Come funziona l’accoglienza dei migranti in Italia?

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accoglienza migranti
@Paride De Carlo

Nel mondo ci sono 237 milioni di migranti. In Europa sono circa 20 milioni, di cui 5 milioni in Italia. Nella prima metà del 2015 sono arrivate via mare in Europa circa 300 mila persone, di cui 110 mila in Italia. Di fronte a questi numeri, come funziona il sistema di accoglienza migranti in Italia?

Quanti sono gli immigrati in Italia e in Europa

Lo abbiamo chiesto a chi dentro questo sistema ci lavora quotidianamente. Maria Rosaria Calderone è avvocato esperto di diritto dell’immigrazione, in particolare del funzionamento del sistema di protezione internazionale.

Maria Rosaria è coordinatrice del centro di accoglienza per rifugiati di Marino (RM) gestito da GUS – Gruppo Umana Solidarietà e CPA – Centro per le Autonomie all’interno del progetto Accoglienza Prefettura della provincia di Roma. Ci aiuterà ad uscire dalla dimensione solita dei nostri Racconti di Cooperazione per accompagnarci in un viaggio all’interno del nostro paese ma evidentemente legato a doppio filo anche alle politiche estere e di sviluppo dei paesi occidentali.

Accoglienza migranti: intervista a Maria Rosaria Calderone

Di cosa si occupa l’organizzazione per la quale lavori?

Il GUS – Gruppo Umana Solidarietà si occupa di accoglienza migranti, in particolare rifugiati, da più di dieci anni, nonché di progetti di integrazione sul territorio e di accoglienza soprattutto nel luoghi di frontiera. Quest’anno ha vinto il bando per l’accoglienza migranti alle frontiere di Fiumicino e di Ancona.

Che tipo di servizi offre ai migranti?

Nei valichi di frontiera offre servizi di informazione circa la legge sulla migrazione e sugli uffici a cui rivolgersi per le diverse esigenze. Nel territorio gestisce centri di prima e di seconda accoglienza.

Da chi sono finanziati i servizi che offrite?

Dalla prefettura, che utilizza fondi europei stanziati per l’accoglienza migranti, con una piccola parte di fondi italiani.

Chi sono i vostri utenti?

Sono immigrati che al primo arrivo in Italia fanno domanda di asilo.

Puoi spiegarci qual è la differenza tra richiedenti asilo e migranti economici?

I richiedenti asilo sono persone che scappano da posti in cui c’è una guerra o in cui subiscono una persecuzione personale: si può scappare anche da un paese dove c’è una situazione democratica tranquilla ma si è perseguitati dallo stato o da una organizzazione parastatale, come è stato negli ultimi anni il caso dei colombiani.

In Europa ci sono due tipi di protezione internazionale: l’asilo e la protezione sussidiaria. L’asilo viene concesso quando c’è una persecuzione personale, la protezione sussidiaria quando c’è uno stato di emergenza nel paese da cui si fugge. L’Italia ha invece un altro tipo di protezione che è quella umanitaria, che viene concessa per motivi vari tra cui motivi di salute, gravidanza, sindrome da stress post traumatico.

Il migrante economico è invece quello che arriva in Italia in cerca di lavoro. Secondo le leggi Italiane il migrante non dovrebbe proprio arrivare in Italia: la procedura prevede infatti che la domanda sia fatta tramite ambasciata a seguito della pubblicazione del decreto flussi, che dovrebbe uscire una volta l’anno stabilendo le quote di flussi ammessi per quell’anno. In base alle quote flussi i migranti possono poi fare richiesta tramite ambasciata ed arrivare in Italia con un visto di lavoro autonomo o subordinato. La situazione che vediamo di migranti economici che entrano illegalmente è dovuta al fatto che i numeri del decreto flussi sono troppo esigui e le frontiere rimangono sempre chiuse.

Qui un approfondimento sulla differenza tra rifugiati e migranti economici

Come si può quindi sanare la situazione dei migranti che sono arrivati in Italia illegalmente?

La legge non prevede questa possibilità, benché si tratti di quella che si verifica più frequentemente: si tratta di un gap legislativo. Infatti i migranti permangono in una situazione di illegalità e per questo si parla tanto di espulsioni. Le espulsioni però non sono eseguibili: per l’espulsione è necessaria la collaborazione dello stato di provenienza che deve rilasciare un documento di viaggio al migrante, se non c’è questa collaborazione l’espulsione non è eseguibile. In Italia attualmente i migranti che finiscono nei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) quasi mai vengono espulsi: passano il periodo stabilito al CIE, escono in clandestinità, poi spesso ritornano al CIE ma non vengono espulsi, perché mancando gli accordi con gli stati.

Quale è la soluzione legale per uscire da questo circolo vizioso?

Che si apra la possibilità di chiedere visti per lavoro: questo farebbe diminuire anche le richieste di protezione fasulle.

