Cosa sta accadendo in Spagna: tra nuove elezioni e frammentazione politica

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Nuove elezioni Spagna giugno 2016: cosa sta accadendo

(a cura di Julia Navarro y Marta Mateos Revuelta)

Dopo le elezioni generali del 20 dicembre 2015 e alcuni mesi di negoziati senza che siano stati raggiunti accordi tali da permettere la formazione di un governo, in Spagna sono state sciolte le camere e convocate nuove elezioni per il 26 di giugno. Il risultato elettorale del 20 dicembre ha infatti mostrato la più grande frammentazione del Congreso (la Camera bassa del Parlamento iberico) nella storia della democrazia spagnola. Questa frammentazione è dovuta principalmente al ridimensionamento di due partiti tradizionali, Partido Popular (PP) e Partido Socialista Obrero Espanol (PSOE), e alla contestuale ascesa di due partiti “nuovi”: Ciudadanos y Podemos.

Risultato elettorale del 20 dicembre: la non vittoria di Rajoy e la disfatta dei socialisti

Le elezioni del 20 dicembre scorso hanno visto la vittoria del Partito Popolare, che si è assicurato 123 deputati al Congreso. Il PSOE, al secondo posto, ha ottenuto 90 seggi. Podemos, insieme alle sue diverse formazioni collegate in Cataluña, Comunidad Valenciana e Galicia, ha raggiunto 69 seggi e, infine, Ciudadanos, a dispetto delle aspettative ha eletto solo 40 parlamentari al Congreso. Questi risultati sono la conseguenza dell’attuale legge elettorale spagnola, conosciuta come ley D’hont, che in pratica penalizza i partiti con minore rappresentanza nelle zone rurali o meno popolose, come l’ Andalucía o la Castilla y León. Pertanto, nonostante fra PSOE e Podemos vi sia una differenza di soli 300.000 voti, il PSOE può vantare ben 21 seggi in più. Izquierda Unida (IU), formazione di sinistra, è un altro esempio dell’effetto di questo sistema elettorale: con quasi un milione di voti all’ultima tornata, ha vinto solo 2 seggi. Solo il Senato ha espresso una maggioranza assoluta, in favore del Partito Popolare, ma vista la situazione al Congreso, ciò non è stato sufficiente per formare un governo.

Mariano Rajoy, capo del Governo uscente e attuale capo del Governo facente funzione, vince dunque le elezioni ma non ottiene la maggioranza necessaria per governare. Il tutto mentre il PSOE si ritrova fra le mani il peggior risultato elettorale della sua storia. L’irruzione sulla scena politica di formazioni come Podemos e Ciudadanos segna la fine del bipartitismo e, per la prima volta in 40 anni, si rende necessario avviare negoziati al fine di costituire un Governo di coalizione, basato sulle relative alleanze. Come abbiamo visto, però, i negoziati non hanno portato frutto.

Non tutti i partiti nuovi sono “nuovi”

Ciudadanos, il partito che si presenta come “el partido del cambio”, non è nè un partito nuovo nè un partito del cambiamento. Lo scorso anno ha festeggiato il suo decimo compleanno e, già dal 2006, occupa seggi nel Parlamento catalano. Ciudadanos consolida però la sua espansione a livello nazionale solo verso la fine del 2014, mesi dopo l’irruzione di Podemos nel panorama politico. Si tratta di un partito che non ha cura della cosa pubblica, che è favorevole alla privatizzazione dei servizi, compromesso con una politica fiscale che genera disuguaglianza e favorisce le classi più abbienti, che vede di buon occhio la riduzione dei salari e la precarizzazione del lavoro a beneficio delle imprese. Deprecabili sono, inoltre, la già note dichiarazioni del Presidente del Banco Sabadell, che manifestò apertamente la necessità di creare un “Podemos di destra”, alcune settimane dopo le ultime elezioni europee.

Il discorso rigeneratore di Ciudadanos nasconde un programma tremendamente reazionario che lo rende opzione dei grandi investitori, i quali intendono contenere il malcontento dell’elettorato verso i principali partiti dell’establishment, particolarmente colpiti da vari scandali di corruzione. Il Presidente del partito, Albert Rivera, che in varie occasioni si è autodefinito leader del centrosinistra, è però un ex membro del Partito Popolare in Cataluña. In aggiunta, la traiettoria di Ciudadanos è segnata da vari epiosodi che ne dimostrano lo stretto legame con i partiti di estrema destra.

