è stata trasformata in una risorsa progettuale dalle molteplici soluzioni spaziali.

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La piazza d’acqua Benthemplein a Rotterdam | Foto:
stadtlandschaft

Rotterdam è la città delle famose piazze d’acqua – Kleinpolderplein (2011), Bellamyplein (2012) e Benthemplein (2013) – dalla duplice funzione di spazio pubblico e luogo di accumulo delle acque in eccesso; dei bacini sotterranei di raccolta delle acque piovane e dei tetti verdi a giardino, in qualità di città con più tetti piani.

È oggi alle prese dello studio di come la vegetazione può migliorarne la capacità resiliente favorendo l’assorbimento rapido delle acque, trattenendola per poi rilasciarla temporaneamente e gradualmente nel sottosuolo: Rotterdam vuole così diventare una “città-spugna” a tutti gli effetti.

Anche la città di Malmo si è distinta per la realizzazione di eco-quartieri e interventi di adattamento climatico in alcuni spazi pubblici e di parti di tessuto consolidato orientati alla corretta gestione delle acque piovane tramite la realizzazione di vari laghetti di laminazione delle acque, una rete di canali pervasiva e la realizzazione di tetti verdi sugli edifici.

Di tutt’altro orientamento sono gli interventi realizzati nel quartiere di Arkadien Asperg Estate a Stoccarda, in cui un sistema di ruscelli e vasche permette la raccolta e il riuso della risorsa idrica.

Adattamento climatico: Mantenersi al fresco

Se la gestione della componente idrica – pluviale o marittima – richiede spesso ingenti costi a fronte di progettualità strutturali che ridisegnano l’intero ciclo urbano delle acque, l’adattamento al caldo estremo porta con sé due possibili soluzioni tendenzialmente a basso costo.

La prima è il colore. Per evitare che le città si surriscaldino eccessivamente durante un’ondata di calore, anche solo la scelta dei materiali, o delle vernici, può fare la differenza.

Lo hanno già sperimentato gli americani, che a New York hanno introdotto già nel 2012 disposizioni sui white roofs – tetti bianchi – nel regolamento edilizio, dando inizio alla colorazione di più di 9 milioni di metri quadri dei tetti piani in città. Esperimenti simili stanno avvenendo in molte altre città, tra cui Chicago e Melbourne.

A Los Angeles, invece, città dalla bassa densità edilizia, si opta per la colorazione delle strade di un grigio molto chiaro. La sperimentazione, iniziata nel 2017, è entrata in vigore l’anno successivo, dopo aver riscontrato che le strade dipinte di bianco raggiungevano temperature anche 10-15 gradi minori di quelle tradizionali.

La seconda arma che hanno a disposizione le città contro il caldo, così come contro l’inquinamento urbano, è la natura. Manutenere, proteggere ed espandere il verde in città è uno dei migliori investimenti che i governi locali possono fare.

Laddove la natura non può essere inserita, l’ombra viene creata artificialmente. È la sfida che affrontano da tempo le città più a sud della penisola iberica, che per garantire ombra nelle più o meno fitte strade urbane hanno scelto di sfruttare gli edifici stessi per installare ampi teloni, quel tanto opachi da permettere di filtrare i raggi solari delle ore più calde.

Il Metropol Parasol a Siviglia | Foto: Paul VanDerWerf

Più in grande ha agito l’amministrazione comunale di Siviglia, che con il Metropol Parasol ha ridato vita a una delle piazze più grandi della città tramite una complessa struttura di legno, garantendo uno spazio d’ombra ampio e continuo. Pergole, rampicanti, teli o elementi strutturali possono restituire spazi pubblici alla città ridisegnandone le forme e le funzioni.

A Parigi, invece, l’adattamento climatico passa dalle scuole. In una città che è la più densa d’Europa in termini di costruito, con solo 14,5 mq di verde per abitante, le scuole costituiscono l’edificio pubblico più densificato (ogni cittadino abita a meno di duecento metri da un complesso scolastico).

L’Amministrazione ha perciò individuato in esse un’opportunità su cui fare leva per contrastare le sfide climatiche, e in particolare le isole di calore. Il progetto School OASIS Schoolyards, ha quindi l’obiettivo di riqualificare le corti scolastiche sostituendo l’asfalto con materiali porosi e vegetazione, migliorare il drenaggio delle acque ed installare sistemi di ombreggiamento e raffrescamento, per poi restituire questi nuovi spazi alla collettività.

Verso la città adattiva e resiliente

Questi esempi ci insegnano che il cambiamento climatico, se affrontato in ottica di prevenzione e reazione, può essere un’occasione di crescita e sviluppo delle nostre città ma anche dei singoli individui, attivando opportunità in grado di generare qualità, sicurezza e innovazione.

Il più delle volte questo processo richiede notevoli sforzi economici da parte delle amministrazioni locali, ma diventa una necessità assoluta, e al tempo stesso una priorità, per favorire, nel lungo periodo, la sopravvivenza delle aree urbane.

Solo quando le città sapranno coniugare adattamento climatico e mitigazione, gestione e prevenzione, programmazione e progettazione, infrastrutture e comunità, artificio e natura, saremo testimoni di una città resiliente.

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Elisa Torricelli

Emiliana d’origine, torinese per studio e milanese per scelta, ama conoscere storie e mondi. Laureata in Architettura Sostenibile parla e ascolta di resilienza, e ama scoprire cosa rende vivibili le città. Nella sua vita la sostenibilità è un’ossessione, i tortelli un’istituzione.
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