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@Lettera27

In Europa il diritto di asilo è regolato dalla “Convenzione sulla determinazione dello stato competente per l’esame di una domanda di asilo presentata in uno degli stati membri delle Comunità Europee”, comunemente conosciuta come Convenzione di Dublino. Cos’è e cosa prevede la Convenzione di Dublino?

La convenzione di Dublino è il regolamento che definisce quale paese europeo è competente a decidere di una domanda di asilo. I criteri previsti dal regolamento sono diversi: il paese di primo ingresso, il fatto di avere un familiare in un determinato paese, il fatto che i minori dovrebbero avere la possibilità di scegliere in quale paese fare domanda di asilo. Nella realtà questi criteri sono rimasti inattivi, l’unico che viene applicato è quello del paese del primo ingresso. Il regolamento di Dublino doveva essere il primo passo per uniformare il diritto di asilo in Europa. Così non è stato ed il risultato è che il regolamento va a gravare sui paesi di frontiera: Spagna, Italia e Grecia.

Una volta stabilito quale è il paese competente il richiedente asilo deve permanere nel paese fino a quando non riesce ad ottenere un permesso di soggiorno lungo-soggiornante o la cittadinanza di quel paese, cioè per moltissimi anni. Quindi anche se viene riconosciuto come rifugiato non ha la possibilità di trasferirsi a lavorare in un altro paese Schengen, anche se ha i documenti in regola, ma è immobilizzato nel paese che ha riconosciuto l’asilo.

E quali sono le conseguenze di questo stato di fatto?

Si crea un problema di costi, perché il paese che si prende la competenza a decidere sulla domanda ha l’obbligo di fornire accoglienza e misure di integrazione. Questi costi che gravano sui paesi sarebbero minimi se messi a confronto con quello che il migrante può rendere al paese nel lungo periodo, il problema è che abitualmente i paesi di frontiera sono quelli che maggiormente si fanno carico di questi costi, mentre i paesi che hanno la possibilità di offrire più lavoro prendono la maggior parte del vantaggio economico sul lungo periodo.

Come è gestito il sistema di accoglienza migranti in Italia?

La situazione è in corso di mutamento e questo genera un po’ di confusione. La gestione fino ad ora prevedeva che al momento dell’arrivo i migranti venissero foto-segnalati ed inviati nei centri di prima accoglienza: i CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria), dove permangono fino al momento dell’espletamento delle procedure per la richiesta di protezione internazionale. Poi dovrebbero avere accesso agli SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) cioè ai centri di seconda accoglienza. Nell’ultimo anno però l’Italia non ha ottemperato all’obbligo di foto-segnalamento, quindi i migranti sono stati liberi di viaggiare in Europa.

Recentemente sono stati aperti gli Hotpost, dei nuovi centri in cui devono venire raggruppati tutti i richiedenti al loro primo arrivo, da li possono procedere a formalizzare la domanda ma anche richiedere il famoso ricollocamento, cioè la possibilità di chiedere di far esaminare la richiesta di asilo in un altro paese, quindi al di fuori del regolamento di Dublino. Se al termine di una delle due procedure (Dublino o ricollocamento), la competenza si radica in Italia si va a finire nei CAS, i centri di prima accoglienza, e si prosegue con il percorso.

In realtà l’unico sistema di accoglienza che ha funzionato finora è quello degli SPRAR, quindi ora gli SPRAR stanno diventando anche centri di prima accoglienza e non più solo seconda accoglienza, quindi attualmente CAS e SPRAR sono molto simili.

Infine ci sono i CIE (Centri di Espulsione ed Identificazione), dove si collocano i migranti che hanno un decreto di espulsione. Quello che sto vedendo attualmente è che si passa molto facilmente dagli hotspot ai CIE, i casi che sono capitati a me sono per lo più quelli di donne nigeriane. Questo perché la Nigeria è uno dei paesi in cui l’Italia ha accordi, per cui l’espulsione è possibile, e poi perché spesso le donne nigeriane non hanno una storia classificabile come protezione, ma si tratta per lo più di storie di tratta, che loro non ammettono e che prevede tutto un altro tipo di procedura , molto più complessa. Alle ultime dieci ragazze che ho avuto modo di incontrare sono state certificati abusi fisici e sessuali alla prima visita da parte dei medici, a tutte e dieci.

Cosa succede quando i migranti vengono rimpatriati?

Vanno incontro ad enormi problemi, perché hanno pagato il viaggio contraendo un debito che dovrebbero ripagare lavorando in Europa, per questo le loro famiglie sono spesso tenute in ostaggio. Gestire la tratta con le procedure della migrazione ha dei risvolti che generano enormi problematiche umanitarie.

accoglienza migranti
@Paride De Carlo

Pensi che questi centri riescano ad assolvere alla funzione per la quale sono stati creati?

Dipende da chi sono gestiti, il modello potrebbe funzionare ma dipende solo dal modo in cui sono gestiti, ad esempio lo SPRAR è una struttura che ha assolto la funzione per il quale è stato creata, anche al livello di integrazione.

Per quale motivo l’Italia destina fondi all’accoglienza migranti?