L’avvento e il risultato di Podemos non si può comprendere appieno senza considerare la crisi e la risposta sociale alle misure di austerità emersa con il 15M, il movimento sociale degli indignados che nacque nelle piazze durante il 2011. Podemos nasce nel gennaio 2014 come iniziativa cittadina promossa dai firmatari del Manifesto “Mover ficha: convertir la indignación en cambio político”. Intellettuali e attivisti esprimevano così la necessità di creare una candidatura unitaria e di rottura che potesse correre alle elezioni europee del maggio 2014 con l’obiettivo di presentare un’alternativa alle politiche dell’Unione Europea e di recuperare la democrazia e la sovranità popolare.

Nelle elezioni europee Podemos è stata la quarta forza più votata. Poi, nelle ultime elezioni generali spagnole del 20 dicembre 2015, Podemos ha ottenuto il 12,69 % dei voti, che sommati alle altre coalizioni elettorali nelle zone autonome del Paese, hanno costituito il 20,68 %. Si tratta della terza forza politica in campo. Izquierda Unida (IU), la formazione che con Podemos condivideva il 90% del programma, otteneva invece solo un milione di voti. La ritrosia a mantenere la sigle di entrambi i partiti, il timore di correnti reazionarie dentro IU di essere fagocitate e l’intento di Podemos di non identificarsi con la sinistra tradizionale hanno frustrato fin dai mesi antecedenti le elezioni qualsivoglia possibilità di confluenza fra le due formazioni. Anche se i suoi dirigenti si definiscono di sinistra, infatti, Podemos aspira a superare la dicotomia sinistra-destra. La contrapposizione oggi si presenta fra la “gente decente” (onesta, diremmo in Italia) e coloro che rubano e saccheggiano il Paese, ovvero gli stessi che hanno imposto politiche di austerità destinate a impoverire la popolazione. La strategia comunicativa di Podemos è senza dubbio l’elemento di differenza più evidente rispetto agli altri partiti considerati di sinistra.

Negoziati falliti e mantenimento dello status quo

Di fronte alla frammentazione derivante dalle ultime elezioni di dicembre 2015, i leader dei partiti protagonisti del negoziato di questi mesi non sono stati in grado di sbloccare la situazione e rendere possibile un nuovo governo.

L’unico accordo a cui è stato possibile pervenire, quello fra PSOE e Ciudadanos con l’obiettivo di investire a capo del Governo Pedro Sánchez (leader del PSOE), non ha raccolto un numero sufficiente di voti al Congresso per poter avere effetto concreto. L’intento di questa manovra si basava su un programma conservatore che pescava per un 80% nel programma elettorale di Ciudadanos, tralasciando le misure più progressiste del partito socialista. Il numero complessivo di seggi che i due partiti in questione potevano assommare ammontava a 130, traguardo non sufficiente per la formazione di un governo. Il Partito Popolare, convinto di aver vinto le elezioni nonostante avesse perso 63 seggi, negò il proprio appoggio a questo patto. Dal canto suo, Podemos espresse la sua opposizione, fra le varie ragioni per la mancata disponibilità degli altri partiti a rivedere alcune norme particolarmente invise all’elettorato di Podemos e non solo: la “ley mordaza” (la “legge bavaglio”, inerente a misure restrittive della libertà di manifestazione e opinione), la la riforma del lavoro, l’articolo 135 (l’articolo della Costituzione spagnola che in seguito alle modifiche adottate con accordo di PP e PSOE antepone il pagamento del debito pubblico in posizione di assoluta priorità rispetto a qualunque altro investimento dello Stato).

L’irruzione delle forze del cambiamento nel Parlamento non è stata accettata dalle preesistenti realtà politiche. La condotta del PSOE, che durante i negoziati ha rifiutato qualunque tipo di accordo con Podemos, rivela una fase di negazione che non è ancora superata. Il disastro dei negoziati e il rifiuto di proporre un gobierno a la valenciana (come è stato definito l’ipotetico patto PSOE-PODEMOS) rientra nella logica della lotta per la sopravvivenza delle elites, di cui la cupola socialista è ormai parte.

