Morte di una rockstar. David Bowie oltre il mito

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morte david bowie

“Quando un artista ha completato la sua opera, essa non gli appartiene più. Guardo semplicemente ciò che ne fa la gente”.

Chissà se anche ora starà guardando ciò che accade attorno alla sua opera, l’ultima di una straordinaria carriera. Un nuovo album di Bowie. Un piccolo-grande evento. Tre giorni fa. E poi la morte, inaspettata.

Si cercano e si cercheranno, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, significati e simbologie contenuti all’interno di Blackstar, per scovare presagi sul suo stato di salute, interpretare le strofe e le immagini e poter affibbiare all’album lo status di testamento artistico.

Non lo so dire, non sono un critico musicale né un esegeta dei suoi testi; stavo prendendo confidenza con le nuove canzoni e stavo illudendomi per l’ennesima volta che presto sarebbe stato annunciato un tour, nonostante avesse più volte dichiarato di avere smesso con i concerti.

Se è vero che la morte è presente nel nuovo album è altrettanto vero che la sua vasta produzione è disseminata di riferimenti alla morte, fin dai primi lavori, perciò non ci ho fatto caso. Non ne ho avuto nemmeno il tempo.

La notizia della morte di David Bowie mi ha colto impreparato, ha ammantato di grigio il già grigissimo e piovoso lunedì mattina, ha interrotto le illusioni di milioni di fan e ha rivelato, come accade spesso in questi casi, la fragilità delle nostre vite.

David Bowie era uno di quei personaggi che credi immortale, superiore a tutte le miserie quotidiane, in grado di percorrere sempre nuove e imprevedibili strade nel rock come nel cinema, nella pittura, nel teatro.

Mai fuori moda, elegante e fuorviante: quando il pubblico e la critica pensavano di averlo incasellato in una definizione lui era già intento a esplorare altri mondi, sperimentare nuovi suoni e costruire piccoli universi paralleli in cui condurci, oltre il mito e gli steccati in cui era facile rimanere incastrato.

È banale, ora, ricordare tutte le sue trasformazioni, le sue svolte e i suoi stili: i principali portali stanno già generando decine di photogallery e portando sui monitor dei nostri pc e smartphone quasi cinquant’anni di evoluzione artistica.

morte david bowie

Eppure è morto, come capita a tutti. Difficile immaginarlo sofferente, scomposto, allettato, inerme e passivo. Forse la sua immagine da rockstar globale e inarrivabile è talmente ingombrante da rendere impossibile pensarlo morente, attaccato e sconfitto da un cancro a 69 anni.

Invece, quando ho appreso la notizia in questa mattina fradicia di pioggia, ho istintivamente pensato al suo corpo, al dolore che ha provato, all’angoscia, alla tremenda angoscia di sapere che stai per andartene e hai voglia di fare ancora un sacco di cose, scoprire nuove passioni, leggere nuovi libri, incidere nuova musica, vedere ciò che la gente farà della tua musica.

David aveva una sua battaglia da affrontare e l’ha persa. Questa è la scarna realtà. Più che alla sua storia, ai suoi dischi, alle sue melodie e alla sua iconica presenza il pensiero è andato là, alla carnalità della morte, al graduale estinguersi del respiro, allo spegnersi di ogni espressione e ogni luce negli occhi. Forse è questo ciò a cui penso ogni volta che penso alla morte; oggi ne sono più cosciente.

Pochi giorni fa, leggendo un libro “bowiano”, lessi che da giovane dovette lottare molto per emergere, e lo fece con caparbietà e determinazione. Ce ne vuole davvero molta, di volontà, per fare il salto e uscire dall’anonimato musicale, quando sei un David Jones qualunque cresciuto nella periferia londinese, tutti i riflettori sono puntati sui già affermati Stones, Beatles, Who, Pink Floyd, Zeppelin, Dylan, Hendrix, Kinks e il tuo disco d’esordio esce lo stesso preciso giorno di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band.

Ma David Bowie è arrivato; sgomitando, inventando, studiando e stupendo. Aveva delle cose da dire, da urlare e mostrare al mondo, doveva comunicarci che possiamo essere dei piccoli eroi per le nostre stesse vite, anche solo per un giorno. Era fermamente convinto delle sue potenzialità e consapevole delle sue debolezze e ce le ha sbattute in faccia album dopo album.

È stato difficile per quelli come me, nati e cresciuti negli anni ottanta, conoscere e appassionarsi a David Bowie. Quello che allora capitava di vedere alla tv o ascoltare alla radio era un artista che probabilmente aveva fatto cose migliori nei decenni precedenti: negli anni novanta per essere cool si ascoltava il grunge o il brit-pop (già, ma senza Bowie sarebbe stato lo stesso brit-pop?) e Bowie non sfornava grandi e orecchiabili capolavori.

Perciò custodisco questa passione come una scoperta personale e pure un po’ controcorrente, per il periodo in cui è maturata. Recuperando album e singoli ho ricostruito il percorso musicale del “Brixton boy” e l’ho fatto entrare in quella parte del nostro cervello dove stanno le cose belle che ripeschiamo quando più ne abbiamo bisogno e che incidono la nostra identità.

David Bowie era uno di quei compagni di strada un po’ speciali che pensavo mi avrebbe accompagnato ancora per molto tempo lungo le tappe della vita. Saggio, innovativo, anticipatore, ma anche rassicurante e famigliare: le splendide canzoni e il magnetismo della sua immagine hanno catturato generazioni di fan.

Molti si sono potuti ritagliare un proprio Bowie personale, hanno potuto identificarsi in una sua rappresentazione, hanno trovato un appoggio morale in un suo ritornello, hanno respirato la scintillante Londra degli anni ’60, la tossica Los Angeles dei ’70, la decadente Berlino del 1977 o l’iper-moderna New York dei ’90.

È stato generoso con tutte e tutti, David. Nello stile musicale, nelle scelte sessuali, nella fruizione della sua arte, nel sostenere e incoraggiare amici come Lou Reed o Iggy Pop, nel lasciarci liberi di interpretare parole e visioni, nel fare intravedere a tutti noi una scappatoia dalla quotidianità: è una generosità che da oggi ci mancherà immensamente, ma grazie alla quale continueremo ad appropriarci delle sue creazioni, ognuno a suo modo.

Lo ha detto lui stesso in quel pezzo di intervista riportato all’inizio (l’intervistatore era William S. Burroughs. Già, Bowie era talmente alieno da poter essere intervistato, nella stessa vita, da Burroughs e Celentano): la sua opera vibra ancora con grazia e potenza e, se lo si vuole, appartiene a noi, parla a ciascuno di noi.

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Immagini | telerama.fr

Sociologo, collabora con le Università di Trento e di Padova ed è ricercatore libero professionista. Si occupa di sociologia urbana, sviluppo locale, partecipazione e politiche sociali. Gli piace cucinare e mangiare. Ama la musica rock e i cantautori e ne scrive mescolando ricordi, sensazioni e aneddoti.

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