The act of killing, la messa in scena di un genocidio

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Uccidere è proibito quindi tutti gli assassini vengono puniti. A meno che non si uccida su larga scala e al suono delle trombe.

È in questa citazione d’apertura di Voltaire, nella ‘u turn’ che determina alla canonica morale con la quale leggiamo le cose del mondo, la chiave arendtiana da ‘banalità del male’ per attraversare (inutilmente) indenni la visione di The act of killing.The Act Of Killing

Diretto dal regista statunitense Joshua Oppenheimer, ma di adozione cinematografica danese (che non è un semplice inciso…), insieme a Christine Cynn e a un non meglio identificato “Anonymous” indonesiano, L’atto di uccidere è un documentario legato agli avvenimenti che verificatisi tra la fine del 1965 e l’inizio del 1966 in Indonesia.

Un breve lasso di tempo nel quale si registrò, secondo gli spioni della Cia, “uno dei peggiori massacri del ventesimo secolo”: da una a tre milioni di donne e uomini (non esistono stime attendibili e quelle ufficiali non alzano l’asticella oltre le 500 mila) vennero uccisi perché ‘comunisti’ dalle squadracce del generale Shuarto. Il tutto per impadronirsi del potere, con l’appoggio degli Stati Uniti, determinati a eliminare (come in Vietnam e nel giardino di casa) un nuovo potenziale pericolo ‘rosso’.

Ma se questi sono i fatti, violentemente sanguinosi quanto incontrovertibili, è nella struttura filmica l’originalità del documentario di Oppenheimer. Il regista monta una finzione, sul crinale della verosimiglianza: coinvolge alcuni dei carnefici di allora, tra questi il sadico killer Anwar Congo, in un gioco perverso, quanto per larga parte inconsapevole agli stessi protagonisti.

Questi vecchi criminali dovranno mettere in scena gli eccidi commessi, ‘l’atto di uccidere’, giocando le due parti in causa, quella dei carnefici così come delle vittime, pescando, in questo processo di ricostruzione, in un immaginario del cinema, quello fatto di gangster e di cowboy, di Elvis Presley e di John Wayne.

Congo e i suoi sodali, con la fattiva collaborazione dell’organizzazione paramilitare Pemuda Pancasilla, rimetteranno in scena uccisioni e devastazioni, in un clima di adulazione e gratitudine generale, inneggiati in quanto uomini liberi (dalla libera e indonesiana traduzione della parola gangster).TheActOfKilling

Ne esce fuori così una rappresentazione grottesca e surreale, a tratti onirica e mostruosa: benché la morale sia distorta, i demoni del passato tormentano e lacerano le vite degli aguzzini. Un espediente geniale: la scelta autoriale di Oppenheimer è imporre ai criminali una resa surrettizia alla dittatura dell’immagine tale da restituire, nel totale deserto della coscienza, la verità fattuale, il peso insostenibile di milioni di vittime innocenti.

Un peso destinato, come nella straziante e stomachevole scena finale, a collassare su Congo, alle prese con irrisolti conati escatologici. Ma se l’Indonesia non è stata ancora in grado di fare i conti con la sua storia, lo stesso vale per Oppenheimer.

Il regista de L’atto di uccidere, va da sé documentario pluripremiato, sta lavorando (come dichiarato in una recente intervista al Guardian) su di un secondo film dal titolo provvisorio The look of Silence. In questo caso si ribalta la prospettiva: saranno i sopravvissuti a essere protagonisti.

Nessuna resa al cliché vittimista ed empatico, assicura Oppenheimer, perché la mise en scène non sarà rassicurante per lo spettatore. E con negli occhi e nella pelle L’atto di uccidere c’è da crederci.

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Classe '79, nato a Napoli e, nella migliore tradizione partenopea, emigrato nella capitale alla ricerca di lavoro. Sono un giornalista, di quelli iscritti all'ordine dei professionisti (ma chi vuoi che ci creda ancora a 'ste robe?!), eppure da qualche anno sono impiegato nella, pur nobile, arte della stampa-e-propaganda. Faccio alcune cose, molte delle quali non mi qualificano. Tra queste mi annichilisco spesso al cinema.

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