Abbiamo un obbligo costituzionale di riconoscere l’asilo. Un obbligo che ci è stato imposto al termine della seconda guerra mondiale in quanto paese soccombente. L’obbligo è quello di gestire i flussi migratori, mentre l’accoglienza migranti nasce e viene strutturata a partire dall’esigenza di organizzare questi flussi. Anche l’Unione Europea stabilisce l’obbligo di gestione dei flussi, che ogni paese amministra secondo le proprie leggi interne: il problema del governo sull’asilo è proprio la mancanza di uniformità gestionale in Europa.

Pensi che i fondi destinati all’accoglienza migranti siano sufficienti?

Penso che sarebbero sufficienti se supportati da strutture pubbliche che funzionino.

Pensi che i fondi destinati all’accoglienza migranti possano essere spesi più efficacemente in altro modo?

Sicuramente si: centralizzando l’accoglienza. Io non ho mai capito perché i centri di accoglienza non sono gestiti direttamente dallo stato e sono invece esternalizzati a cooperative. Perfino il CIE, che è un luogo quasi detentivo, si può dire che sia un carcere privato, viene gestito da cooperative.

In che condizioni sono i migranti che arrivano nella vostra struttura?

Se parliamo di primi arrivi le condizioni sono pessime, terribili. Il mio centro accoglie famiglie e donne vulnerabili, quindi nella maggior parte dei casi donne con mutilazioni genitali e vittime di violenze. Quasi tutti nel percorso migratorio passano dalla Libia e sembra quasi un marchio subire stupri passando dalla Libia. La maggior parte delle volte si sviluppano infezioni, anche se non ho mai riscontrato casi di malattie infettive. Lo stato psicologico va di conseguenza.

Secondo la tua esperienza i migranti sono sufficientemente informati circa le condizioni del viaggio e le modalità di accoglienza al loro arrivo?

Dobbiamo distinguere due tipi di migrazione: la prima è quella che proviene da paesi abbastanza ricchi, quali Iran ed Egitto, in cui i migranti hanno pagato per avere un visto di ingresso; l’altra quella dei migranti che provengono dai paesi dell’Africa subsahariana. Questi ultimi sanno a cosa vanno incontro durante il viaggio, quindi evidentemente provengono da una situazione ancora peggiore.

La maggior parte dei migranti si aspettava però di trovare delle condizioni di vita ed opportunità di lavoro molto superiori, e al loro arrivo rimangono molto delusi. Per questo motivo credo che lavorare nei paesi di origine sia l’unico modo per arginare il fenomeno dell’immigrazione, lavorando dal punto di vista dell’informazione ed ovviamente sulle cause della fuga.

Secondo te quali sono i problemi principali del sistema di gestione dell’accoglienza migranti e come potrebbe essere migliorato?

La sfida principale è quella di non creare assistenzialismo, per questo io prevedrei la possibilità per i richiedenti asilo di lavorare da subito e non solo dopo sei mesi. Naturalmente va valutato lo stato psicofisico della persona perché molti non sono in grado di mettersi  subito a lavorare, ma a parte questi casi il lavoro è il principale mezzo di integrazione e non ha alcun senso impedirlo.

Inoltre inserirei l’obbligatorietà dell’apprendimento della lingua, che al momento di fatto non c’è. Nel progetto della prefettura bisogna prevedere lo studio della lingua, ma non c’è una effettiva definizione del programma di studio con scadenze ed esami, e questo comporta che molti migranti dopo un anno di permanenza in Italia ancora non parlino italiano: questo non è ammissibile.

Inoltre è difficilmente gestibile la situazione di convivenza in cui i migranti di culture diversissime vengono messi: le strutture sono spersonalizzanti. I migranti non hanno la possibilità di cucinare, non hanno alcuna responsabilità nella gestione della coabitazione, solo su iniziativa di chi porta avanti la struttura possono avere delle responsabilità nella gestione dell’alloggio, magari organizzando turni di pulizia, ma generalmente è previsto che i centri abbiamo un servizio di pulizia esterno. Un sistema più autogestito permetterebbe invece di migliorare il livello di integrazione e coinvolgimento dei migranti, ed anche il loro stato psicofisico e la percezione della propria situazione.

Quanti sono gli immigrati in Italia e in Europa?

E quanti sono invece i rifugiati?

Le parole delle migrazioni: cosa intendiamo per migranti, rifugiati, richiedenti asilo, immigrati, profughi?

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Conseguito il Master in Cooperazione e Progettazione per lo sviluppo, ha maturato 8 anni di esperienza in Italia e all’estero - in particolare in Medio Oriente - nel campo della cooperazione internazionale. Co-fondatrice di Mekané si occupa di progetti di educazione e di valorizzazione del patrimonio culturale.

2 Comments

    • Perché fornire i servizi direttamente dallo Stato, o da altri enti pubblici, costerebbe molto di più. Si può discutere se sia una cosa desiderabile o meno, ma è una tendenza che riguarda tutti i servizi socio-sanitari in tutto il mondo occidentale

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