Il campetto, dove c’è un pallone

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@calca
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Non è un luogo preciso, è più un insieme poco definito. Il pallone rotola, tu lo insegui, probabilmente in tenera età. Fanno eccezione i bimbi cresciuti, i papà che accompagnano i figli e non resistono alla tentazione. Sono quelli che si divertono di più e che sovente finiscono con le ossa rotte il giorno dopo, finalmente rassegnati a lasciare spazio alle nuove leve.

Il campetto è un rettangolo nel quale cresce la passione. In Italia è spesso in erba e ci scorre sopra una palla da calcio, ma anche in altre latitudini cambia solo l’attrezzo, non le motivazioni. Per molti è riscatto sociale, oltre che divertimento. Chi è povero sa che lo sport è “a’ livella” dei vivi: bimbo sono io e bimbo sei tu, alla vita vera si torna solo una volta finita la partita. Nel momento del gioco ogni azione è una “Fuga per la vittoria”.

Forse per questo la palla ha resistito a ogni cambiamento tecnologico. Alle consolle, alle simulazioni più realistiche. Ha resistito al razzismo nelle sue evoluzioni, mai troverete altrove un insieme di colori come in un campetto. A bordo campo le sfide sembrano una tavolozza impazzita di un pittore, in continuo movimento, che si riempie con le sfumature di fango e sudore.

Quando vedete Maradona o Messi, pensate che negli angoli reconditi di Youtube ci sono ancora le loro prime prodezze, realizzate non sui manti da biliardo attorniati dagli spalti e allestiti apposta per i fuoriclasse, bensì sul campetto alla Villa di Buenos Aires o in periferia a Rosario. Nuovi fenomeni e freschi bimbi si alternano sulle medesime zolle.

Ha ragione Zlatan Ibrahimovic: non serve il Pallone d’Oro per sentirsi il migliore. Basta il campetto. Basta il pallone.

Realizzatore di sogni parzialmente mancato, giornalista sportivo riuscito. Segno che qualcosa è andato per il verso giusto, dai venti in poi. Sostenitore convinto della necessità di pensare e divulgare, meglio se in un pub, peggio se in discoteca. Scrittore per diletto, con la fortuna di vivere del mio lavoro.

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