Il tradimento della sinistra che molti vedono materializzarsi nell’accordo di Sánchez (leader PSOE) con la destra cool spagnola (Ciudadanos), non è nulla più della conseguenza della rinuncia agli ideali del partito socialista già avvenuta 40 anni fa. Il fallimento dei negoziati con le forze del cambiamento si deve in definitiva alle prerogative di un’oligarchia socialista che non ha interesse ad ascoltare il mandato dei cittadini. Il PSOE ha ripetuto in varie occasioni che l’impossibilità del patto con Podemos dipendeva dal fatto che la formazione viola era in favore di un referendum sull’indipendenza della Cataluña. Con molta chiarezza: il rifiuto di formare un governo con le forze del cambiamento non ha nulla a che vedere con la consultazione pubblica. Il referendum era già contemplato da anni nel programma del PSC (Partido de los Socialistas de Cataluña), l’omologo del PSOE in Cataluña con il quale sempre il partito socialista ha fatto campagna.

Il vero terreno di scontro, anche per esplicita ammissione di alcune fonti all’interno del PSOE, è stato il tenore delle proposte in tema di economia da parte di Podemos e la sua richiesta di far parte del governo. Il fatto è che la proposta politica di Podemos, anche se con un innegabile ammorbidimento negli ultimi mesi, esprime una sfida frontale alle attuali politiche di austerità, aspirando a ripensare il modello di redistribuzione della ricchezza e a instaurare una nuova politica fiscale che, in qualunque misura, tocca nel vivo l’oligarchia di cui la cupola socialista forma parte e che si nutre del sistema nato con la transizione democratica post dittatura. La prova del rifiuto da parte del PSOE alle misure di carattere sociale che incarnano il cambiamento, è il patto firmato con Ciudadanos (poi non attuato), nel quale si contemplano misure del tutto irrisorie quali l’aumento del salario minimo del 1% e nessuna modifica alla legge sul lavoro introdotta dal Partito Popolare.

Insieme agli interessi economici che rischiano di essere intaccati dalle potenziali proposte di Podemos, esiste una reale preoccupazione per l’entrata di un partito nuovo nelle forze di governo. In primo luogo perché questo rappresenterebbe la tangibile e definitiva scomposizione del regime della Transizione (dal Franchismo alla democrazia). In secondo luogo, e soprattutto, perché l’accesso al governo di un partito non controllato dalla solita oligarchia (per dirne una, Podemos non è finanziato dalle banche) romperebbe fin dal primo giorno la rete clientelare tessuta per 40 anni fra la borghesia politica e i poteri economici e finanziari.

Allo stesso tempo, esistono ragioni per le quali il PSOE non ha voluto ricreare lo schema di Grosse Koalizion con il Partito Popolare, già sperimentato in altre realtà europee. In particolare, queste ragioni si possono ricondurre al fantasma della pasokización (il disastro del partito socialista in Grecia) e alla possibilità per il PSOE di stringere un patto con Ciudadanos, que ha permesso a Sánchez di rimanere fedele a chi si deve, e vendere il cambiamento a chi lo vota. Questa via intermedia, però, non ha convinto. In questa difficile congiuntura Sánchez si è convinto che i 6.000.000 di voti (Podemos, altri e IU) sono un brutto sogno a cui si può rimediare con una nuova opportunità: le nuove elezioni del 26 giugno.

La fine del bipartitismo e le nuove elezioni del 26 giugno

Il ritorno alle urne è sintomo dell’incredulità che sta attraversando una parte importante della elite politica spagnola, che intende ignorare quello che è successo e preferisce cercare una seconda opportunità che permetta di tenere in piedi un edificio che traballa pericolosamente, di cui il PSOE è un pilastro fondamentale: il regime del 1978 (cioè la nascita della Transizione), la forma politica postfranchista, le cui basi sono la monarchia, il bipartitismo e la continuazione dello sviluppo capitalista sotto il controllo di una piccola oligarchia.

Succeda quello che succeda il 26 giugno, è innegabile che il 20 dicembre 2015 non ha rappresentato solo un’altra tornata elettorale, quanto piuttosto il punto di flessione nella storia della costruzione democratica della Spagna dalla fine della dittatura in cui la rottura del bipartitismo obbliga i principali partiti politici a negoziare patti con altre forze per formare un governo. Il fatto che oggi la Spagna sia nuovamente convocata alle urne è la conferma del terremoto provocato dai risultati elettorali del 20 dicembre nello scenario politico iberico.

La crisi di legittimità dei partiti che gli indignados hanno portato in piazza nel 2011 ha raggiunto la sua espressione massima. L’indignazione dei cittadini si è cristallizzata in una vigilanza e in una critica ferrea nei confronti delle istituzioni, e questo include i nuovi partiti, come Podemos. Lo spettro di possibilità politiche e democratiche si è ampliato con l’irruzione di attori politici più ambiziosi, però saranno i cittadini, sempre più critici e politicizzati, che dovranno continuare a stabilire una nuova.

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